Nancy Varian Berberick.
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GLI EROI DI DRAGONLANCE Volume 2.
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LA LEGGENDA DELLA STORMBLADE.
Parte 1.
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Titolo originale: Stormblade.
Traduzione di: Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli.
Armenia Editore, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Tanto tempo fa nel regno di Thorbardin, in una tenebrosa caverna, un vecchio gnomo forgi in gran segreto una spada; la magica Stormblade.
Un d, per, qualcuno volle impossessarsene e decise poi di farla scomparire dal mondo di Krynn...
Dopo molti secoli la spada viene rinvenuta e ci scatena un vortice di eventi mortali.
Al mondo esiste soltanto una persona a parte dei magici poteri della Stormblade, si tratta di uno gnomo eroico il quale decide di divenire l'unico padrone dell'arma fatata.
Ma in seguito a tale decisione, dovr scontrarsi con malefici avversari pronti a tutto pur di non perdere Stormblade...
Un'altra emozionante avventura ambientata nel magico mondo di Krynn.

L'AUTRICE.
NANCY VARIAN BERBERICK vive in una piccola citt rurale fra le colline del New Jersey occidentale insieme a suo marito e al diciassettenne Rooney, a due cani e un computer. I suoi lavori sono stati pubblicati su AMAZING Stories, DRAGON Magazine, in tutte e tre le antologie di racconti DRAGONLANCE Tales, in parecchie pubblicazioni della piccola stampa' (riviste professionali a bassa tiratura), e alcuni estratti dei suoi lavori sono comparsi in How to Write Tales of Horror, Fantasy and Science Fiction di J.N. Williamson. 
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A Cathy, talvolta nota come Rooney, la mia lyt chwaer', la mia piccola sorella
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Nota di Astinus.

Gli storici chiamano gli anni fra il 348 a.C. e il 352 a.C. la Guerra delle Lance. Il nome  diventato popolare, fra le genti di Krynn. Era un'epoca in cui gli di lottavano gli uni contro gli altri, il Bene contro il Male. Takhisis metteva i suoi draghi, tenebrose creature di morte e di fuoco, a disposizione dei suoi condottieri, e chiamava questi condottieri Signori. Paladine e Mishakal decisero di dispensare il loro aiuto e la loro grazia a coloro che combattevano contro gli eserciti dei draghi e la Regina dei Draghi, in altri modi. Paladine viaggi per qualche tempo con il kender Tasslehoff Burrfoot e i suoi compagni. Essi lo conoscevano come Fizban. Mishakal diede i suoi insegnamenti e le sue conoscenze a uno dei compagni del kender, una donna delle pianure che comprendeva il significato della fede, e che aveva ripristinato quella fede in molti degli abitanti di Krynn.
Ma questi sono gli eventi maggiori di quella guerra. Altri, la storia li riassume in una sola riga.
Una di queste righe incuriosisce molti che studiano la storia. Si trova nella documentazione dell'anno 348 a.C.: Noordmaar cade nelle mani dell'esercito dei draghi. I nani di Thorbardin forgiano una Spada da Re e la chiamano Stormblade.
C' soltanto un'altra riga che fa riferimento alla Spada da Re, e compare due anni pi tardi: Gli schiavi di Lord Verminaard fuggono dalle sue miniere di Pax Tharkas, aiutati da un gruppo di compagni, fra i quali ci sono il kender Tasslehoff Burrfoot e il mago Fizban. Viene localizzata la Spada da Re dei nani.
Fra queste due righe, e al di l di esse, si dipana una vicenda la quale potrebbe spiegare perch mai, dopo essersi accuratamente astenuti dall'offrire aiuto a coloro che combattevano contro la Regina delle Tenebre, i nani di Thorbardin abbiano deciso, finalmente, d'impegnarsi nella Guerra delle Lance.
Quanto di questa vicenda sia vera storia, e quanto, invece, il ricamo della leggenda, sto ancora valutandolo. Anche se, devo dire, la maggior parte di essa suona vera. Per il resto, ed  assai poco, vi offro questo chiarimento': a Thorbardin i nani dicono che una leggenda sia, per cos dire, il riassunto semplificato di una verit, in modo che perfino un nano dei burroni la possa comprendere.


Prologo.

Cos come il bardo sente fioca, ma chiara, la melodia elusiva e le armonie segrete della canzone affidata alla sua voce, cos come il novellatore conosce, fin nellintimo le parole e i silenzi della storia che  nato per raccontare, cos il nano Isarn Hammerfell sapeva che Stormblade era il motivo per cui si era dedicato allarte della spada. Quella spada sarebbe stata il suo capolavoro e pareva ergersi, quasi visibile, dietro ad ogni lama che lui veniva creando, in paziente attesa della propria nascita.
La lama aspettava che Isarn Hammerfell si considerasse degno di realizzarla.
Quando quella lama fosse stata forgiata, quando fosse uscita dal fuoco e dallolio refrigerante, conseguendo una tempra perfetta e una gelida bellezza azzurra, Isarn lavrebbe offerta al suo thane, a Hornfel del Hylar.
Se Hornfel lavesse giudicata buona, avrebbe onorato il mastro fabbro, come i thane facevano da generazioni, esponendo la spada tra le panoplie, al fianco delle altre migliori lame, antiche di generazioni.
Una volta che la lama fosse stata appesa in quella galleria donore, Isarn non avrebbe prodotto nessunaltra spada. La forgia alla quale aveva sudato per cos tanti anni sarebbe diventata la forgia dei suoi apprendisti e del suo giovane congiunto, Stanach Hammerfell. Isarn avrebbe riposto il proprio martello, le sue tenaglie, tutti gli arnesi che aveva conosciuto e amato per tanti anni, e avrebbe terminato i suoi giorni riverito e onorato.
Poich la forgiatura di quella lama sarebbe stata il suo lavoro pi perfetto, l'incarnazione stessa della sua visione e della sua impareggiabile abilit, Isarn aveva voluto servirsi soltanto dell'acciaio pi puro, raffinato da un blocco di ferro battuto, nero e duro, creato dalla sua stessa mano.
Era andato lui stesso nella miniera, anche se, essendo un mastro fabbro, non avrebbe avuto bisogno di scegliere di persona il proprio materiale grezzo. Conosceva, come nessuno meglio di lui, l'aspetto del minerale grezzo perfetto, la sensazione che dava al tatto, l'odore amarognolo che aveva. Si era aggirato per la miniera di ferro, illuminata dalle lanterne, ispezionando le ampie vene alla ricerca del minerale che avrebbe fornito il ferro pi puro. E una volta che l'ebbe trovato, fu estratto sotto la sua supervisione.
Quando Isarn fece ritorno nella sua fucina a Thorbardin, nessuno lo vide pi per molti giorni. Aveva indugiato nel profondo della montagna, concependo Stormblade. Mai una volta aveva accostato l'inchiostro alla pergamena, poich aveva composto il disegno nel suo cuore e nella sua anima. Sapeva a cosa avrebbe assomigliato la spada. Le sue mani ben conoscevano la sensazione che avrebbe comunicato. I suoi orecchi gi sentivano il canto del martello e dell'incudine, del fuoco e del vapore.
Gli avevano portato il minerale grezzo da lui prescelto. Adesso non rimaneva altro che trovare i gioielli giusti per decorare la spada. Dare l'elsa alla spada sarebbe stato compito del giovane apprendista di Isarn, Stanach Hammerfell: era il segno tradizionale della fiducia del maestro in colui che sarebbe stato il suo successore.
Non ci sono soltanto maestri armaioli, a Thorbardin, ma anche gioiellieri, orafi e argentieri. Isarn visit i suoi compagni, maestri in queste arti. Dal mastro gemmiere ricevette cinque zaffiri purissimi. Quattro avevano il colore del cielo al crepuscolo; e il quinto aveva l'azzurro puro e profondo della notte stellata. Questi avrebbero decorato l'impugnatura della spada. Per l'elsa della spada venne trovato l'oro pi sublime, e l'argento pi lucente per le scanalature.
Una volta concepita, la spada fu pronta a nascere. Isarn Hammerfell, assistito soltanto dal suo apprendista, cominci a creare il suo capolavoro.
Isarn e Stanach accesero loro stessi il fuoco della fornace. Riempirono i due trogoli, uno per l'acqua che doveva raffreddare il ferro battuto e l'altro per l'olio che avrebbe raffreddato l'acciaio. Stanach azionava il mantice con il ritmo lento e costante che Isarn gli aveva insegnato. Blandendo il fuoco, Stanach osservava la luce arancione scivolare lungo le lisce pareti di pietra della forgia. Quello era un compito che non gli era pi stato chiesto di svolgere sin dai primi, esitanti giorni del suo apprendistato. Quanto gli era familiare questo compito, adesso. Eppure quant'era diverso!
Nessun altro al di fuori di lui e del suo maestro Isarn avrebbe assistito alla nascita della Stormblade, e Stanach sapeva che non avrebbe mai pi provato la magia di creare con tanta intensit fino a quando, a molti anni da quel giorno, non avesse dato vita alla inimmaginabile visione della propria lama da maestro.
L'acciaio  fatto degli elementi del mondo. Estratto prima come materiale grezzo, viene plasmato dagli agenti del fuoco e dell'acqua, diventando ferro battuto. Adesso Stanach stava guardando Isarn intento a produrre il ferro scuro e compatto. Ogni mossa del suo maestro era cauta e soppesata. Isarn, che altre mille volte prima di allora aveva prodotto quel ferro con la disinvolta abilit di qualcuno le cui mani si muovevano per virt propria, adesso procedeva ad ogni passo successivo con estrema circospezione, come un qualunque apprendista al quale fosse stato consentito per la prima volta di avvicinarsi alla forgia.
Stanach osservava il suo maestro come se lo vedesse dedicarsi a quel compito per la prima volta. Mi ricorder di questo, pens. Il fuoco della forgia lo rendeva stillante di sudore. Si asciug il viso con il dorso della mano, tenendo gli occhi su Isarn. Mi ricorder sempre di questo.
E pens, mentre il minerale usciva dalla forgia, ricorder sempre l'espressione negli occhi di Isarn. Era l'espressione di qualcuno che amava e non vedeva nient'altro se non l'oggetto del suo amore.
Rimasero silenziosi mentre il ferro si raffreddava. Non c'era bisogno di dir nulla. Stanach non aveva nessuna domanda. Isarn non aveva niente se non il legame fra la sua anima e gli elementi. Quando finalmente il ferro fu freddo e duro, una grezza massa nera, Isarn lo colloc in un contenitore d'argilla, anche questo nato dalla terra che ricordava ancora il bacio della fiamma.
Stanach sollev il contenitore, appesantito dalla polvere di carbone e dal ferro, e lo depose nella fornace esattamente nel punto in cui il suo maestro gli diceva. Adesso il sudore gli imperlava il viso, intridendo la sua folta barba nera. I capelli gli si erano appiccicati al collo. Da tempo aveva abbandonato l'ampia tunica da forgiatore per adottare un grembiule di cuoio. Le sue braccia dai grossi muscoli luccicavano al riflesso dorato della fiamma.
Il calore della fornace cercava d'imitare quello dei fuochi che si diceva bruciassero incessantemente nel cuore di Krynn. In quel terribile calore la polvere di carbone si combinava con la superficie del ferro battuto creando una guaina dura e lucida: l'acciaio.
Stanach prese un secchio d'acqua dal punto pi lontano della forgia. Fresca poche ore prima, adesso quell'acqua era calda come se fosse rimasta esposta al sole. Ne prelev un mestolo pieno per Isarn, poi ne bevve uno anche lui. Nelle loro gole inaridite ebbe il sapore del vino.
Stanach prelev un'altra mestolata dal secchio e se la vers sopra la testa. Gli corse, calda, gi per il collo e la schiena, e d'un tratto Stanach si sent triste. Per la prima volta da quand'erano entrati nell'officina, ricord che, quando infine Stormblade fosse stata pi di una visione, lui e Isarn non avrebbero mai pi lavorato fianco a fianco.
Isarn, il suo maestro e il suo consanguineo, era anche il suo amico. Un'ombra di solitudine, come una nuvola che stesse passando davanti alle lune, tocc il cuore di Stanach. Mise il secchio vuoto fuori dalla fucina, perch il ragazzo addetto alla forgia lo riempisse, poi torn al fuoco e alle ombre guizzanti. Not con quanta impazienza il vecchio nano stesse aspettando che il ferro diventasse acciaio, nel rinnovarsi del miracolo che Reorx aveva compiuto per i suoi figli, sin da quando i primi fabbri tra i nani avevano installato una forgia.
S,  un miracolo, pens Stanach. Un vincolo e un legame. Un vincolo con gli di, un legame tra gli elementi. Era la prima lezione che Isarn gli aveva impartito. Aver fede negli di; conoscere gli elementi; confidare nelle proprie capacit. Produrre con maestria anche la lama pi semplice non  niente di meno che venerazione. La venerazione che Isarn aveva perfezionato per tutta la sua vita.
L'acciaio compatto usc dal fuoco, rosso come la luna rossa, ardente come il sole. Stanach, con gli occhi socchiusi per proteggerli dal furioso calore, deposit il blocco grezzo sull'incudine. Isarn, con le grandi mani che adesso si muovevano con estrema delicatezza, sollev il martello. Era pronto, ora avrebbe incominciato a plasmare Stormblade.
L'acciaio non viene scolpito alla maniera del legno, ma tirato nella sua forma mettendolo sull'incudine, martellandolo fino a quando non ha raggiunto la lunghezza e la sottigliezza giusta. Anche se aveva creato innumerevoli spade prima di quella, malgrado mano e martello formassero un tutt'uno, ognuno dei colpi di Isarn era prudente e misurato. Ogni volta che sollevava e calava il martello, valutava con estrema attenzione il procedere dell'opera. Eppure non impiegava molto a valutarla, basandosi sulla conoscenza e sull'istinto. Non bisognava permettere che l'acciaio si raffreddasse al punto da non essere pi malleabile.
L'inno del martello echeggiava per tutta la fucina di Isarn, un gioioso grido che mandava in visibilio il cuore di Stanach. Quello che udiva era il canto della Lama Maestra, e sapeva che mai prima di allora il martello e l'incudine di Isarn avevano cantato cos. Non avrebbero mai pi cantato cos fino a quando lui stesso, Stanach, non avesse forgiato un'altra Lama Maestra.
Quella canzone non aveva parole salvo quelle che il maestro e l'apprendista sentivano nella loro anima. La canzone celebrava una spada che era lunga e sottile, e Stanach sapeva dal solo aspetto dell'arma che si sarebbe bilanciata perfettamente nella mano di Isarn. Il maestro la sagom con una lima e un raschietto, e i trucioli di metallo cadevano sul pavimento di pietra della sua fucina come polvere d'argento.
Stanach immaginava la lama come un'asta d'argento forgiata con la luce delle stelle.
La lama si form, adesso doveva esser messa nuovamente nel fuoco per venir temperata. Questo, disse Isarn Hammerfell al suo apprendista,  l'ultimo viaggio della lama dentro il fuoco, la sua ultima danza tra le fiamme.
Stanach aveva gi sentito altre volte quelle parole, cos tante volte! Adesso, mentre guardava Isarn che affondava la lama nel fuoco temprante, le riascoltava come se fossero nuove.
Isarn esegu alla perfezione quest'ultima ricottura, e il definitivo raffreddamento nell'acqua, con la stessa cura di tutte le operazioni precedenti. Stanach aveva portato il fuoco alla giusta temperatura, e adesso controll l'olio perch fosse freddo al punto giusto. Soddisfatto, guard il maestro e la spada.
Durante quell'ultimo riscaldamento la lama non era un'asta di luce stellare ma un'estensione scarlatta del sole, un braccio di fuoco rosso sangue.
Quando alla fine Isarn affond la lama nell'olio, Stanach osserv il bagliore del sole raffreddarsi e sbiadire. Il ferro rovente divenne argenteo acciaio, puro come la neve, forte come la montagna stessa. Isarn, con i polmoni pieni di vapore asprigno, il sudore che gli luccicava sul viso e sulle grosse braccia da forgiatore, tir fuori con delicatezza Stormblade dal trogolo.
Ripul dall'olio la lama luccicante con un morbido panno, i suoi movimenti erano dolci carezze, e appoggi la spada sulla superficie dell'incudine cos come qualcuno avrebbe fatto con un bambino appena nato sul petto della propria madre.
Stanach segu il gioco del fuoco della forgia sull'acciaio puro, osserv la luce arancione scivolare lungo l'orlo affilato della lama. Affascinato, con il cuore che gli batteva forte fece un passo avanti, interponendosi tra il fuoco e l'incudine.
La sua ombra non cancell la luce dell'acciaio.
Stormblade, perfetta in ogni suo particolare, aveva un cuore di fuoco.
Quel cuore scorreva in una sottile striscia di luce rossa all'interno dell'acciaio stesso che si andava raffreddando, e non c'era ombra che potesse oscurarlo.
Con gli occhi spalancati, le vecchie mani nodose che tremavano come in preda alla paralisi, Isarn allung la mano verso la lama, poi la tir indietro, come se non potesse, o non volesse, toccare l'acciaio.
Vedi? bisbigli. Oh, ragazzo, vedi?
Stanach non aveva parole. Annu come inebetito e arretr di mezzo passo, sempre fissando la lama. In quel momento, mentre i suoi occhi si riempivano della bellezza di quella lama ancora priva di elsa, le parole d'un frammento di poesia cos antico, tanto spesso citato e cos poco creduto da essere diventato una cantilena dei bambini in strada, gli bisbigli nel cuore:
I nani delle montagne lo sanno. Queste sono le cose che fa un gran re: Una Spada da Re toccata nel cuore da Reorx il Padre. Un'anima educata alla saggezza nel crogiolo della lotta. Il martello che il leggendario Kharas tiene fra le nebbie.
Una Spada da Re da impugnare, fatta per un re, portata da lui tutti i giorni del suo regno, e alla fine sepolta con lui. Un'anima resa saggia dai fuochi della lotta: le fiamme della battaglia, s, e dell'esperienza, e dei giudizi espressi, delle decisioni seguite. Il Martello di Kharas, rimasto per lungo tempo nascosto e considerato qualcosa di pi di un mito da un numero sempre pi piccolo di nani a ogni generazione.
Eppure, mito o verit che fosse, nessuno si era cimentato con successo conquistando l'alta sovranit sui nani delle montagne da quando il Martello di Kharas era andato perduto.
Stanach rabbrivid, sentendo freddo, all'improvviso, malgrado il sudore che gli gocciolava lungo i lati del viso. Chiuse gli occhi, respir profondamente per acquietare i tremiti, e guard di nuovo la spada.
La rossa striscia dell'acciaio pulsava lievemente, come se fosse davvero un cuore toccato dalla mano di Reorx e portato alla vita. Mentre Stanach la guardava, anche il suo cuore cominci a imitare quel battito e quel ritmo appena nati.
La leggenda diceva che soltanto una Spada da Re respirava cos.
Nessuna Spada da Re era stata forgiata a Thorbardin negli ultimi trecento anni. Eppure adesso...
Stanach scosse la testa.
Conosceva le leggende. C'era forse un nano che non le conosceva? Un tempo c'era stata una stirpe di grandi re. L'ultimo, Duncan, aveva regnato durante le Guerre della Porta dei Nani trecento anni prima. Aveva avuto un campione e un amico, il "leggendario Kharas" della poesia. Si diceva che Kharas, il cui nome significava "cavaliere" in solamnico, avesse modellato un martello da guerra sulla forgia di Reorx. Si diceva che nessuno avesse combattuto con pi abilit di Kharas durante il periodo amaro e sanguinoso che era seguito al Cataclisma, quando gli eserciti degli invasori umani e dei nani delle colline guidati dal misterioso mago Fistandantilus avevano tentato di intrufolarsi nei regni delle montagne e accedere a quelle che immaginavano fossero le ricchezze di Pax Tharkas e Thorbardin.
Thorbardin si era difesa con successo dagli attaccanti, ma era stato perduto qualcosa di pi di Pax Tharkas. I nani avevano combattuto contro i nani. Questo, il pi grande di tutti i peccati, aveva fatto infuriare Reorx. Nella sua collera, il dio aveva colpito con lo stesso maglio che un tempo aveva usato per forgiare il mondo; quello che, diceva la leggenda, era servito a modellare il martello da guerra di Kharas. Ma non si limit a devastare il mondo che tanto l'aveva riempito di furore. Lo disfece completamente.
In quel disfacimento, la faccia del mondo, gi contorta e lacerata dal Cataclisma, venne cambiata un'altra volta. I Pianori di Dergoth divennero una palude trasudante orrori e infestata da mostruosit, al punto da essere chiamati adesso i Pianori della
Morte. Quando il maglio del dio colp Zhaman, che un tempo si era innalzata fiera ed orgogliosa, la fortezza dei maghi era crollata accartocciandosi su se stessa, scatenando una terrificante tempesta di sabbia ardente e di pietra.
Era stato detto che le rovine di quella fortezza, quando
Kharas le aveva viste la prima volta, fossero sagomate a immagine d'un colossale cranio digrignante, chiamato adesso Berretto del Teschio, un appropriato segnatombe per le molte migliaia di uomini trucidati mentre uccidevano i loro consanguinei.
Ma la faccia del mondo non era stata l'unica cosa cambiata. Subito dopo la guerra, Duncan era morto. I suoi figli si erano contesi ingordamente il trono del gran re perfino prima che Duncan venisse seppellito. Kharas, piangendo il suo amico e re, aveva assistito alla loro cinica lotta per il potere e deciso che nessuno di loro avrebbe regnato.
Kharas aveva seppellito Duncan nella magnifica torre funeraria nota come la Tomba di Duncan, un luogo di lutto e di prodigi, magicamente sospeso sopra l'antico luogo di sepoltura dei nani chiamato la Valle dei Thane.
Quindi, Kharas aveva nascosto il suo martello da guerra con l'aiuto della magia e dello stesso Reorx, e aveva decretato che nessun nano avrebbe dominato come re a Thorbardin senza di esso.
Leggenda o verit che fosse, ricord Stanach, da allora nessun nano era stato pi incoronato grande re. Le storie erano piene di aneddoti di nani che soffrivano durante periodi in cui un grande re sarebbe stato necessario per regnare sul popolo. Tempi come questi, pens, in cui voci di guerra filtravano dalle Terre Esterne, accompagnate da racconti di draghi e della rinascita della Regina delle Tenebre.
Stanach si asciug il freddo sudore sulla fronte con mano tremante. Nessuno poteva regnare senza il martello, e nessuno poteva regnare senza una Spada da Re. Nel corso degli anni, molti avevano tentato di far forgiare una spada del genere, alcuni perch sapevano che sarebbe stata sufficiente a regnare su Thorbardin come reggente, altri perch speravano che indicasse la strada per arrivare al Martello di Kharas. Malgrado quelle spade fossero state meravigliosi lavori d'arte, nessuna era mai stata una Spada da Re. Reorx non aveva mai toccato quelle lame, non aveva mai dato il cuore rosso ardente a quell'acciaio... Fino ad oggi, fino a quel momento...
Si diceva tra i fabbri che la voce del maglio di ogni forgiatore
che colpiva la faccia superiore dell'incudine avrebbe risuonato per sempre nell'Eco dell'incudine, l'enorme caverna scavata dai nani che collegava Northgate alla citt di Thorbardin. Se le leggende erano vere, pens Stanach, il rimbombare del martello di Isarn doveva far squillare la nota-chiave e plasmare gli echi di secoli di lavoro in un canto eterno, l, nell'Eco dell'incudine.
Rabbrivid di nuovo. Quando allontan lo sguardo dall'acciaio toccato dal dio, si avvide che Isarn stava piangendo. Egli aveva infine creato una Spada da Re per il suo thane, per Hornfel degli Hylar.


Capitolo Primo.

Anche se nelle epoche trascorse, negli anni precedenti al Cataclisma, era stata una citt uguale ad ogni altra, costruita dai nani, Thorbardin, l'ultima rimasta di quello che un tempo era stato il grande regno dei nani, adesso era unica, su Krynn. Edificata all'interno della montagna, in una caverna che si estendeva per ventidue miglia da nord a sud, e per quattordici da est a ovest, Thorbardin era allo stesso tempo una grande citt, e una fortezza quasi inviolabile. Southgate, la Porta del Sud, con le sue fortificazioni e parecchie linee secondarie di difesa, proteggeva la citt a un'estremit. Le rovine di Northgate, la Porta del Nord, distrutta durante il Cataclisma e ridotta adesso a una minima sporgenza di cinque piedi sopra una valle che si stendeva mille piedi pi in basso, custodiva la via che portava da Thornardin ai Pianori della Morte.
Qui i nani delle montagne erano vissuti per secoli tra le loro fucine e le taverne, templi, negozi e case, e perfino parchi e giardini. Coltivavano i loro raccolti in caverne e tane agricole situate ancora pi in profondit perfino rispetto alla citt stessa, avendo da moltissimo tempo abbandonato i campi all'esterno di Southgate, dopo le Guerre della Porta dei Nani. La luce giungeva in queste caverne attraverso pozzi di cristallo che scendevano in profondit nel soffitto e nelle pareti: attingendola all'esterno, convogliavano la luce del sole a illuminare la loro citt e le fattorie.
Malgrado Thorbardin venisse definita una citt, in realt era costituita da sei citt pi piccole, una per ciascuno dei sei thanedati, o regni, che si trovavano all'interno della montagna. Tutti, tranne uno, costeggiavano un corpo acqueo creato dagli stessi nani e chiamato Mare di Urkhan.
La sesta e la pi bella di queste citt era l'Albero della Vita degli Hylar. Modellato in forma di stalagmite, si levava dal mare stesso su ventotto livelli. In questa citt centrale, avvicinabile soltanto con barche, venivano condotte le faccende del governo. L sedeva il consiglio dei Thane, presieduto dal suo capo nominale, Hornfel. Era il solo corpo regnante che Thorbardin possedesse, da trecento anni a questa parte.
La politica, e le politiche, dei sei regni naneschi venivano intessute l, aggrovigliate l, e talvolta disputate l, con tutta la ferocia di un popolo fiero e indipendente. I nani vigilavano sui propri diritti e sulle libert, e non avrebbero sopportato che questi venissero intaccati.
Thorbardin era l'antica casa dei nani della montagna. Tutto il resto, perfino le loro terre al di fuori delle montagne, erano le Terre Esterne.
C'erano luoghi sotto la grande citt di Thorbardin dove non andava nessuno, salvo i maghi derro Theiwar. Queste erano le Tane Profonde, e si trovavano molto pi sotto perfino rispetto alle segrete e alle caverne agricole, al di l dell'ampia caverna scavata molto in alto che cullava la citt nel cuore della montagna.
In quei luoghi veniva praticata la magia... una magia tutta nera.
Nelle profondit del misterioso regno dei Theiwar si trovava la Camera della Luna Nera. La luce delle torce, simile a sangue trasparente, chiazzava le pareti della caverna dall'alto soffitto svanendo nelle sue altezze. Malgrado a prima vista quel luogo sembrasse una caverna del tutto naturale e virtualmente intatta, la camera era in realt il risultato di molti anni di lavoro.
Sulle pareti spiccavano delle torce di metallo dorato lavorate in forma di cesti fittamente intrecciati. Queste torce erano perfettamente incassate in nicchie di pietra scolpite nella viva roccia delle pareti. Le pareti stesse erano lisce, la pietra lucidata per esibire i suoi colori naturali in una grande variet di striature.
A tutta prima il pavimento sembrava fatto di roccia frastagliata. Ma a un'ispezione pi attenta risultava liscio come legno lucidato. Uno spesso strato di vetro era steso sui profili della pietra. Versato come fuoco liquido da una vasca, guidato dalle arti della magia, non era disceso nelle depressioni formate dalla roccia naturale, ma aveva formato un foglio limpido e spesso un pollice al di sopra del punto pi alto del pavimento.
Malgrado il logorio di quattro secoli, non era possibile trovare un solo punto in cui il pavimento di vetro era danneggiato. Si diceva che il vetro non avrebbe mai potuto graffiarsi, neppure sotto la punta del pi duro dei diamanti.
Al centro del pavimento, realizzata dalla stessa arte magica, c'era una semplice predella di solido marmo nero. Sopra la predella, come se fosse sospeso nell'aria, poggiava un tavolo di vetro limpido dalle grosse zampe. Dietro quel tavolo c'era uno scranno dal basso e ampio sedile, rivestito di un morbido tessuto nero.
Era qui che Realgar, thane dei Theiwar, studiava i suoi antichi volumi magici, elaborava i suoi incantesimi e tramava assassinii.
Quella notte, mentre Stanach e il suo maestro contemplavano un cuore di fuoco scarlatto pulsare in una spada modellata per Hornfel, Realgar non progettava un assassinio.
Quella notte Realgar progettava un furto. L'assassinio, pens sorridendo, sarebbe arrivato dopo, quando la storia avrebbe definito, la morte di Hornfel, l'esecuzione di un traditore.
Una Spada da Re era stata forgiata per l'Hylar.
L'informatore non aveva usato l'espressione Spada da Re. Pareva non sapesse cos'era quella lama stranamente segnata. Aveva semplicemente ripetuto i pettegolezzi da taverna divulgati dal garzone addetto al secchio che prestava servizio alla forgia di Isarn. Stando al ragazzo, la spada era stranamente segnata, aveva detto l'informatore. Acciaio con una cicatrice rossa. Non il perfetto azzurro argento che di solito esce dalla forgia del maestro.
No, pens adesso Realgar. Non il perfetto azzurro argento, ma una lama d'acciaio con un cuore di fuoco, come quella che si dice sia appartenuta al leggendario Duncan.
Ma si trattava di una Spada da Re fatta per consacrare un gran re ed esser poi sepolta con lui quando fosse morto? Nessun fabbro, tra i nani, aveva mai pi forgiato una Spada da Re sin da quando quella di Duncan era stata seppellita con lui trecento anni prima; da quando Kharas, il campione di Duncan, aveva nascosto il suo martello forgiato dal dio, privando i nani di un re fino al giorno in cui non fosse stato ritrovato.
Ma adesso gli di stavano nuovamente vagando sul piano dei mortali, e avrebbero manifestato le loro lotte, il Bene contro il
Male, nella guerra che, come qualcuno dava per certo, sarebbe ben presto divampata su tutto Krynn. Draghi, creature tenebrose di Takhisis, erano stati visti volare sulle montagne e nel cielo notturno. Realgar digrign i denti in un lento sorriso. Quella notte un dio poteva benissimo aver visitato Thorbardin.
Reorx aveva forse toccato la forgia di Isarn? E, cos facendo, aveva trasformato il semplice acciaio in una Spada da Re?
Isarn doveva averlo pensato. Malgrado il maestro, in preda a una grande stanchezza, fosse uscito dalla fucina per recarsi a riposare, aveva lasciato al suo apprendista il compito di applicare l'elsa alla lama e, stando al racconto del ragazzo addetto al secchio, aveva ordinato altres all'apprendista di rimanere tutta la notte accanto alla spada.
Se fosse stata una Spada da Re, Isarn Hammerfell non avrebbe mai osato lasciarla incustodita, ma avrebbe messo qualcuno a far la guardia, come appunto aveva fatto. La mano di Realgar si chiuse a pugno. S, sorvegliarla bene durante la notte e presentarla al suo thane la mattina dopo, forgiata e con l'elsa appena applicata. Un segno del favore del dio.
Una Spada da Re non avrebbe fatto di Hornfel un gran re. Niente l'avrebbe fatto, salvo il martello di Kharas, e perfino Hornfel non avrebbe mai creduto che, adesso, sarebbe stato possibile ritrovarlo. Da troppo tempo il martello di Kharas era stato perduto, con troppa segretezza era stato nascosto...
Quel martello non avrebbe mai pi consacrato un gran re dei nani.
Ma una Spada da Re, risplendente della luce della forgia, poteva consacrare un re reggente, e il thane consacrato sarebbe stato Hornfel.
Molti, nel Consiglio dei Thane, avrebbero accolto con favore l'investitura di Hornfel. Se c'era qualcuno che poteva domare quel litigioso consiglio, quello era l'Hylar. Era vero che neppure lui sarebbe riuscito a ricondurli sempre alla ragione. Eppure, gi adesso, soltanto con il diritto ereditario alla qualifica di capo del consiglio, ma senza per questo esser pi alto in grado degli altri cinque thane, ci riusciva pi di ogni altro. S, troppo spesso il Consiglio dei Thane aveva operato come Hornfel desiderava. Per cui, era fin troppo chiaro che, come re reggente, Hornfel avrebbe governato il consiglio. Anche se nessuno l'avrebbe chiamato gran re, avrebbe governato Thorbardin.
Realgar sibil un'imprecazione. La bramosia del potere aveva sempre cantato dentro di lui, allo stesso modo del pulsare del sangue nelle sue vene. Aveva conseguito il rango di Thane dei
Theiwar non per via ereditaria, ma grazie a una lunga strada che si era aperta a colpi di assassinii, inganni, e magia nera. Odiava l'Hylar, discendente di antichi grandi re, con la stessa naturalezza con cui odiava la luce del sole.
Realgar disserr il pugno. Mosse la mano con un grazioso gesto magico e bisbigli le parole di un incantesimo di convocazione. Un nido d'ombre comparve davanti alla predella di vetro, s'ispess, e assunse la consistenza d'un denso fumo.
S, Thane, alit una voce, un attimo prima che le ombre acquistassero completa forma e sostanza.
Realgar non parl fino a quando il ladro non si fu inginocchiato davanti a lui. Quando lo fece, parl brevemente, dette al ladro il suo incarico, e lo conged. Di nuovo solo, rivolse tutta la sua attenzione a progettare la morte di Hornfel.
Isarn poteva credere che fosse un segno del favore del suo dio, quella Spada da Re creata dalla sua forgia. Realgar, che venerava una dea tenebrosa e malvagia, sentiva la mano di Takhisis muoversi nelle correnti della notte. Entro il mattino successivo avrebbe avuto in mano la Spada da Re, e sarebbe divenuto il re reggente dei sei regni dei nani.
Skarn era il ladro di Realgar, ma non l'uomo di Realgar. Si ripul il sangue dalle mani, pens di uccidere l'apprendista l dove giaceva privo di sensi sul pavimento di pietra della fucina, ma poi vide la spada. E Stanach venne dimenticato.
Con l'elsa appena applicata, dritta e slanciata, la sua lama aveva il colore della stessa Solinari. Il suo cuore d'acciaio era striato dalla luce rossa del sole. Giaceva sulla superficie dell'incudine, l dove si era trovata quando Stanach, chino su di essa per qualche ultimo ritocco, era caduto sotto un colpo dell'elsa del pugnale di Skarn.
Il piano di Skarn era gi completamente formato in partenza. Realgar gli doveva un debito di vendetta. Lui chiamava Padrone il thane, ma non aveva mai pensato a lui come tale. Skarn lo considerava sempre come colui che aveva causato la morte di suo figlio.
Un uso incauto della magia, aveva dichiarato Realgar. Non aveva cercato di scusarsi, aveva soltanto spiegato perch Tourm era morto.
Malgrado i derro fossero una razza incline alle arti oscure, Realgar non permetteva che altri maghi gli stessero intorno. Era troppo geloso dei propri poteri. Addestrava di tanto in tanto come assistente chi si mostrava abbastanza dotato per apprendere l'arte dei pi semplici incantesimi. "Maghetti"... "magucci"... li chiamava, e pronunciava sempre questi epiteti con orgoglioso disprezzo.
Tourm era stato uno di questi. Avrebbe potuto essere di pi. Se fosse stato addestrato nella maniera corretta, avrebbe potuto uscire nelle Terre Esterne, viaggiare fino alla Torre della Grande Stregoneria, e affrontare la sua Prova con i maestri dalle Vesti Nere. Avrebbe superato quella Prova. Il fuoco della magia aveva bruciato la sua anima, il desiderio di danzare alla sua fiamma aveva impresso il sigillo su tutta la sua vita.
E Realgar l'aveva saputo. Doveva aver percepito tutto il potere potenziale in Tourm. E nel percepire quel potenziale, ne aveva riconosciuto la minaccia. Aveva chiesto a Tourm... no, gli aveva ordinato, di elaborare un incantesimo che, lui ben lo sapeva, il piccolo aspirante mago non aveva nessuna abilit di controllare. Realgar lo aveva guardato mentre moriva urlante, mentre cose informi di tenebra, nate dall'Abisso, gli rosicchiavano via la carne dalle ossa e gli strappavano l'anima dal corpo. S, era vero che Tourm aveva elaborato l'incantesimo, ma l'aveva elaborato per ordine di Realgar.
Skarn da molti anni aspettava l'occasione di vendicare la morte di Tourm. Adesso aveva trovato la strada per farlo.
Skarn sollev la spada dall'incudine e la sua bocca si torse in un freddo sorriso. Realgar bramava quella spada. Il ladro non lo sapeva, e non gliene importava. Sapeva soltanto che quando il thane aveva pronunciato i suoi ordini, il suo desiderio della lama era apparso nudo ai suoi occhi. Era stato pi di un desiderio, pens adesso Skarn. Realgar aveva bisogno di quella spada.
C'erano strade segrete che conducevano fuori da Thorbardin, sentieri celati dalle ombre che portavano alle Terre Esterne, dei quali le pattuglie confinarie neppure sospettavano l'esistenza. Skarn li conosceva. Lasci Stanach l dov'era caduto. Quando Realgar seppe che la Spada da Re non era entrata in suo possesso, Skarn era gi lontano da Thorbardin.


Capitolo secondo.

Un bambino si svegli piagnucolando e singhiozzando a causa dello stesso incubo che ossessionava la maggior parte degli ottocento umani che si sforzavano di trovare la pace nel sonno: l'incubo della schiavit. Le stelle, danzando come luci d'argento sulla nera volta del cielo, guardarono la donna alzarsi e, ancora mezza addormentata, avvicinarsi barcollando al bambino. Non era la madre del piccolo. Era una donna che aveva visto morire il proprio pargolo quella stessa mattina. Durante i due giorni trascorsi da quando quella gente, un tempo schiavi nelle miniere di Pax Tharkas, era fuggita dalle montagne, cinque uomini, vecchi e malati, e due bambini erano morti.
Finora, pens Tanis Mezzelfo. Fiss le fiamme del fal morente e avvicin con il piede una fascina di rami secchi. Era stanco, mortalmente stanco, e lo sentiva in tutte le ossa. Ottocento persone dovevano procedere lentamente attraverso gli stretti passi montuosi fra Pax Tharkas e la Strada Meridionale.
E la Strada Meridionale non era una strada verso la libert. Era soltanto un luogo dove incominciare.
Un rumore di passi, sommesso come il sussurro con cui la donna confortava il bambino in lacrime, si fece udire alle spalle di Tanis. Questi si gir di scatto, portando la mano alla spada corta, e poi sorrise come per scusarsi quando vide chi era comparso alle sue spalle.
Goldmoon, bisbigli Tanis. Mi stavo giusto chiedendo dov'eri...
La donna delle pianure aveva un aspetto adorabile, e anche se il suo volto era pallido e segnato dalla stessa fatica che Tanis provava, irradiava una specie di pace acquietante che sfiorava il Mezzelfo quasi fosse una mano carezzevole. Stavo cercando Tasslehoff.
L'hai trovato?
Goldmoon sorrise. No. Certo che no. Ma era una buona scusa per passeggiare tra le colline.
Non penseresti mai che qualcuno possa cercare una scusa per fare quello che abbiamo fatto durante gli ultimi due giorni, e con tutta probabilit continueremo a fare per parecchi giorni ancora...
Goldmoon si lasci cadere, con calma, su un sedile al fianco di Tanis. Talvolta, camminare cos, da sola,  proprio quello che mi serve per riuscire a pensare. Tanis, dove mai condurremo questa gente?
Dove mai? Tanis rizz la testa. Non abbiamo molte scelte. Tra non molto Verminaard sparpaglier i suoi draconici per tutta questa montagna, alla nostra ricerca, se non l'ha gi fatto. Tas ha bloccato la porta abbastanza bene, ma non regger a lungo. Dobbiamo portare questa gente fuori di qui al pi presto. Adesso non possiamo tornare indietro. Dobbiamo andare avanti ad ogni costo.
Dove?
C' soltanto un posto che pu accoglierli, Goldmoon, l'unico posto che in questo momento sia sicuro.
Thorbardin. Goldmoon scosse la testa. I nani non hanno mostrato nessun interesse per la guerra durante questi tre anni, malgrado abbia fatto a pezzi Krynn. Cosa ti pu far pensare che accetteranno ottocento rifugiati a Thorbardin, proprio adesso?
Tanis lanci una manciata di stecchi in mezzo al fuoco e osserv le fiamme lambire i ramoscelli e la corteccia. Ragioneremo con loro.
 stato tentato.
Li imploreremo.
Goldmoon sospir. Non ascolteranno nessuna implorazione, Tanis.
Tanis, con gli occhi neri che luccicavano pericolosamente, sorrise senza nessun umorismo. E allora, noi li costringeremo ad ascoltare.
In alto, sui pendi infestati dalle aquile di Thorbardin, vi era una serie di strette sporgenze che, anche se non era possibile vederle dai profondi crepacci e dalle valli molto pi in basso, erano note ai nani sin da quando esisteva Thorbardin. Era impossibile arrampicarsi dalla valle fino a quelle sporgenze. La montagna stessa lo proibiva. Ma dall'interno della fortezza dei nani c'era una strada per arrivare fino a quelle sporgenze. Stretti sentieri conducevano su dal muro di Southgate, sentieri che soltanto una capra di montagna o un nano nato a Thorbardin avrebbero percorso. Il vento ululava la sua selvaggia canzone lungo quei sentieri. Sia in estate che in inverno, l'aria era fredda e sottile. Stanach Hammerfell aveva sempre considerato come qualcosa di suo quelle sporgenze.
Adesso si arrampic fino ad esse con una fiasca piena fino all'orlo legata alla cintura. Per tutta la giornata i fuochi della forgia gli avevano stillato fuori il sudore come se fosse sangue; il vapore dei trogoli di raffreddamento gli aveva risucchiato i polmoni fino a indurlo a chiedersi se sarebbe mai pi riuscito a respirare in vita sua. Adesso aveva bisogno della pace delle vette; aveva bisogno di un posto in cui pensare.
Stanach si appoggi con la schiena all'eterna forza della pietra della montagna. Il primo sorso del potente spirito dei nani gli riscald i visceri. Molto pi in basso, nella valle, la notte scendeva riempiendo i crepacci e i burroni, coprendo i pendi bruni e dorati con un freddo velo nero.
Soltanto un'ora prima, Stanach aveva appreso che Stormblade era stata ritrovata nelle Terre Esterne al di l di Thorbardin. Dalle terre in cui i draghi solcavano il cielo sulle ampie ali coriacee e gli eserciti erano in lotta mentre gli di combattevano fra loro, era giunta la voce, appena sussurrata, che un giovane ranger era armato di una spada dall'elsa costellata di zaffiri. Due anni dopo il furto la Spada da Re era stata ritrovata e Hornfel si stava preparando a mandare qualcuno dei suoi perch la riportassero a casa. Non sarebbe stata una cosa facile. Hornfel temeva che anche Realgar avesse sentito quella voce. I nani dell'Hylar avrebbero dovuto esser veloci, e sul chi vive. Una Spada da Re era qualcosa per cui Realgar sarebbe stato pronto a uccidere.
Non c'era stata volta in cui Stanach avesse guardato le fiamme della sua forgia senza ricordare la notte in cui Stormblade era nata dal minerale, dal fuoco e dall'acqua. Non c'era mai stata una volta in cui avesse dimenticato che la notte della nascita della Spada da Re era stata anche quella della sua scomparsa. Quella notte Isarn, il suo maestro, suo consanguineo e suo amico, aveva iniziato una lenta discesa nel dolore e nella follia. A Stanach non importava nulla del pericolo. Voleva riportare a casa Stormblade.
Sarebbe andato, se vi fosse stato costretto, insieme al suo consanguineo Kyan Red-axe. Nessuno meglio di Kyan, che apparteneva alle pattuglie di confine, conosceva le Terre Esterne. O per lo meno era quello che Kyan diceva, e Stanach era disposto, in buona parte, a credergli. Anche se Kyan e Stanach avevano la stessa et, Kyan era sempre sembrato pi vecchio. Era la sua esperienza, la sua espressione sempre vigile come quella di qualcuno abituato a guardarsi da pericoli che Stanach poteva soltanto immaginare, e l'impressione che dava di essere in grado di affrontare quegli stessi pericoli con facilit, che sembravano dargli quegli anni in pi. Stanach, che non si avventurava mai fuori da Thorbardin, rimanendo sempre vicino alla sua casa e alla sua famiglia come faceva la maggior parte dei nani, era disposto ad affidare la sua vita e la sua sicurezza alle mani e all'intelligenza di Kyan.
Come se Kyan non rappresentasse una garanzia sufficiente, Hornfel avrebbe mandato il mago Piper ad accompagnarlo. Sarebbe forse potuto succedere qualcosa di cui Piper non fosse in grado di prendersi cura? pens Stanach. Conosceva quell'umano dai capelli d'oro da quando, tre anni prima, Piper era arrivato a Thorbardin. Il suo nome era Jordy, anche se tutti a Thorbardin
lo chiamavano Piper. Soprattutto i bambini dei nani lo chiamavano cos, a causa di tutte le allegre canzoni accompagnate dal suo flauto. L'ossuto Piper e Stanach erano amici sinceri. Il buon umore e la spensieratezza del mago alleggerivano le cupe riflessioni che erano diventate parte della natura di Stanach.
I momenti migliori li trascorrevano nelle taverne di Thorbardin, ammazzando il tempo e svuotando barilotti di birra. I momenti migliori diventavano ancora migliori quando Kyan, arrivato dalla frontiera, si univa a loro, cercando di far passare una storia stravagante come se fosse stata una verit raccontata da Reorx in persona.
Stanach voleva a tutti i costi accompagnarli. Ma doveva trovare il modo per convincere Hornfel che, lui, avrebbe dovuto essere, assolutamente, insieme a quelli mandati a recuperare la spada.
Non aveva preso la decisione a cuor leggero. Il pensiero di lasciare la montagna e di separarsi dal bene ordinato schema delle sue giornate, lo spaventava.
Come giovane membro del Clan Hammerfell, il suo futuro era assicurato. Era un abile artigiano in un mestiere rispettato. Di recente suo padre aveva cominciato a parlare di contratti matrimoniali, e la conversazione di sua madre durante la cena era costellata di riferimenti a questa o a quella fanciulla nana, e di sottili raccomandazioni che allo stesso tempo divertivano e incuriosivano Stanach. Per un nano, un'et di settantacinque anni non era poi tanta, Stanach era ancora giovane, stando all'arco di vita della sua gente, senza nessuna fretta di prender moglie e metter su famiglia. Ma anche una famiglia, a modo suo,  una ricchezza e un patrimonio. Una ricchezza che non pu venir ereditata dai forzieri di un padre.
Te la guadagni con la fiducia, gli aveva detto sua madre. Non  questione di riempire le culle e guardare i bambini che crescono. E questione di dare alla donna che sposi, ai bambini che generi, agli amici che trovi, le ragioni di fidarsi di te. Poi, anche se andrai in giro vestito di stracci, sarai ricco.
Stanach tir su le ginocchia e vi appoggi la testa. Era pi povero di qualsiasi nano cencioso dei burroni. Aveva violato la fiducia che gli era stata data!
Avrei dovuto sorvegliare meglio la spada!
Gi. Ma non l'aveva fatto. La Spada da Re era stata rubata. Anche se Isarn non aveva biasimato il suo apprendista... non ce n'era stato bisogno. Stanach biasimava se stesso e pagava il prezzo della colpa tutte le volte che vedeva il fuoco di una forgia.
Hornfel avrebbe mandato un guerriero, e un mago. Che bisogno c'era mai di mandare l'apprendista che era stato la prima causa della perdita della spada?
Poi Stanach sorrise. Suo cugino Kyan Rex-axe era un bravo guerriero; Piper un mago potente. Ma nessuno dei due aveva visto la spada, nessuno avrebbe potuto riconoscerla se non dalla sua descrizione. Stanach la vedeva ogni notte nel sonno.
Alz gli occhi al cielo ingioiellato, alla stella rossa che ardeva sopra la pi alta vetta della montagna. La leggenda diceva che quella stella era il fuoco che ardeva nella forgia di Reorx.
So che avrei dovuto sorvegliarla meglio, disse Stanach al dio. Padre, se mi darai sufficiente forza e capacit in modo che
io riesca a convincere Hornfel a lasciarmi accompagnare Kyan e Piper, giuro sulla stessa Stormblade che la protegger a costo della vita, e la porter a casa.
Pronunciata la sua preghiera, Stanach si alz dalla sporgenza rocciosa e, compitando mentalmente le parole della sua precisa richiesta al thane, fece ritorno a Thorbardin. Violatore dell'altrui fiducia, aveva definito se stesso. Non poteva pi vivere con quel nome. Con l'aiuto di Reorx, avrebbe trovato il modo d'inoltrarsi con suo cugino e Piper nelle Terre Esterne, per riportare a casa Stormblade.


Capitolo terzo.

Il sangue intrideva la polvere della strada. Quattro nani giacevano morti, e le uniche cose che si muovevano erano il vento che tormentava con le sue gelide dita i loro capelli e le loro barbe, e una cornacchia che gracchiava nel cielo d'un azzurro intenso.
Stanach non sprec nessun pensiero per tre dei nani, salvo la soddisfazione perch erano morti. Il quarto, era Kyan Red-axe. Stanach chiuse gli occhi e chin la testa. Perfino il miglior guerriero, il pi abile, non sempre riesce a difendersi da un vile attacco. Il suo consanguineo Kyan Red-axe era morto, colpito da una freccia che gli si era conficcata nella schiena.
Un cairn, pens Stanach. Sollev lo sguardo sulla cornacchia. Dobbiamo erigere un cairn. Per un nano, morire senza una tomba o un cairn che offrisse riparo al suo corpo significava fare la fine del traditore. Kyan Red-axe non si meritava niente del genere. Stanach prov una violenta nausea allo stomaco quando pens che quello poteva essere il destino del suo consanguineo.
La brezza, fresca e leggera, si stava rinforzando e trasportava con s un odore di zolfo sempre pi tenue. Il fumo, che soltanto pochi istanti prima aveva soffiato in dense volute, si era diradato riducendosi a tanti piccoli tentacoli riccioluti, adesso che il fuoco magico si era spento. Stanach si volt e si guard intorno, cercando il mago. Lo vide un po' pi distante, sul lato della strada, appoggiato contro il largo tronco di una quercia. Le sue vesti rosse avevano il colore del sangue di Kyan.
Sangue versato per Stormblade.
Piper. Non possiamo lasciarlo qui.
Piper scosse la testa. Non possiamo fermarci. Torneranno. Sono qui per un motivo ben preciso, amico mio. L'unico posto dove arriva questa strada  Lungo Crinale, oppure il mare. Quei nani ci sono saltati addosso nel momento stesso in cui siamo usciti dall'incantesimo di trasporto. Ci stavano aspettando. Per cui... siamo nei guai, Stanach.
Stanach, con la mano sul petto di Kyan, come se stesse ancora cercando un segno di vita, aguzz lo sguardo sul mago. Come la maggior parte degli umani, Piper pareva pi alto di quanto, comunque, sarebbe stato giusto. Il suo volto era bianco, e teso. I suoi occhi azzurri erano sfocati. Il mago era stremato. Sudava in quell'aria fredda e il sudore gli appiccicava i capelli colore del sole al viso e al collo.
Piper aveva scatenato due incantesimi del fuoco, lunghe braccia fiammeggianti, nell'istante in cui lui e i due nani erano usciti dall'incantesimo del trasporto. Gli scherani di Realgar li stavano aspettando. Adesso, svuotato dagli sforzi profusi negli incantesimi del trasporto e del fuoco, il mago non sarebbe stato una minaccia per nessuno almeno per qualche ora, e certamente non per le quattro guardie theiwar che ancora si annidavano nelle vicinanze.
Stanach si guard intorno. La linea scura della foresta giaceva fra le ombre alla sua destra. Un terreno spoglio saliva fino alla sommit delle colline rocciose alla sua sinistra. Una volta e mezzo pi alta degli alberi, una pila di pietre mezza crollata si arrampicava verso il cielo ai bordi del bosco.
Adesso il rauco gracchiare della cornacchia pareva pi vicino.
Piper si diede una spinta, scostandosi dalla quercia, pass attraverso le ombre, e si port alle spalle di Stanach. Dobbiamo lasciarlo qui, amico mio. Mi spiace, ma non possiamo rischiare di fermarci qui pi a lungo.
Stanach chiuse di nuovo gli occhi. Il grido di guerra di Kyan era simile al tuono estivo, aveva un braccio destro robusto e il cuore di un guerriero, feroce e generoso. Non ci sarebbe stato nessun elogio funebre per lui e neppure un cairn eretto in fretta. Ma sarebbe stato ricordato.
Stanach si alz lentamente in piedi. Sollev lo sguardo al cielo. Il sole aveva cominciato la sua lunga scivolata gi verso occidente e ben presto sarebbe tramontato. Stanach non voleva farsi cogliere di sorpresa durante la notte. I Theiwar facevano il loro miglior lavoro al buio.
Piper, quanto dista Lungo Crinale?
Il mago scroll le spalle. Otto, forse dieci miglia attraverso la foresta. Cinque lungo la strada.
Stanach grugn. Prese su la sua spada, ancora bagnata del sangue dei Theiwar, e la pul meglio che poteva sull'erba che cresceva al fianco della strada. La fece scivolare dentro la guaina che aveva a tracolla e si caric in spalla lo zaino. Faremo meglio a muoverci. Se, come hai detto, si tratta di una citt occupata, immagino che non lasceranno entrare gli stranieri dopo il buio, no?
Probabilmente no. E... Piper si arrest d'un tratto e indic la cresta della collina pi vicina.
Scuri come lupi, i quattro Theiwar, fuggiti poco prima, erano tornati. Il pi basso di loro stava indicando il bordo della foresta.
Piper appoggi una mano leggera sulla spalla dell'amico. ... e faremo meglio a dividerci.
I quattro stavano scendendo lentamente il pendio, come lupi che girassero intorno alla preda. Avevano aspettato che i fuochi del mago scomparissero, per tornare a completare le uccisioni che avevano cominciato.
Stanach scosse la testa. No, rimarremo insieme.
La voce di Piper era indistinta e sottile. Se rimarremo insieme, puoi star certo che moriremo insieme. Le sue dita accentuarono la stretta sulla spalla di Stanach. Uno di noi due deve arrivare a Lungo Crinale. Raddoppiamo le nostre possibilit, no? Tu punti verso la citt. Questa foresta non  Qualinesti, ma neanche tu sei un boscaiolo, perci non metterti a vagare, Stanach. Non c' certamente bisogno di incantesimi elfici per farti smarrire l dentro.
Tieniti nascosto all'ombra degli alberi. Non perdere mai d'occhio la strada, e ti troverai in una valle coltivata ancora prima di accorgertene. La citt  situata sulla cresta del pendio settentrionale della valle. Cerca Stormblade, trovala, fai quello che devi fare per averla. Poi, vattene.
I nani cominciarono a interporre una certa distanza tra loro. Si allontanarono l'uno dall'altro, formando un ampio semicerchio, sempre muovendosi lentamente. Il vento sollevava la polvere intorno ai loro piedi, dando cos l'impressione che si muovessero librati a mezz'altezza dal suolo pietroso. Stanach drizz l'occhio verso il suo amico.
E tu?
Il sogghigno di Piper fu lento e sagace. Ne ho ancora abbastanza per un altro incantesimo. Ora lascia che mi occupi io di me stesso.
Uno dei quattro Theiwar scoppi a ridere. Era un suono alto e ululante. E lascia che mi occupi anche di loro. Me li tirer dietro a dovere e ben presto li seminer. Tu pensa a trovare la spada, e basta. Torner indietro e t'incontrer qui fra due o tre giorni. Saremo di ritorno a Thorbardin ancora prima che tu te ne accorga.
S, replic Stanach con una smorfia. Sulle ali di un altro dei tuoi incantesimi di trasporto, barcollando, incespicando e cercando un posto in cui vomitare.
Piper scroll le spalle.  molto meglio che farsela tutta a piedi.
Stanach fu d'accordo con lui. Allora aspetta pure. Ma non per sempre. Se non trover al pi presto la spada, dovremo rintracciarla insieme. Dammi cinque giorni. Se non sar tornato, con la spada o senza, fai quello che pensi sia meglio. Guard un'ultima volta Kyan e il sangue che macchiava la strada. Buona fortuna, Piper.
Buona fortuna ora e sempre, Stanach. E se sei sfortunato, fai quello che devi fare. Adesso vai!
Stanach strisci verso le ombre e gli alberi. Si era inoltrato di appena cinque passi dentro la foresta, quando ud levarsi delle voci che imprecavano contro gli di del male, e si volt a guardare dietro di s.
Come un'onda di fumo, una densa nube nera scendeva come un imbuto dal cielo. Fruscii e intensi stridii nervosi riempirono l'aria quando uno stormo di pipistrelli, ciechi di giorno e guidati soltanto dalla volont di Piper, scesero sul pendio della vicina collina come cento piccoli avvoltoi.
Stanach benedisse in silenzio il suo amico per il tempo che quell'incantesimo gli avrebbe permesso di guadagnare, e si diresse verso nord.
Stanach si sentiva soffocare a causa della densa puzza del vecchio incendio. Aveva sentito parlare della guerra da Kyan e dei suoi compagni che pattugliavano il confine lungo il bordo occidentale del territorio dei nani. Pensava di sapere, dopo aver ascoltato quello che raccontavano, quello che avrebbe potuto trovare qui, nelle Terre Esterne. Ma non avrebbe mai immaginato il tipo di distruzione che si stendeva davanti a lui in quel momento.
Una volta, ma non molto tempo prima, quella valle doveva essere stata fertile. Adesso, pens, i passeri sarebbero morti di fame prima dell'inverno. Come Piper aveva detto, la citt si trovava sulla sommit del crinale, all'estremit settentrionale della valle. Praticamente tutto, al di sotto di quel crinale, era ridotto a un ammasso di rovine carbonizzate.
La luce del sole al tramonto si stendeva, morbida e purpurea, sui campi un tempo coltivati, mettendo in evidenza ampie fasce nere l dove le fiamme avevano percorso la valle in tutta la sua lunghezza. Sparse qua e l c'erano chiazze dove le messi non erano state toccate dalle fiamme. Quelle messi, non raccolte da nessuno, luccicavano come sottili vene d'oro. I salici anneriti dal fuoco lungo le rive del fiume, che divideva la valle da nord a sud, artigliavano il cielo come le dita annaspanti di uno scheletro. Fattorie, granai e piccoli casolari isolati giacevano in rovina, ridotti a puri mucchi di macerie, fin dove Stanach riusciva a spingere lo sguardo.
Di l era passato un drago.
Risate grossolane di ubriachi si levavano dalla valle, echeggiando contro il crinale. Saccheggiatori, pens Stanach. Il posto era stato incendiato da poco. I soldati dell'esercito draconico avrebbero impiegato settimane a completare la spoliazione delle fattorie e dei morti.
Appena due settimane prima Pax Tharkas, fra i Monti Kharolis,
era stata conquistata da Lord Verminaard. Le forze di Takhisis
avevano iniziato il loro attacco contro Abanasinia. Stando alla saggezza di Thorbardin questi umani, alla cieca ricerca di nuovi di, e gli elfi che di recente erano fuggiti da Qualinesti, si erano tirati addosso la guerra. Adesso vivevano con il disastro da essi provocato. Oppure erano morti a causa di questo.
Non sono affari miei, pens Stanach, sfilando la spada dalla guaina e allontanandosi. Se non voleva rimanere intrappolato in quella valle sventurata, doveva affrettarsi.
Comunque, fu felice di lasciarsi quel posto alle spalle. Adesso il vento stava aumentando d'intensit, e gemeva attraverso i campi distrutti, dando la sensazione di uno stuolo di fantasmi appena creati.
Respirando il cupo odore della terra grassa, Piper giaceva silenzioso come uno spettro dietro ad un mucchio aggrovigliato di alberi sradicati. Le guardie theiwar facevano lo stesso rumore di una mandria di bestiame che passasse l accanto. Brune e friabili, le foglie cadute frusciavano sotto i loro piedi, e i ramoscelli si spezzavano e crepitavano sotto i loro stivali.
Quand'era fuggito in mezzo ai boschi, Piper si era rincresciuto di non avere sufficiente energia per un incantesimo d'invisibilit. Ma adesso sogghign quando una guardia con un braccio ferito inciamp sulle radici aggrovigliate di un albero. Anche un mulo cieco e sordo sarebbe stato in grado di tenersi fuori dalla loro strada!
Aguzz le orecchie per lunghi istanti, mentre le guardie proseguivano la loro marcia, chiamandosi fra loro e lanciando maledizioni al folto sottobosco. Piper si augur che avessero giusto in mente di dar la caccia alla loro cena in quel bosco: con ogni probabilit avrebbero rivelato ad ogni singolo coniglio, cervo e scoiattolo per molte miglia intorno che l c'erano in giro dei nani.
Dopo un po', i nani in marcia piegarono verso nord, come aveva fatto Stanach, tenendosi lungo l'orlo del bosco. Piper scosse la testa. Alla velocit con cui quei quattro stavano procedendo, Stanach sarebbe entrato e uscito da Lungo Crinale ben prima che i Theiwar si addentrassero nella valle. Stanach, per quanto fosse un nano e con tutta probabilit facesse altrettanto baccano di quei quattro, aveva per lo meno due ore di vantaggio su di loro. Piper si rizz infine a sedere, sbirci intorno a s, e si assicur di essere solo.
Due ore di vantaggio, pens, e non cercavano un mago che in qualche modo era riuscito a rendersi invisibile senza nessun incantesimo. Piper sogghign e si alz in piedi, spazzolandosi le vesti rosse. Socchiudendo le palpebre, sollev lo sguardo al cielo, che qui, fra le ombre degli alberi, era pi luminoso di quanto fosse sembrato fuori in strada.
Un'altra ora o gi di l prima che il sole tramontasse. C'era tempo a sufficienza per occuparsi di Kyan.
Piper si avvicin ai morti che ancora giacevano sulla strada. Nere creature della notte, una mezza dozzina di cornacchie mangiacarogne lo maledissero prima di prendere il volo. Una di queste, appollaiata sopra la spalla di una delle guardie di Realgar, si limit a trovare un migliore equilibrio e rizz la testa, squadrando l'intruso con fredda insolenza. Ti vedo, parve dire la cornacchia. Ti vedo di nuovo.
Piper fu attraversato da un brivido e scagli una pietra contro l'uccello. La cornacchia vol via, stridendo. Piper si mise al lavoro.
Il mago trascin fuori dalla strada i tre assassini di Realgar e li trasport molto addentro nella foresta che si andava oscurando. Anche lui, come Stanach, si preoccupava soltanto per Kyan.
Avrebbe eretto un vero cairn per Kyan Red-axe. Guard di nuovo il sole e decise che avrebbe raccomandato lo spirito del nano a Reorx quando il sole avesse arrossato la pietra con i suoi ultimi bagliori.
Piper lo ritenne adeguato.
S, disse, parlando sommessamente al morto mentre lavorava, non resterai senza tomba, Kyan, amico mio. Quando verr portata a Thorbardin la notizia che Kyan Red-axe  morto, un re reggente ti pianger.
Mentre lavorava, il mago rifletteva. Le guardie di Realgar avevano teso loro un'imboscata mentre lui, Kyan e Stanach erano poco pi di un tremolio nell'aria causato dall'incantesimo di trasporto. Siamo noi gli sfortunati, si chiese, oppure sono loro i fortunati?
Piper trascin l'ultima delle pietre del cairn al suo posto, e and a sedersi accanto al corpo di Kyan sulla strada. Il sole era soltanto un bagliore rosso e i suoi raggi dorati uscivano obliqui dall'orizzonte occidentale. La strada per il nord era immersa nel buio.
Piper lisci il farsetto di cuoio scuro sopra la camicia e le brache di cotta macchiate di sangue che non erano riuscite a proteggere Kyan Red-axe da una freccia assassina. Forse, pens, mentre si chinava per sollevare il suo amico e trasportarlo fino al cairn che aveva eretto, forse Realgar aveva messo delle guardie lungo quella strada perch aveva gi della gente che stava cercando Stormblade a Lungo Crinale. O torneranno indietro da questa parte, oppure Realgar far in modo che nessun altro cercatore entri in citt.
Depose Kyan nel cairn, poi sistem con cura le pietre sopra il suo corpo. Come aveva previsto, l'ultimo bagliore rosso del sole luccic sulle pietre.
Lascia che sia un riflesso della luce della forgia del dio, mormor Piper. Addio, Kyan Red-axe.
Istintivamente port la mano al flauto che aveva alla cintura. Mentre stava erigendo il cairn, delle note tristi e sommesse gli erano echeggiate nella mente. Piper scosse la testa. Ancora per un po', la nenia di Kyan non avrebbe potuto esser suonata. Le note del flauto sarebbero arrivate troppo lontano nella limpida aria della notte.
L'oscurit notturna cal molto presto sulla strada, e Piper si sedette sull'erba, la schiena appoggiata alla tomba di Kyan. Osserv le prime stelle che comparivano nel cielo e segn i punti dove le due lune, la rossa e l'argentea, sarebbero sorte. Avrebbe aspettato, come aveva promesso a Stanach.
Esal un lungo sospiro. Stanach non  un guerriero, pens, e neanche un mago. Ma aveva giurato, ed era pronto a mantenere il giuramento fatto, non importava cosa avrebbe incontrato nel suo cammino.
Si chiese se non avrebbe dovuto tentare di raggiungere Stanach, ma scart l'idea. Non aveva senso percorrere quei sentieri al buio. Se Stanach avesse trovato la Spada da Re questa sera, domani sarebbe stato di ritorno.
Quando stabilisci un punto d'incontro, aveva detto una volta Kyan, o lo rispetti, oppure passerai qualche giorno a dar la caccia ai tuoi amici mentre vagano alla tua ricerca.
Kyan aveva spesso dispensato la saggezza e le tradizioni accumulate durante il suo servizio lungo i confini, davanti ai boccali di birra nelle taverne di Thorbardin. Durante uno di questi giri per i locali della citt, aveva appunto citato quel frammento di saggezza. Piper chin la testa. Non avrebbe pi attinto al succo di tante tradizioni, sgocciolante, dalla viva voce di Kyan Red-axe, n lo avrebbe pi ascoltato mentre narrava le sue avventure. Kyan era morto nelle Terre Esterne.


Capitolo quarto.

Gli abitanti di Lungo Crinale non si erano mai interessati seriamente di teologia fino a quando il drago rosso non aveva colpito. La citt seguiva la religione dei nuovi di, la religione degli antichi di, e la pi comune religione dell'indifferenza. A Lungo Crinale, i Grandi Cercatori non erano zeloti, e i credenti negli antichi di, che qualcuno chiamava i veri di, erano abbastanza silenziosi sulla loro fede. In alcune citt, i fedeli di ciascuna fazione spaccavano le teste agli infedeli. A Lungo Crinale, la vita era stata troppo stabile, troppo certa, troppo dolce per fomentare le dispute religiose.
Alimentata dai prodotti delle ricche fattorie lungo il fiume che scorreva in fondo alla valle e dall'abbondante cacciagione nei boschi e nelle praterie, Lungo Crinale si era rivelata il bottino ideale per cui un'armata di straccioni affamati fosse disposta a combattere, mentre la sua popolazione ben nutrita sorrideva soddisfatta in attesa del suo prossimo pasto. Quando Solace, che si trovava a nord della loro citt, era stata distrutta, i cittadini di Lungo Crinale avrebbero dovuto levare gli sguardi al cielo. Non l'avevano fatto.
Quando Verminaard, col suo rosso esercito, era arrivato fresco fresco dalla sua vittoria contro Solace, si era impadronito di Lungo Crinale in un giorno. Non aveva avuto bisogno di nessuno stormo di draghi, ma di un drago soltanto, il suo Ember dal
colore scarlatto. Non aveva quasi avuto bisogno delle sue truppe, che puzzavano ancora di vallenwood bruciati e di morte.
Mentre il suo esercito stringeva la citt in una morsa,
Verminaard e il suo drago rosso, Ember, avevano incendiato le fattorie della valle, seminando distruzione e morte con una mano dal pugno d'acciaio. Quando infine le fattorie erano state ridotte a terre riarse e desolate, le sue truppe erano penetrate in Lungo Crinale e avevano strangolato la citt allo stesso modo in cui avrebbe potuto farlo la fascia di un torturatore intrisa d'acqua e lasciata asciugare intorno alla gola di una vittima impotente, fino a soffocarla.
Il Grande Lord aveva concesso ai suoi soldati abbastanza libert da saziare quasi del tutto la loro sete di sangue. Poi, con mezza citt distrutta e buona parte della popolazione morta o marchiata per la schiavit nelle miniere di Pax Tharkas, Verminaard aveva decretato la cessazione dei saccheggi, degli stupri e degli assassinii. Aveva posto Carvath al comando delle forze di occupazione, con l'ordine di spremere dalla citt e dai suoi cittadini qualunque altra ricchezza fosse ancora rimasta. Carvath, un capitano umano, magro, giovane, dagli occhi scuri, ricordava a tutti quelli che lo vedevano un procione, anche se qualcuno avrebbe potuto giudicare ingiusto quel paragone, nei confronti di quell'animale cattivo e dal temperamento litigioso.
Adesso, orridi draconici, soldati umani ubriachi, e perfino goblin, erano diventati padroni delle strade di Lungo Crinale. Erano vincitori brutali e selvaggi, i quali prendevano quello che volevano, quando lo volevano, e non esitavano a uccidere chiunque osasse abbozzare una protesta. Erano come lupi che si nutrivano in un ovile senza pastore.
Mentre gli elfi scaricavano la colpa sugli umani, i nani, nella loro fortezza montuosa di Thorbardin, colmi di amaro e antico sdegno, consideravano entrambe le razze responsabili dei peccati del passato e del presente. Sarebbero stati felicissimi di biasimarle anche per i peccati del futuro. A Lungo Crinale la gente cercava di sopravvivere alla giornata all'occupazione del brutale esercito del Gran Lord Verminaard. Quando gli schiavi delle miniere di Pax Tharkas si erano ribellati ed erano fuggiti via dalle montagne, Verminaard aveva distolto la propria attenzione dall'insignificante citt di Lungo Crinale, lasciandola completamente nelle mani di Carvath.
Durante le notti fredde e buie del tardo autunno, la gente di Lungo Crinale si chiedeva, adesso, se non avrebbe dovuto mostrare verso i propri di una ben diversa considerazione.
La taverna era chiamata semplicemente Tenny's ed era, nei limiti del possibile, una taverna libera'. Ci significava che veniva visitata soltanto occasionalmente dagli ufficiali draconici delle forze di occupazione e, per ordine di Carvath, era proibita ai soldati semplici. Tutti naturalmente sapevano che le spie di Carvath frequentavano il posto, anche se i loro affari avevano molto spesso a che fare con cose del tutto estranee alle faccende degli abitanti della citt. Era per questo motivo che Carvath aveva concesso alla taverna la condizione di luogo libero.
Tyorl osservava Hauk da sopra l'orlo del suo boccale di birra. Hauk era proprio il tipo d'uomo che Finn preferiva per i suoi ranger, per la sua Compagnia dell'Incubo: giovane e ardimentoso, con un forte risentimento nei confronti dell'esercito draconico in generale, e pi specificamente nei confronti di Verminaard. Ogni uomo o elfo della compagnia aveva perso amici o parenti a causa dei draconici di Verminaard. Il villaggio di Hauk era stato spazzato via da quei selvaggi guerrieri; il suo vecchio padre, il suo unico congiunto, era stato ucciso da loro. Tyorl, malgrado i suoi parenti si fossero messi in salvo a Qualinesti, aveva perso gli amici e la patria. I due erano tipici ranger di Finn.
Gli uomini di Finn vagavano furtivi lungo le terre orientali di confine fra Qualinesti e i Monti Kharolis, traendo una viva soddisfazione mentre sfogavano il loro spirito di vendetta contro le pattuglie draconiche isolate. Finn non vedeva nessuna ragione per non approfittare della particolare situazione di Tenny's e aveva mandato Hauk e Tyorl con l'incarico di scoprire quante pi cose potevano sui piani di Carvath relativi ai movimenti di pattuglia nella zona.
Quella sera, Tyorl aveva appunto sentito qualcosa che confermava le voci di un movimento di truppe fra le colline pedemontane lungo i Monti Kharolis. Il Grande Lord avrebbe spostato non soltanto le truppe, ma la base stessa dei rifornimenti. Verminaard, ancora furioso per la perdita dei suoi ottocento schiavi, e cercando il modo di salvare il suo orgoglio ferito, voleva portare la guerra al sud e all'est. Voleva Thorbardin, e voleva conquistare i regni dei nani prima dell'inverno.
Il capo dei ranger avrebbe mostrato tutto il suo disprezzo quando avesse saputo dei piani di Verminaard, e la maggior parte del suo disprezzo l'avrebbe rivolto contro Thorbardin. Finn inveiva continuamente contro i nani, i quali erano ben contenti di lasciare che le compagnie dei ranger perlustrassero i confini di Thorbardin, ma continuavano cocciutamente ad astenersi dall'entrare in guerra. Comunque, ci non gli avrebbe impedito di fare del suo meglio per tormentare i guerrieri del Grande Signore.
Ma ogni cosa con ordine. Hauk appoggi la propria spada sul tavolo accanto al pugnale dal manico di corno. La luce del fuoco che ardeva nell'ampio e profondo camino scivol lungo l'elsa dorata della spada, con i suoi solchi d'argento e i cinque zaffiri. La luce riscald le perfette sfaccettature dei gelidi gioielli e illumin la lunga striscia rossa che pareva vivere nel cuore della lama d'acciaio. I quattro uomini che giocavano a pugnaletto al tavolo accanto si erano azzittiti.
S, pens l'elfo, guai in vista. Sperava di portarli tutti e due da Finn in un sol pezzo, Tyorl ebbe un sorriso truffaldino, sperando di riuscire a distrarli.
 una bella spada, disse il pi alto degli uomini, con voce strascicata. Si sfreg con il pugno il mento ispido - era una settimana che non si faceva la barba  e alz il proprio boccale per bere alla salute della lama. La birra trabocc dall'orlo del boccale, ruscellando lungo il pugno e il braccio.
Riconoscendo nell'uomo uno del luogo, Hauk diede una sbirciata alla spada, come se soltanto adesso si fosse accorto che la lama era davvero bella. Annu. Il suo sorriso era tranquillo e aperto. S. Bella abbastanza da meritare una scommessa, Kiv?
Kiv gir lo sguardo intorno al tavolo. I suoi tre compagni annuirono, il naso affondato nei boccali, gli occhi stretti come quelli di gente che non desiderava tradire nessun interesse in una faccenda nella quale ne avevano, in realt, moltissimo. Quegli zaffiri valevano una fortuna! Kiv guard per ultimo l'elfo Tyorl.
L'elfo si limit a scrollare le spalle.  la sua spada. Suppongo che possa scommetterla dove gli pare e piace.
Kiv ebbe un sogghigno e si asciug le mani, bagnate di birra, lungo i gambali delle brache di cuoio irrigidite dal vecchio untume. Sar cos, allora. Si rivolse ad Hauk. Bene, dunque, cucciolo, sar io a scegliere il bersaglio. Mancalo, o rifiutalo, e la spada sar mia.
Hauk appoggi disinvoltamente le mani sul tavolo, fatto di larghe assi, sempre sorridendo con disarmante innocenza. Nessuno, fatta eccezione per l'elfo, aveva visto il gelo nei suoi occhi.
Con un sospiro, Tyorl alz il proprio boccale e si appoggi al muro. Conosceva Hauk da tre anni. E questi tre anni gli avevano insegnato che poteva fare affidamento su Hauk quando si trattava di coprirgli le spalle in battaglia, d'interporsi fra lui e la lama di una spada nemica se vi fosse stata necessit di farlo; gli avevano anche insegnato a non interferire in nessun modo, quando gli occhi di Hauk diventavano di ghiaccio.
Lui e Hauk avevano giocato a pugnaletto tutta la notte, mettendo in palio la cena e la birra, e finora non avevano dovuto pagare neanche una briciola o un giro di boccali. Ed era anche una buona cosa: gli ultimi loro soldi, infatti, se n'erano andati per l'alloggio, e nessuno dei due possedeva neanche una moneta d'acciaio bucata. Ad Hauk piaceva vantarsi di essere in grado di dar da mangiare a tutti e due, a colpi di astuzia e pugnaletto. Di solito, riusciva a confermare le sue vanterie, ma Tyorl sentiva che adesso stavano facendo un gioco ben diverso.
Nessuno offriva loro cibo o bevande per scommessa. La borsa alla cintura di Kiv aveva tintinnato di monete d'acciaio all'inizio della notte. Malgrado fosse considerevolmente pi ubriaco di quanto lo fosse stato un'ora prima, l'omone aveva ancora abbastanza buon senso da sapere che era giunto il momento di cominciare a recuperare le perdite della notte se voleva mangiare domani.
La spada. La voce di Kiv era un brontolio sordo. La spada... contro cosa?
Dimmelo tu.
Kiv si abbandon contro lo schienale. Il legno scricchiol sommesso. Kiv incroci comodamente le mani sul ventre e fiss le travi annerite del basso soffitto della taverna. Tutto quello che si trova nelle tasche dei miei amici.
I tre si agitarono a disagio. Uno accenn a un movimento per protestare. Kiv, sempre con gli occhi sulle travi affumicate del soffitto, si limit a indicare con fare assente la spada, come per attirare l'attenzione del suo compagno sull'oro, l'argento e le gemme. L'uomo si calm, un lampo di cupidigia si accese nei suoi piccoli occhi scuri.
Hauk sbuff. Come faccio a sapere che  rimasto ancora qualcosa in quelle borse?
Kiv fece schioccare le dita, e i tre lasciarono cadere le loro borse sul tavolo. N Hauk n Tyorl mancarono di notare il pesante tintinnare di monete che sbattevano contro altre monete.
L'elfo, con gli occhi assonnati e le palpebre socchiuse, sorrise di nuovo. Quelle monete non valevano la centesima parte della spada, ma Hauk non avrebbe mancato il bersaglio. Sulla parete opposta qualcuno aveva dipinto una forma grigia, vagamente simile a quella di un uomo. Una macchia di vino era il suo cuore. Tutti, salvo cinque, delle due dozzine di colpi tirati contro il cuore del bersaglio, erano di Hauk.
Intorno a loro il crescere e il decrescere di una dozzina di conversazioni parvero trovare un punto di equilibrio e stabilizzarsi. A un altro tavolo quattro abitanti della citt prelevarono dal vassoio della cameriera i boccali appena riempiti, e spostarono le sedie per vedere meglio. Altri uomini si agitarono sulle sedie, fiutando una grande scommessa.
Sul lato opposto della lunga sala comune, due nani vestiti di scuro si sporsero un po' in avanti. Non abbastanza per apparire davvero interessati, not Tyorl. Ma questo era gi in s notevole, quando si considerava che i due nani, fino a un istante prima, non avevano sprecato la propria attenzione su nient'altro, se non la loro conversazione.
La cameriera, con il vassoio di legno ormai vuoto, si allontan dal tavolo accanto a Tyorl. Serpeggiando fra tavoli e sedie con grazia, il corpo snello e la schiena dritta, evit con destrezza le mani dei clienti della taverna che si allungavano da ogni parte per ghermirla. I suoi capelli, del colore del sole al tramonto, dall'aspetto, quasi, di lucido rame, le pendevano gi, oltre le spalle in due folte trecce. Graziosa creatura, pens Tyorl con fare assente.
Kiv, lanciando un'occhiata alle proprie spalle, sprofond ancora di pi nella sua seggiola, la fece gemere e chiuse gli occhi. Il bersaglio  la ragazza, disse con voce sommessa.
Hauk finse un'espressione sconcertata e si gratt la barba. Intende dire il vassoio, non  vero, Tyorl?
Per un attimo, Tyorl pens che Kiv non intendesse affatto il vassoio. Trangugi una lunga e lenta sorsata, e mise gi il boccale sul tavolo. Come per soppesare la domanda di Hauk, guard la cameriera, la quale adesso era arrivata a met strada dal bancone delle mescite, e poi il pugnale di Hauk sul tavolo. La birra versata luccicava sulla lama.
Ma certo che intende il vassoio. Tyorl sfil il proprio pugnale dal fodero. Non  cos, Kiv?
Kiv continu a tenere gli occhi chiusi. Sogghign, ed era il sogghigno pigro e pericoloso di un gatto. Certo, il suo vassoio.
O si centra in pieno... altrimenti, niente.
L'uomo che aveva obiettato alla messa in palio della sua borsa se ne usc in una risata nervosa. Niente punti se si colpisce la ragazza?
La luce del fuoco danz sull'orlo del pugnale di Tyorl. Kiv apr gli occhi, vide la lama e scroll le spalle. Nessun punto, conferm, mordace.
Adesso il silenzio era calato sulla sala, salvo per il lieve fruscio dei passi della ragazza che faceva ritorno al bancone. Nessuno si muoveva o pareva respirare, e lei, scoprendo all'improvviso di essere diventata il punto focale della loro attenzione, si gir lentamente con il vassoio di legno stretto fra le mani.
Hauk, con gli occhi azzurri duri come gli zaffiri azzurri della sua spada, richiuse le dita intorno all'elsa della sua spada. Tyorl
lo sent quasi pensare: cattiva scommessa! Ma non aveva nessuna intenzione di ritirarsi.
Tyorl imprec in silenzio. Con il proprio pugnale ancora nella mano destra, afferr di scatto un boccale con la sinistra e lo scagli con forza.
Ragazza! Abbassati!
Con gli occhi verdi sgranati, la cameriera si lasci cadere e, mentre lo faceva, sollev di scatto il vassoio sopra la testa per deviare il boccale. Il pugnale di Hauk tagli l'aria densa di fumo, un lampo d'argento troppo rapido perch l'occhio riuscisse a seguirlo.
La ragazza url. Qualcuno lanci un titubante, alcolizzato evviva, e poi gli unici suoni udibili furono il sordo tonfo dell'acciaio nel legno e i rantoli singhiozzanti della ragazza. Quei rantoli rimasero sospesi nell'aria per un lungo istante, poi svanirono sotto una crescente ondata di voci e il fracasso di una sedia che si rovesciava sul pavimento, mentre uno degli abitanti della citt, seduto al tavolo accanto, correva accanto alla cameriera che era svenuta.
Anche il vassoio giaceva sul pavimento. Il pugnale di Hauk ancora vibrante era piantato con precisione al suo centro.
Uno dei due nani all'estremit opposta della taverna, con un occhio solo e una faccia sottile, si alz e lasci la sala comune. L'aria fresca e pulita entr dall'esterno nella taverna; la nebbiolina azzurra del fumo del camino cominci a danzare, poi torn immobile quando la porta si chiuse alle spalle del nano. Tyorl not il movimento. Il suo amico, sbiancato in volto sopra la corta barba nera, si alz in piedi spingendo indietro la sedia, e rinfoder la spada. Centro, Kiv.
Kiv chiuse di nuovo gli occhi, senza voltarsi a guardare. Un lento rossore gli stava chiazzando il viso.
Tyorl spazz via dal tavolo le tre borse piene di monete. Vai a chiedere scusa alla ragazza, Hauk. Adesso i nostri amici se ne andranno.
Kiv scosse la testa. Non ho nessun posto dove andare, almeno per ora.
Trovati un posto. Tyorl fece scorrere il pollice lungo l'elsa del suo pugnale. Avete finito di bere e di scommettere, per stasera, le vostre borse sono vuote.
Lo sguardo di Kiv pass dal pugnale di Tyorl alla mano di Hauk, che poggiava sull'elsa della spada tornata nel fodero. La decisione gli venne tolta di mano quando i suoi compagni si alzarono.
Vieni, disse stizzito uno di loro. Abbiamo perso tutte le nostre monete, Kiv. Almeno, non farci rompere le teste, adesso.
Kiv si lecc le labbra, ed esal un cauto respiro. Credo che siamo stati imbrogliati. Tu, ci sei dentro, elfo?
No, rispose Tyorl, con semplicit.
Gli zaffiri luccicavano tra le dita di Hauk come gelidi occhi azzurri. Kiv si protese in avanti, ma la mano del suo compagno cal con forza sulla sua spalla, trattenendolo.
Vieni via, Kiv. Rinnciaci.
Tyorl sorrise.
Infine l'omone si alz del tutto in piedi, allontanando la sedia dietro di s con un calcio, e se ne and. Hauk allent la stretta sull'elsa della spada e attravers la sala per andare a recuperare il suo pugnale.
Il chiacchierio nella sala comune si fece esitante, poi crebbe di nuovo. Tyorl torn ad appoggiarsi alla parete. Non vedeva l'ora di andarsene da Lungo Crinale.
L'odore insipido della birra rovesciata si mescolava al puzzo acido degli strofinacci sudici del bancone. Accasciata l dietro, Kelida serr con forza i denti e in qualche modo riusc a deglutire. Chiuse gli occhi e vide di nuovo il vivido bagliore del fuoco sfrecciare sulla lama del pugnale.
Sent un gemito, e riconobbe in quella voce la propria. Lui... l'aveva quasi uccisa! L fuori, nella sala comune, la conversazione era ritornata normale. Tenny, il taverniere, lanci un ordine secco al garzone. Versata da un barile accanto alla porta, la birra sciaguatt dentro un boccale.
Erano soltanto due settimane che lei lavorava l, nella taverna, ma la prima cosa che aveva imparato era stata quella di tenersi fuori dalle traiettorie dei pugnali. Tenny ammirava quello sport, e non gl'importava che la sua parete facesse da bersaglio. E neppure pareva che gl'importasse che un attimo prima il bersaglio fosse stata la sua cameriera.
Stava riprendendo conoscenza. Qualcuno l'aveva sollevata e messa a sedere, e le aveva schizzato acqua sul viso. Adesso, un rumore di passi si fece udire alle sue spalle. Era il giovane che aveva scagliato il pugnale.
La lama era di nuovo nel fodero. La sua mano non si vedeva. La sua faccia era grigia sotto una stagionata abbronzatura. Si lasci cadere accanto a lei, in posizione rannicchiata, e Kelida vide che stava sudando a profusione.
Mi spiace, le disse. La sua voce era profonda, e quando cerc di ammorbidirla, divenne rauca.
Hai giocato con la mia vita, lei l'accus.
Lo so, lui annu.
Quando le porse la mano, grande, e ruvida per le callosit, Kelida si ritrasse. Era come un orso, tarchiato, dal petto ampio e con la barba nera. Ma, a differenza da quelli di un orso, i suoi occhi erano azzurri. Kelida tenne gli occhi puntati sui suoi, consapevole all'improvviso che lui si trovava fra lei e il passaggio verso la sala comune. Lui lesse la collera sul suo viso, e balz in piedi. Quando si scost di lato, la strada fu sgombra.
Mi spiace, lui ripet.
Kelida si rialz, muovendosi verso il passaggio. Lasciami sola!
 tutto finito, lui disse. E a questo punto sorrise, una smorfia autodeprecatoria gli torse le labbra. Mi  dispiaciuto nel momento stesso in cui il pugnale  volato.
Senza riflettere, Kelida si gir di scatto verso di lui, con le mani serrate a pugno. Ti dispiacerebbe di pi se fossi morta?
Lui non si mosse. Ma non avevo nessuna intenzione di mancare il...
Hai giocato con la mia vita! D'un tratto, la ragazza esplose d'indignazione e di collera. Gli si lanci addosso, graffiandolo e prendendolo a calci. Gli strazi il viso con le unghie. Prima che lui le afferrasse entrambi i polsi in una delle grandi mani, lei vide
il sangue sprizzare da uno dei graffi sopra la sua barba. Lui le tenne entrambe le mani in alto, lontane dal suo viso. Lei gli sput in un occhio.
Lui si asciug con il dorso della mano libera ed estrasse la spada. In quel momento Kelida vide con molta chiarezza i suoi occhi azzurri. Lui si ferm e le liber subito le mani.
Mi spiace. Ho giocato con la tua vita. Tenne in equilibrio la spada sulle due mani aperte e gliela porse come per farle un'offerta. Gli zaffiri incastonati nella sua elsa catturavano quella poca luce, l nella penombra, e irradiavano una
luminosit crepuscolare. Come se fosse l'anima vivente della lama, o una macchia di sangue, una sottile striscia rossa segnava l'acciaio orlato di azzurro.
Kelida arretr, non comprendendo quel gesto.
Prendila.
Io... No. Non la voglio.
 mia e posso darla a chi mi aggrada. Lui le sorrise incoraggiante.  l'oggetto della mia scommessa di stasera.  tua: l'hai vinta di diritto quando la tua vita  stata messa a repentaglio.
Sei ubriaco.
Lui rizz la testa. Ubriaco? S, un po', probabilmente. Ma ubriaco o sobrio, ti do la spada.
Quando lei non fece nessuna mossa per accettare l'arma, lui la depose sul pavimento ai suoi piedi. Si sfibbi dal fianco la guaina di semplice cuoio e la mise accanto alla spada. Senza dire altro, si volt e se ne and.
Per lunghi istanti Kelida fiss quell'opulenza di gioielli, oro e acciaio. Poi, con molta cautela, e come se si trattasse di un serpente, e non del freddo acciaio, gir intorno alla spada e venne fuori nella sala comune, in mezzo agli acri odori del fumo e della birra.
Il giovane stava giusto uscendo dalla porta. L'elfo suo compagno era ancora comodamente appoggiato alla parete. Sollev
lo sguardo dal suo boccale, le rivolse una lunga occhiata di apprezzamento, e alz il suo beveraggio in segno di saluto. Kelida evit i suoi occhi.
I cittadini seduti al tavolo accanto a quello dell'elfo si alzarono per andarsene. Una folata d'aria fresca entr un'altra volta nella taverna quando uscirono. Ma il tavolo non rimase vuoto a lungo. Un nano dalla barba nera l'occup. Scaravent sul pavimento il suo zaino, si sfil dalla schiena una vecchia guaina di cuoio e l'appoggi a portata di mano. Fece segno alla ragazza che gli portasse da bere. Kelida si riscosse e si rimise al lavoro.
Il nano con un occhio solo fuori della taverna non aveva nessun rango e, cosa ancora peggiore, non aveva neppure un clan. I Theiwar erano sopra ogni altra cosa, nani di Thorbardin, per cui consideravano un nano privato del clan niente pi di uno spettro vivente. Era una creatura da ignorare, da guardare come se non esistesse, come se fosse invisibile. Nessuna parola superflua gli era mai stata rivolta dalle guardie di Realgar. Nel normale svolgimento dei rapporti sociali, uno come lui era il niente. Nessuno sapeva cosa avesse fatto quel mago senza clan per meritarsi un simile destino, anche se molti facevano ipotesi.
Qualcuno diceva che si fosse reso colpevole di una fatale trasgressione per ordine del thane. Qualcun altro suggeriva che avesse agito di sua iniziativa per il bene del thane. Qualunque fosse il motivo del suo crimine, Realgar lo teneva vicino a s.
Il sangue dei maghi scorreva nelle sue vene e, malgrado lui stesso non fosse un mago completamente addestrato, era abbastanza competente nella magia spicciola da poter lanciare piccoli incantesimi e agire come la voce e gli occhi di Realgar. Il thane vedeva attraverso il suo occhio... e parlava attraverso la sua voce.
Il suo nome era Agus. Fra i Theiwar era conosciuto come
l'Araldo Grigio. Si mormorava che l'Araldo Grigio potesse tagliare la gola a un uomo e fissarlo sorridendo negli occhi mentre lo faceva.
Adesso, nelle ombre scure del vicolo fra la taverna e le scuderie, Agus stava aspettando Hauk. L'estremit opposta del vicolo disseminato di spazzatura passava tra i recinti delle scuderie e la fucina di un fabbro. Il compagno dell'Araldo Grigio, Rhuel, aspettava l.
Sul lato opposto della strada due soldati dell'esercito dei draghi, entrambi umani, si stavano avvicinando con passo vacillante alla loro caserma. Ubriachi, pens l'Araldo Grigio, e nessun problema per me.
Dalla stalla arrivava lo scalpitio impaziente di un cavallo che stava scalciando contro il suo box. Il nano sent il legno dietro la sua schiena fremere per l'urto. Uno stalliere lanci un'imprecazione, e il cavallo eruppe in un alto nitrito.
La porta della taverna si apr. Rumori e luci si riversarono sulla strada, poi si dissolsero quando la porta torn a chiudersi. L'Araldo Grigio si scost dalla parete della scuderia, il pugnale stretto in mano. Un rumore di passi, sordo e lento, si avvicin. In fondo al vicolo, Rhuel usc dalle ombre.
L'Araldo Grigio inspir brevemente e sbirci fuori. Hauk, a testa bassa e soprappensiero, si stava allontanando dalla taverna nella direzione che l'avrebbe portato fuori del vicolo. L'Araldo Grigio sorrise e fece un rapido gesto con la mano destra. La magia sussurr nell'ombra del vicolo.
Hauk si ferm all'imboccatura del vicolo e drizz la testa, come se avesse udito qualcuno fare il suo nome. Si volt a guardare nella direzione dalla quale era venuto e non vide nessuno. La strada era vuota. Adesso, tutto quello che udiva erano le risate ovattate e le conversazioni dentro la taverna. L'Araldo Grigio mosse di nuovo la mano, questa volta il suo gesto fu pi complicato.
Malgrado fosse convinto di proseguire lungo la strada, Hauk entr nel vicolo, inoltrandosi in un incantesimo del sonno. Il nano con un occhio solo era convinto che Hauk non avrebbe ricordato neppure la lunga e lenta caduta prima di toccare il suolo.
Kelida rovesci l'ultima sedia e lasci cadere lo straccio in un secchio di legno pieno d'acqua sulla quale galleggiava un denso strato di sporco. Adesso la taverna era tranquilla, salvo per lo sbattere delle pentole in cucina e i grugniti e le imprecazioni di Tenny, mentre trasportava fuori nel vicolo i barili di birra vuoti. Scost col dorso della mano i capelli che le sfuggivano a ciuffi dalle trecce. Con i piedi che le facevano male e le braccia doloranti a forza di portare vassoi carichi di boccali, stanotte si sentiva pi stanca di quanto lo fosse mai stata prima. Neppure durante il periodo del raccolto, con campi dopo campi di frumento, mais e fieno da tagliare, ammucchiare e trascinare, si era mai sentita cos stanca.
La gola le si strinse. All'improvviso, lacrime pungenti le riempirono gli occhi. Non ci sarebbe stato nessun raccolto, quell'anno. E nessun raccolto neppure l'anno prossimo. Qualcuno, in un momento di amaro umorismo, aveva detto che le fattorie erano impestate... Impestate dai draghi.
No, fu pronta a correggersi Kelida: soltanto un drago. Un solo
drago era stato pi che sufficiente. Ci che aveva vissuto il giorno in cui il drago rosso aveva colpito, avrebbe popolato i suoi incubi per molto, moltissimo tempo. Si gir al rumore della porta esterna che si apriva. Qualche pensionante che tornava tardi, pens, e guard per vedere chi fosse entrato. L'elfo, il cui amico aveva scommesso la sua vita al lancio del pugnale, chiuse la porta in silenzio dietro di s. Kelida si chin per sollevare il secchio, e l'elfo attravers la sala comune con tre lunghi passi e glielo tolse di mano.
Lascia che faccia io. Dove, devo...
Kelida gl'indic lo spazio dietro il lungo cavalletto, alle sue spalle, che faceva da bancone. Grazie. E pass dietro al bancone per finire le pulizie.
L'elfo lasci il secchio accanto alla porta della cucina e torn nella sala comune. Appoggi i gomiti sul bancone e, senza dire una parola, segu con lo sguardo Kelida che lavorava.
La taverna  chiusa, lei gli disse, senza distogliere gli occhi dal suo lavoro.
Lo so. Ma non sto cercando da bere. Sto cercando Hauk.
Chi?
Hauk. Tyorl ebbe un lieve sorriso e mim il lancio di un pugnale. Lo hai incontrato poco fa. Lo hai pi visto?
No. Kelida sfreg con forza una macchia appiccicosa di vino.
A guardarti, sembra che non te ne importi niente di lui.
Allora lei sollev lo sguardo sull'elfo. I suoi grandi occhi azzurri danzavano divertiti. Mentre il suo amico era tarchiato e muscoloso, questo elfo era alto di statura, e magro. Hauk si era mosso col passo solido e pesante di un orso. L'elfo aveva la grazia di un cervo. Kelida non sapeva giudicare la sua et. Poteva esser giovane o vecchio. Raramente si riusciva a indovinare con un elfo.
Tyorl, lui disse, come se lei gli avesse chiesto il suo nome.
Kelida annu. Non ho pi visto il tuo amico da quando... da quando ha lasciato la taverna questa sera, sul presto.
Non  tornato per rivendicare la spada?
Me l'ha donata.
Tyorl scroll le spalle. Oh, s. Le scuse di Hauk sono sempre stravaganti.
Kelida gli lanci una rapida occhiata. Pens d'un tratto che quella spada, che le era parsa cos bella e costosa, poteva essere, con molte probabilit, uscita dai forzieri di un signore degli elfi.
Era tua? Ha detto che era sua, e che poteva scommetterla. Ma...
Oh,  sua, se  per questo. Lui  lo spadaccino, signora. Io sono l'arciere. E se ho necessit di qualcos'altro, ho il mio pugnale. Tyorl sorrise. Gli ho insegnato a giocare al tiro al pugnale, e posso ancora batterlo. Mi basta.
Suo malgrado, Kelida rispose al suo sorriso. Quella spada potrebbe comperare mezza citt.
Comprerebbe questa citt e altre due di uguali. Non  ancora tornato?
No, ma io... io ho la spada. L'aveva messa nel ripostiglio, ma prima l'aveva avvolta in un vecchio sacco di farina, nascondendola poi dietro due vecchie botti di rovere. Il vino in queste botti era il migliore che Tenny avesse, e nessuno osava spillarlo salvo lui. Quella sera non aveva avuto nessun motivo per spillarne. E Kelida aveva pensato tutta la notte alla spada e alla ricchezza che rappresentava. Forse avrebbe potuto venderla e trovare un modo per andarsene da Lungo Crinale, anche se non aveva nessuna idea di dove trasferirsi.
Devo andare a prenderla?
L'elfo corrug la fronte. Me la daresti?
Cosa dovrei farne?
Venderla.
Kelida scosse la testa. E poi cosa?
Non lo so. Andartene da qui.
Non c' nessun posto dove andare. La mia famiglia... la mia famiglia  morta. Nessuno viaggia solo per le strade. E non lo farei certamente se avessi con me qualcosa che vale la pena rubare. Lo fiss con attenzione. Inoltre,  la spada del tuo amico. Perch dovresti volere che io la venda?
Non voglio che tu la venda. Sono soltanto sorpreso che tu non voglia venderla. Ma  lo stesso. Presto o tardi torner a prenderla.
Kelida riprese a strofinare. Ti ho detto che me l'ha data.
Tyorl annu. Be', s, ti meriti una certa dose di vendetta sul nostro amico Hauk. L'elfo sorrise e si spinse lontano dal bancone. Non cederla con troppa facilit, signora. Fallo sudare un po', eh?
Kelida non rispose niente, ma segu con lo sguardo Tyorl che lasciava la sala comune e saliva i gradini che portavano alle stanze al piano di sopra. Recuper la spada, uno scomodo fagotto avvolto nel vecchio telo di sacco marrone, e lo port nella stanza fredda e piena di spifferi in cima alla taverna.
La stanza sovrastava il cortile della scuderia e sapeva di stalla e del puzzo acido e fumoso della taverna, cosa alla quale si era ormai quasi del tutto abituata. Quello squallido alloggio le costava i due terzi netti della sua paga. I pasti e qualche moneta in tasca costituivano il terzo rimanente.
Kelida si lasci cadere sul pagliericcio e sulle ruvide coperte di lana che le facevano da letto. Disfece il fagotto che conteneva la spada, la fece scivolar fuori un po' dalla sua guaina disadorna, e contempl l'oro e l'argento, gli zaffiri e l'acciaio, che catturavano il debole riflesso delle stelle.
Hauk aveva scommesso tutta quella ricchezza sulla capacit della sua mano! Era pazzo, oppure era stato soltanto un po'
troppo ubriaco? I suoi indumenti, il cuoio da cacciatore, e gli alti stivali, le avevano dato l'idea che fosse un ranger.
Decise che la voce di Hauk sarebbe servita assai meglio a lanciare un urlo di trionfo davanti a una preda uccisa, oppure a ruggire una sfida. Certo, non doveva essergli stato facile piegarsi e chiederle scusa a bassa voce. D'un tratto, Kelida si trov a desiderare che arrivasse presto il mattino, e che Hauk tornasse a chiedere la spada.
Poi ricord che era arrabbiata con lui. Una piccola vendetta, aveva detto Pelfo. Kelida sorrise. Supponeva di essersi meritata una piccola vendetta.


Capitolo quinto.

Le pietre recavano tracce di sangue, i segni del passaggio di ottocento persone. I profughi si sdipanavano in una lunga fila sparpagliata e barcollante. C'erano continui sbandamenti ed esitazioni fra loro. Alcuni di quelli che cadevano si rialzavano. Altri rimanevano a terra, assaporando la polvere rossa e rabbrividendo per il freddo, fino a quando non venivano oltrepassati o aiutati da altri a risollevarsi. Se qualcuno li aiutava, ringraziavano i loro soccorritori, quando avevano il fiato per farlo. Se invece venivano superati senza che nessuno desse loro una mano, si tiravano su in qualche modo da soli. Se non lo facevano, erano morti.
Donne con pargoli al seno, e i bambini pi grandicelli dietro di loro, seguiti dagli uomini. Affamati, sempre affamati, guardavano incessantemente lungo ambedue i lati della fila frastagliata, alla ricerca di qualcosa da mangiare. Ma i pianori erano vuoti. Non vi cresceva niente, la selvaggina era fuggita da tempo davanti all'esercito dei profughi.
Affamati. Erano sempre affamati.
Le colline si levarono davanti a loro, passarono sotto i loro piedi sanguinanti, e si levarono di nuovo. Queste erano le colline del sangue, rosse come il loro nome, rocce crudeli di pietra amara e polvere soffocante. Qui l'acqua era salmastra, aveva un sapore schifoso. Nessuno si ferm a riempire anche una sola fiasca d'acqua. Nessuno si attard a placare una sete ancora pi dolorosa della fame.
Pochi si chiedevano se Thorbardin sarebbe stato il loro rifugio. Pochi avevano la forza di chiederselo, e nessuno aveva la forza di chiedersi cosa sarebbe successo se i nani avessero rifiutato loro l'asilo.
Faremo in modo che ci ascoltino, aveva dichiarato Tanis.
Quello era stato sufficiente per gente che non aveva nessun altro posto in cui andare.
Basta! Basta cos! L'urlo di Gneiss per riportare l'ordine interruppe l'indignata filippica di Rance come un lampo che avesse attraversato una torrida serata estiva. Le pareti della Grande Sala erano rivestite di arazzi, ognuno dei quali raffigurava vividamente una scena della storia dei nani, intessuta con un'arte magistrale in un intreccio di fili luccicanti dai ricchi colori. Ma gli arazzi non riuscirono ad ammutolire l'urlo profondo di Gneiss, il quale una volta ancora si sforz d'ignorare il mal di testa che gli ruggiva dietro gli occhi.
Gli arazzi non erano mai riusciti a smorzare gli strepiti e la collera delle zuffe che si erano scatenate in quella Corte dei Thane. E Gneiss non sapeva perch mai avrebbero dovuto farlo proprio adesso.
Le torce, nelle loro nicchie cesellate d'argento, tremolavano come se stesse per scatenarsi una bufera di vento. Le ombre correvano su per le colonne portanti, sfumando nell'oscurit del soffitto a volta. I sei nani riuniti nella Corte dei Thane si azzittirono.
Hornfel, Hylar e figlio di grandi re, attese con pazienza che tornasse la calma. Realgar, mago derro dagli occhi scuri e dall'anima tenebrosa, progettatore di delitti, osservava Gneiss allo stesso modo in cui un serpente guata la sua preda. Rance, il suo alleato dal temperamento assassino e dalle violente collere che gli annebbiavano la mente, era rimasto in piedi, rigido e impettito, in attesa non che gli venisse restituita la parola, ma che la sua rabbia si raffreddasse abbastanza, cos da poter riprendere la filippica con tutto il suo vigore. Tufa si passava le dita a mo' di pettine attraverso la barba rossa, muovendosi con gran cautela, per non far pensare a un gesto insultante e per non offrire, allo stesso tempo, nessun incoraggiamento, e guardava altrove. Il nano dei burroni, Bluph, non guardava proprio niente, salvo l'interno delle proprie palpebre, e russava dolcemente. Aveva continuato a dormire perfino durante l'indignato tuonare di Rance e l'esplosione di Gneiss che imponeva silenzio.
Rance, il Daergar, serr i pugni, con la mascella dura come la pietra. Non era facile azzittirlo. Per la forgia del dio, basta! Ottocento? La sua voce divenne pericolosamente bassa. Io dico di no. Dobbiamo forse dare il benvenuto a ogni pezzente e vagabondo che riesce ad arrivare alle nostre porte? No. Sbuff, dichiarando con disprezzo il proprio rifiuto. La prossima volta ci chiederai di mandare degli inviti, perch chiunque lo desideri venga qui a uccidere i nani!
Gli occhi di tutti si voltarono a fissare Gneiss, che era ritornato alla sua immobilit. Gneiss non sorrideva, anche se avrebbe potuto farlo. Era orgoglioso del proprio autocontrollo. Lanci un'occhiata a Tufa, il thane dei Klar, sovrano dell'unico clan dei nani delle colline che adesso vivesse a Thorbardin. L'osservazione arrogante e sdegnosa di Rance aveva colpito nel segno. Gli occhi castani di Tufa, di solito pacati e pazienti, s'indurirono.
Qui c' qualcuno, pens Gneiss, bell'e pronto a passare nel campo di Hornfel.
Hornfel lo sapeva e sorrise. S, pens Gneiss, nascondi pure il sorriso nella tua barba, amico mio. Hai capito che adesso Tufa  tuo.
Gneiss sospir e tamburell con le dita sull'ampio bracciolo di marmo del suo trono. Bluph degli Aghar avrebbe anche lui votato a favore di Hornfel. Lo faceva sempre, fintanto che era sveglio. Il nano dei burroni era una patetica e inutile creatura in quasi tutte le circostanze, ma Gneiss era convinto che Hornfel non disprezzasse affatto qualunque possibile aiuto nel suo tentativo di concedere asilo ai profughi. Perfino l'aiuto di un nano dei burroni privo di casta.
In quel momento Bluph stava russando e gorgogliando, la sua testa era beatamente appoggiata sul bracciolo di pietra del suo trono che gli faceva da cuscino. Bluph aveva continuato a farlo fin quasi dall'inizio di quella riunione serale senza precedenti del consiglio dei thane, perfino durante le pi tonanti invettive di Rance.
Gneiss non avrebbe saputo dire, da parte sua, che decisione avrebbe preso circa l'ammissione di ottocento profughi umani a Thorbardin. Come Rance, lui non aveva nessun desiderio di riempire di esseri umani le caverne di Thorbardin, ma non provava sorpresa nel constatare, invece, quanto fosse favorevole l'Hylar. Non era vero, forse, che Hornfel teneva accanto a s, da tre anni, quel mago allampanato dalla testa gialla? Dov'era adesso quello strano tipo, quel Piper?
Realgar se ne stava appoggiato contro un bracciolo del suo trono legittimo con l'atteggiamento annoiato di qualcuno che sta osservando un interminabile litigio di bambini. Il trono del Theiwar era ingombro di parecchie pergamene, della spada che era solito portare con s durante le riunioni del consiglio (e qualcuno riteneva che fosse qualcosa di pi di un'arma da cerimonia), e del suo mantello leggero. Gneiss rabbrivid quando Realgar, percependo che qualcuno lo stava guardando, si volt e gli sorrise.
Era il sorriso esangue di un serpente che distendeva le ampie mascelle mentre si crogiolava alla calda luce del sole.
Intrappolato dagli occhi di quel serpente, Gneiss non guard altrove. Rabbrividendo, ebbe l'improvvisa impressione che Realgar avesse origliato nei suoi pi intimi pensieri. Magie tenebrose mescolate a passioni ancora pi oscure si annidavano, come ombre in agguato, negli occhi piatti e neri del mago derro. Pareva che esibissero la feroce soddisfazione di qualcuno che con cura sta predisponendo un piano che in nessun caso pu fallire.
Ma... quale piano? Un gelido filo di paura serpeggi attraverso i visceri del Deawar, il quale si costrinse, infine, a guardare altrove. Non era un segreto che Realgar si opponesse a Hornfel. Al giorno d'oggi non c'era nessuno che, a buon diritto, potesse occupare il trono vuoto del gran re. E nessuno lo avrebbe mai fatto. Ma correva voce che un fabbro avesse forgiato una vera Spada da Re, e che questa fosse destinata all' Hylar, e che del sangue fosse gi stato versato nella disputa per il suo possesso.
Gneiss attribuiva a quelle vaghe voci ricorrenti lo stesso poco credito che dava all'idea che un giorno qualcuno avrebbe ritrovato il Martello di Kharas. Ma... se quelle voci, dopo tutto, rispondevano a verit, Hornfel avrebbe potuto presiedere il consiglio come re reggente. E questa era una cosa che Realgar non avrebbe mai tollerato. La violenta bramosia che Realgar mostrava per il potere affondava in profondit tanto quanto la sua anima di tenebra.
S, Hornfel, pens Gneiss, non so se esiste davvero questa Spada da Re. Ma so che farai meglio ad osservare con la massima attenzione gli occhi di costui. Un giorno potresti leggere in essi quanto ti resta da vivere.
Gneiss si sporse in avanti. Io vi dir questo: ci sono questioni da valutare su entrambi gli aspetti.  vero, questa guerra non  affar nostro. Non siamo stati noi a causarla, e non la combattiamo. Quello che gli umani e gli elfi si sono tirati addosso  qualcosa con cui devono sbrigarsela loro stessi.
Rance inspir a fondo, pronto a ribattere con estrema energia, ma Gneiss lo fiss con un'occhiata gelida e prosegu: Eppure, l'Hylar ha ragione. Possiamo scegliere d'ignorare la guerra, ma questo non la far sparire. E si sta facendo pi vicina a noi.
Secondo il rapporto del nostro esploratore, questi profughi si sono messi in viaggio soltanto adesso da Pax Tharkas. Sono ottocento, e sono deboli. Non stanno rumoreggiando alle nostre porte, non ancora. Rimandiamo la nostra decisione, prendiamo tempo per riflettere.  anche giunto il momento di pensare a come faremo a difendere Thorbardin quando saranno gli eserciti draconici ad attraversare i Pianori della Morte, e non dei profughi cenciosi.
Hornfel, che era rimasto in silenzio fino a quel momento, guard Gneiss. C'erano altre cose che Gneiss avrebbe potuto dire, ma aveva deciso di farle dire, invece, all'Hylar.
Quando parl, la voce di Hornfel era bassa e uniforme. Il
Daewar ha ragione. Abbiamo tempo. Ma  un tempo che  scandito dal rumore dei passi che si avvicinano alle nostre porte. Pensateci, amici miei, ma pensateci bene. Che vi piaccia o no, avremo ben presto bisogno di alleati. Pax Tharkas non  caduta.  sempre una roccaforte dell'esercito dei draghi. Verminaard non  morto. Gli schiavi che teneva nelle nostre antiche miniere sono stati liberati, ma non da un esercito. Se il rapporto dell'esploratore  corretto, questi ottocento sono stati liberati da una banda di soli nove avventurieri, non uno di pi.
Gli occhi di Hornfel si strinsero. La luce dorata delle torce traeva riflessi nelle profondit della sua barba castana. Questi profughi, desiderati o no che siano, sono diretti a Thorbardin. Verminaard lo sa... potete esserne certi.
S, ringhi Rance. Non dubito che lo sappia. Perch mai, allora, vuoi accoglierli?
Gneiss sent pietra e ghiaccio nella voce dell'Hylar, quando rispose. Perch, Rance, noi siamo nani di Thorbardin, e le scelte le facciamo noi. Non  Verminaard a imporci quando e come dobbiamo offrire ospitalit.
Si alz di scatto e indic con un gesto Bluph, il quale continuava a russare e a borbottare. Questo  il primo buon suggerimento che ho sentito dall'Aghar durante tutto l'anno.  tardi e siamo tutti stanchi. C'incontreremo di nuovo domani.
Gneiss segu con lo sguardo Hornfel che usciva a grandi passi dalla Corte. Per tradizione era suo diritto, in quanto thane Hylar, aprire e aggiornare gli incontri del consiglio.
Raramente esercitava quel diritto, pens Gneiss sarcastico, ma quando lo faceva, non si premurava neppure di aggiungere con-il-vostro-permesso. Il Daewar si sfreg, sovrappensiero, il palmo della mano, mentre Rance e Realgar si scambiavano occhiate.
Realgar percorse senza alcuna difficolt le buie gallerie sotto le caverne agricole. Non aveva nessuna torcia, n era costretto a procedere a tentoni. Era un Theiwar, e in quanto tale non soltanto tollerava il buio, ma addirittura lo bramava. Qui, nella pi assoluta oscurit delle gallerie, lo guidava la sua perfetta visione notturna. Le pupille anormalmente dilatate cancellavano quasi del tutto i bordi delle sue iridi castane. Un cupo bagliore rosso del colore della pietra da cui Realgar prendeva il nome ardeva costante nelle profondit dei suoi occhi. Chiunque avesse guardato dentro quegli occhi avrebbe pensato a una fiamma senza fondo.
Malgrado avesse tentato per tutta la giornata, Hornfel non aveva ancora conquistato il Consiglio dei Thane al suo modo di pensare. Ma era vicino. Era l'espediente di un intrigante, pens Realgar con dispetto, invocare la sacra tradizione dell'ospitalit dei nani. Era un espediente che avrebbe potuto funzionare. Pochi tra i membri del consiglio, sempre che ce ne fosse qualcuno, desiderava davvero offrire rifugio, e certamente non ospitalit, a ottocento vagabondi. Eppure nessuno avrebbe accettato a cuor leggero una sfida al loro diritto di farlo.
A mano a mano che s'inoltrava sempre pi in profondit nel cuore della montagna sotto Thorbardin, i pensieri di Realgar divennero pi cupi, assumendo l'identico aspetto buio delle gallerie.
Era un oratore fin troppo efficace, questo Hylar che pretendeva alla reggenza. Se avesse avuto tempo sufficiente, avrebbe potuto convincere Gneiss a votare insieme agli altri dal cuore tenero, e poi avrebbero aperto le porte di Thorbardin alle legioni straccione degli umani che stavano fuggendo da una guerra da loro stessi creata.
Realgar serr i pugni contro i fianchi. Nel mezzo delle scomposte concioni e della furiosa opposizione di Rance, il Theiwar aveva sentito come una fredda ombra azzurra sulla neve il tocco della mente dell'Araldo Grigio. In quell'istante aveva visto l'Araldo Grigio immobile contro la parete di una stalla schizzata di fango, in un vicolo inzuppato di pioggia, a Lungo Crinale.
Avevano trovato il ranger... ma non avevano trovato la spada.
Il furore di Rance era il broncio di un bambino, al confronto di ci che imperversava nella mente di Realgar, in quel momento. Nessuno sapeva, e nessuno aveva visto. Neppure Gneiss, che l'aveva fissato con tanta intensit. Ma l'Araldo Grigio aveva sentito la sua imprecazione.
In precedenza, aveva rintracciato il ranger con la Spada da Re. Quando avevano deciso di tendergli un agguato, l'aveva ancora con s. Adesso, non sapevano dove mai fosse finita.
Realgar ringhi. L'altro ranger... Pelfo, doveva averla lui!
Oppure... chi? Kyan Red-axe era morto. Quel mago, il prediletto di Hornfel, e l'apprendista del folle Isarn, erano ancora vicino alla citt, ma finora non sapevano ancora nulla di Hauk e di Stormblade. Erano impegnati ad evitare Brek e le sue guardie. Era indispensabile impadronirsi dell'umano, e quell'elfo andava sorvegliato da vicino.
Portami questo ranger, aveva comunicato ad Agus, mentre continuava a sorridere a Gneiss, ed io sapr chi ha la spada nel giro di un'ora.
In quel momento, l'Araldo Grigio aveva appoggiato le mani sulla testa del giovane umano e aveva pronunciato le parole dell'incantesimo del trasporto. Adesso, Rhuel e Agus lo stavano aspettando insieme al ranger, Hauk, nelle profondit di Thorbardin.
La galleria si stava allargando, le sue pareti spioventi retrocedettero e svettarono all'improvviso verso il soffitto divenuto molto pi alto. Realgar scopr la chiostra dei denti in un sorriso funereo, mentre entrava nell'ampia caverna circolare. Il luogo era buio come lo era stata la galleria, le sue pareti altrettanto ruvide e umide. Realgar attravers il pavimento, qui pi liscio, e si arrest accanto al corpo del ranger privo di sensi.
Hauk si mosse. Il Theiwar sorrise e con un gesto distratto della mano conged le due guardie.


Capitolo sesto.

In un vicolo che serpeggiava dietro a quella che un tempo era stata la pi prospera strada di negozi di Lungo Crinale, un vecchio kender strinse le palpebre per proteggere gli occhi contro il vento umido della notte, e accost ancora di pi il proprio viso ad una porta chiusa. Il puzzo del legno bruciato riempiva il vicolo, e il kender fu scosso da un violento sternuto, poi da un altro. Quel negozio era uno dei pochissimi, lungo tutta la strada, che fosse rimasto ancora intatto. Il drago l'aveva mancato, intenzionalmente o no, e perfino i soldati scatenati nel saccheggio non l'avevano troppo danneggiato. Il kender stava affrontando un momento difficile con la serratura.
Lavim Springtoe non era assolutamente pronto a prendere in considerazione la possibilit che stava diventando troppo vecchio per possedere ancora la destrezza sufficiente ad aprire perfino una serratura semplice come quella. Aveva sessant'anni, e non era davvero una grande accumulazione... Anche Lavim, come qualunque altro kender, sapeva che lo zio Scassatrappole era vissuto ben oltre i settant'anni prima di trovarsi costretto ad ammettere di sentirsi un qualcosina di meno di un giovanotto.
In effetti, lo zio Scassatrappole era vissuto, a quanto si diceva, fino alla matura et di novantasette anni, prima che il terrificante fantasma della Palude di Rigar alla fine se lo portasse via. Ma per quanto lo riguardava, Lavim non era affatto certo che un qualche terrificante fantasma si fosse
davvero impadronito' dello zio Scassatrappole. Quella dubbia
informazione proveniva dalla zia del cugino di suo padre, ed era ben noto in tutta la famiglia che la zia Evalia non riusciva mai ad assorbire i fatti in maniera corretta. Lavim aveva sempre sentito dire, dal nipote della sorella di sua madre, una fonte parecchio pi attendibile, che era imparentata con lo zio Scassatrappole attraverso un secondo cugino, che, semmai, era stato lo zio Scassatrappole ad acchiappare il terrificante fantasma. E, certamente, cos raccontata quella storia era molto pi soddisfacente.
Il kender, un po' curvo e con i capelli bianchissimi, scrut di nuovo il vicolo, tendendo l'orecchio per sentire se si avvicinava qualcuno. Non sent nessun rumore di passi, e riport la sua attenzione sulla porta posteriore del negozio.
Non che i suoi occhi fossero deboli: la sua vista,
semplicemente, era menomata dalla coltre di fumo fuligginoso in cui si era trasformata quella che un tempo, a Lungo Crinale, era aria. Lavim era certo che, se anche le sue mani tremavano, questo non era dovuto all'et, ma alla fame. Poich il posto in cui stava cercando di entrare era la bottega di un fornaio, Lavim pensava che, molto probabilmente, l dentro doveva esserci qualcosa da mangiare che non interessava nessuno. Dopo, avrebbe riparato la serratura, facendo in modo che si chiudesse anche meglio di prima.
Scosse la testa, buttando dietro la spalla la lunga treccia bianca, e si rimise al lavoro. Tutte le sottilissime linee della sua faccia bruna coperta di rughe divennero ancora pi scavate per la concentrazione. Si appoggi per qualche istante alla porta, non tanto perch i suoi lunghi orecchi sghembi potessero trovarsi pi vicini alla serratura per sentir cadere i perni, ma per poter preparare la spalla per un perfetto equilibrio.
Si dice che l'altezza dell'occhio di un kender sia quella delle serrature, allo stesso modo in cui una tamia ha tutto quello spazio extra nelle guance. Un giro della sbarretta orizzontale della serratura produsse il soddisfacente "snick!" di un perno che cadeva. Un secondo giro, e poi un terzo, e la serratura non fu pi tale.  ovvio, pens Lavim, mentre s'intrufolava in silenzio nel retro della bottega del panettiere: quella serratura non era stata concepita per tener fuori nessuno. A modo suo era un invito.
Una piccola pagnotta di pane marrone giaceva in bella vista su un tavolo. Lavim se la cacci in tasca e pens a quanto il fornaio sarebbe stato contento di scoprire che qualcuno aveva salvato il suo negozio dalle depredazioni dei sorci che, certamente, sarebbero arrivati a frotte l dentro una volta che avessero scoperto
che c'era del cibo in giro. Prelevati tre dolcetti al miele da un vicino scaffale, Lavim salv il fornaio dai ratti. Difese lo sfortunato negoziante dalle formiche quando riemp di panini dolci una piccola borsa, e consider finalmente completo il lavoro di quella notte quando si cacci in tasca quattro focaccine, salvando cos l'infelice fornaio da un'infestazione di scarafaggi.
Contento, perch grazie a lui il fornaio la mattina dopo, ritornato al suo negozio, sarebbe stato un uomo felice, Lavim Springtoe sgusci di nuovo fuori dalla porta, nel vicolo, ripristin la serratura, migliorata, e si diresse verso la taverna.
Si chiese se la taverna tenesse ancora in cantina lo spirito dei nani. Le attuali forze di occupazione - suo padre le avrebbe chiamate d'infestazione - rendeva questa possibilit altamente improbabile. Oggigiorno pochissimi rifornimenti arrivavano fino a Lungo Crinale, e quei pochi venivano rapidamente sequestrati e consumati dall'esercito di Verminaard. Lavim, per, era un tipo che sapeva guardare avanti. Suo padre, il quale aveva posseduto un interminabile patrimonio d'esperienza kender e ne aveva trasmesso la maggior parte a suo figlio, amava dire che una borsa vuota non si sarebbe mai potuta riempire, a meno di non aprirla.
Lavim si avvi in direzione della taverna masticando un gran boccone di dolcetto al miele, sentendosi fortificato dall'ottimismo di suo padre.
Sentiva adesso una gran sete, a causa di tutto il lavoro e delle buone azioni che aveva fatto, e rimanevano ancora alcune ore prima che le sentinelle dichiarassero l'inizio del coprifuoco.
Stanach si sentiva oppresso dal rumore e dal calore della taverna. Il locale era immerso nel tanfo della lana e del cuoio bagnati, cui si aggiungevano il vino acido e la birra rovesciati molto tempo prima. Ma questi non erano peggiori degli odori di alcune delle taverne che lui e Kyan avevano frequentato a Thorbardin. La sua sensazione di oppressione era ancor pi accentuata dal fatto di sentirsi un estraneo fra gli estranei. L da Tenny's c'erano pi umani di quanti Stanach ne avesse mai visti in vita sua. Soltanto pochi di loro, piccoli gruppi sparsi qua e l, parevano conoscersi. Altri se ne stavano spalla a spalla insieme ai compagni di bevuta, eppure parevano esser soli.
Il rauco intrecciarsi delle conversazioni, la vicinanza, inducevano Stanach a chiedersi se ci fosse abbastanza aria, l dentro, perch tutti riuscissero a respirare.
Noi abbiamo bisogno di pi aria nei polmoni di quanta ne serva a voi, avrebbe dichiarato Piper. Stanach pens che il mago avrebbe fatto quell'osservazione con un sorriso sarcastico, drizzando la testa, se si fosse trovato l con lui. Stanach non sapeva dove Piper si trovasse in quel momento... anzi, non sapeva neppure se il mago era ancora vivo.
Intinse il dito nella birra e tracci un anello sulla superficie del tavolo tutta sfregiata, e corrug la fronte. Piper era sopravvissuto. In fin dei conti, era pur sempre un mago. E anche molto scaltro, se era per questo. Ma Stanach si rese conto che Piper era anche un cervo circondato da un branco di lupi. Ma un cervo poteva anche liberarsi e causare gravi danni al branco. Stanach si aggrapp a questo pensiero e preg caldamente che Piper fosse stato capace di seminare le guardie di Realgar nei boschi, come aveva fatto lui.
Stanach era arrivato a Lungo Crinale la sera prima, al tramonto, con un vento freddo che gli soffiava sulla schiena. Aveva cercato, come prima cosa, un posto in cui alloggiare, e quindi un posto dove mangiare. Li aveva trovati tutti e due da Tenny's.
Ma il cibo, e la stanza, non erano tutto ci che aveva trovato. Stormblade era davvero l, a Lungo Crinale. Per lo meno, vi si era trovata la scorsa notte.
Stanach aggrovigli le dita nella lustra barba nera, strattonandola un po'. Quand'era arrivato nella taverna, la sera prima, l dentro non si faceva altro che parlottare della grande scommessa fatta da un ranger: la sua spada contro i borsellini di tre compagni.
Una splendida spada! Con l'elsa d'oro e le scanalature d'argento... cinque meravigliosi zaffiri sull'elsa...
Una grande scommessa, ripet fra s Stanach. S, proprio una grande scommessa. Malgrado si fosse messo subito alla ricerca del ranger e della spada, e avesse perfino chiesto in giro, con quanta pi discrezione possibile, la sera prima non era riuscito a trovare nessuna traccia di loro. E neppure quest'oggi era riuscito a trovare il pi piccolo segno della Stormblade. La spada, e il ranger che l'aveva scommessa a una partita di pugnaletto, parevano essersi dissolti nel nulla.
La sera prima un uomo gli aveva detto che la spada l'aveva avuta un elfo. Stanach bevette un lungo sorso dal suo boccale di birra e guard verso il bancone. L'unico elfo che lui aveva visto in quel posto, la sera prima e anche questa sera, era il tizio alto e magro che in quel momento stava parlando alla cameriera dai capelli rossi.
Stanach lo studi con cura. L'elfo indossava cuoio da cacciatore ed alti stivali. Al fianco portava un pugnale infilato nel fodero, e aveva a tracolla un arco lungo e una faretra. Portava quelle armi con tranquilla disinvoltura. Sembr a Stanach che avesse l'aspetto di qualcuno che aveva passato molto pi tempo nel cuore dei boschi piuttosto che nelle taverne. Un cacciatore, dunque, oppure un ranger.
Il taverniere chiam la ragazza. Il suo vocione si lev al di sopra del brusio delle conversazioni, del raschiare delle seggiole smosse, e dei sibili e degli scoppietti del fuoco nel camino. Il grido si spense dentro la gola dell'uomo. Come se fosse stato impartito un ordine, il silenzio cal di colpo nella taverna. La porta esterna si era aperta, e un odore secco e muffoso di rettile riemp la lunga sala.
Givrak, mormor qualcuno, quasi soffocando nel pronunciare quel nome.
Il primo impulso di Stanach fu di chiudere gli occhi, di escludere la sua vista dalla creatura che si stava facendo largo a spintoni in mezzo alla folla silenziosa. Quand'era bambino, Stanach aveva sofferto di incubi popolati di creature che assomigliavano a Givrak. Ma, invece di chiudere gli occhi, guard. Ogni suo istinto gli diceva che con quel Givrak bisognava stare attenti, non foss'altro per sapere in che direzione scappare se la cosa fosse diventata necessaria.
Come le creature dei sogni malefici di Stanach, Givrak aveva la statura d'un uomo piuttosto alto, con il petto e le spalle spaziosi, e aveva una testa da rettile, piatta e con una cresta spinata. Ali ampie e coriacee, sormontate da artigli, erano ripiegate sopra la sua schiena. Le creature dei suoi incubi non erano avvolte in cotte di maglia metallica, ma Givrak s. Stanach, dal punto in cui sedeva, un tavolo d'angolo accanto alla porta, non riusc a capire dove finisse la cotta e dove cominciassero le scaglie della pelle del draconico. Le grosse gambe muscolose non parevano intese per camminare anche se Givrak, percorrendo a grandi passi lo spazio davanti al bancone, riusciva a servirsene fin troppo bene. Ma la cosa peggiore erano i suoi occhi piatti e neri.
Mai niente di simile alla piet o alla misericordia si era agitato in quegli occhi.
Il draconico alz la testa. La luce del fuoco del camino e delle lanterne tutt'intorno danzava lungo la sua cotta e la sua pelle scagliosa.
Il draconico si muoveva lentamente, come un serpente che si stesse srotolando dalle sue spire. Stanach non si trovava da molto in quella citt, ma due notti e un giorno gli erano stati pi che sufficienti per apprendere che, a Lungo Crinale, un draconico di umore schifoso non rimaneva spesso senza vittime.
Tutti i presenti rimasero perfettamente immobili. Lo strofinaccio pendeva dalla mano del taverniere come una bandiera flaccida e sporca che segnalasse la resa. In giro, nella sala comune, tutti erano rimasti seduti o in piedi, in perfetto silenzio. L'intero locale puzzava adesso di paura. La spada di Stanach giaceva sul lato opposto del tavolo... Fece scivolare la sua mano pi vicina all'elsa.
La cameriera, con il volto colore del latte, le lentiggini che vi risaltavano come macchie di febbre, esal un piccolo, strozzato respiro. A quel suono Givrak si volt.
Il brutale draconico percep la paura della ragazza. La sua lingua stretta e biforcuta guizz intorno alle mascelle prive di labbra. Le dita di Stanach si chiusero intorno all'elsa della spada.
Con movimenti lenti e tranquilli l'elfo si scost dal bancone. L'arco, senza una freccia incoccata, gli sarebbe stato inutile, ma la sua mano destra si librava sopra il pugnale. Per un breve istante, Stanach fu conscio del gelido sguardo azzurro dell'elfo, mentre questi lo giudicava, rimanendo subito soddisfatto. Il nano lanci un'altra occhiata alla ragazza. I suoi occhi avevano il colore degli smeraldi, e il terrore li aveva fatti diventare enormi.
Fu allora che il kender Lavim Springtoe entr con passo tranquillo nella taverna. Vestiva gambali di un giallo vivace, morbidi stivali marroni, e un cappotto nero, sformato, che lo copriva fin quasi alle ginocchia. Era vecchio, e portava i lunghi capelli bianchi raccolti in una grossa treccia. Una sottile rete di rughe faceva assomigliare la sua faccia a quella d'un bambino invecchiato con il naso da pugile. Vide subito il draconico, ma non allung la mano verso il bastone di hoopak che aveva a tracolla. Invece, punt deciso verso la creatura, spolverandosi le mani sui gambali gialli, e sbirci Givrak dal basso in alto.
Oh, eccoti, sospir. Lo sai che ti ho cercato per tutta la citt?
Per quanto i kender fossero temerari, a Stanach parve di vedere il respiro del vecchio bloccarsi per la frazione di un attimo, quando Givrak si volt verso di lui. Ma poteva anche darsi che non fosse stato cos.
Il draconico corrug la fronte in un orribile, mortale cipiglio,
quale Stanach non aveva mai visto prima. Hai cercato me, piccolo ladro?
Il kender non batt ciglio a quel grossolano insulto, e invece sorrise. La sua voce suon vellutata e sorprendentemente profonda per qualcuno cos piccino. S, te. C' qualcuno che ti vuole e mi ha mandato a cercarti.
Chi?
Il kender scroll le spalle. Non so chi sia. Indossava un'armatura rossa e aveva in testa un grande elmo. Sai, l'elmo assomigliava a una testa di drago. Aveva corna e un boccaglio simile a tante zanne. Be', per lo meno mi  parso che assomigliasse a un drago, l'elmo, voglio dire. Non ho mai visto un drago, salvo quello rosso che ci sorvola tutti i giorni. Ma d'altronde vola cos alto che non riesco a vedere davvero la sua faccia, e...
Givrak ringhi. Il kender sospir, come a sottolineare a tutti i presenti la sua sopportazione dell'impazienza e delle cattive maniere del draconico.
Comunque, ha detto qualcosa sullo spiegamento delle truppe, o il Gran Signore, o qualcosa del genere.
Givrak sibil. Lui, come chiunque altro nella stanza, aveva riconosciuto la descrizione di Carvath, il capitano che sovrintendeva all'occupazione militare di Lungo Crinale. E se anche Carvath fosse stata una convocazione che era possibile ignorare, la menzione del Gran Signore non lo era affatto. Oggi come oggi, nessuno sapeva contro chi o contro che cosa Verminaard, punto sul vivo per la perdita di ottocento schiavi, avrebbe scatenato il suo cattivo umore. Il draconico ringhi di nuovo e si gir, rovesciando un tavolo con un calcio mentre raggiungeva l'uscita, facendo rotolare sul pavimento come trottole bicchieri e boccali. La porta venne sbattuta con forza sufficiente a far tremare le massicce pareti.
La taverna rimase silenziosa ancora per un paio d'istanti. Poi si lev un mormorio sempre crescente che divenne rapidamente un'ondata di voci disparate, alcune bisbigli di spavento, altre ringhi di collera.
La cameriera corse in giro per pulire e rimetter ordine. Stanach raccatt da terra un bicchiere e due boccali e glieli porse. Ci sei andata vicina, ragazza.
Oh, s, rispose la cameriera, ancora pallida in volto. Sto pensando che per quest'anno, ormai, ho speso tutta la mia fortuna.
Se l'hai fatto, la tua  stata un'ottima spesa.
La ragazza annu, sorridendo incerta.
Stanach ritorn al suo tavolo. Il kender si era seduto proprio l. Un portamessaggi per il capitano dell'esercito draconico, pens Stanach. Non  certo con uno come lui che desidero dividere il tavolo. Si allontan per cercare un posto pi confacente, quando il kender gli fece cenno di avvicinarsi. Gli occhi del vecchio, d'un verde intenso come le foglie in primavera, brillavano d'un divertimento represso.
Su, siediti qui con me. Sei proprio la persona che cercavo.
Stanach sbirci con attenzione il kender, controll la posizione di tutti gli oggetti che per lui avevano un valore, e riprese il suo posto. Era incuriosito.
Cercavi me, kender? Ero convinto che fosse Givrak quello che cercavi.
Il kender scroll le spalle. No, no davvero. Givrak, hai detto?  questo il suo nome? Quando sono entrato e l'ho visto, ho pensato che fosse meglio per tutti se avesse avuto un appuntamento da qualche parte. Sogghign apertamente. Mi dicono che sto diventando vecchio, ma riesco ancora a pensare giovane.
Stanach scoppi a ridere. Non c' dubbio. E riesci anche a pensare lontano?
Il kender rizz la testa. Cosa vuoi dire?
Cosa accadr, quando Givrak si presenter al cospetto di quel capitano e scoprir che non  stato affatto mandato a chiamare?
Oh! Le rughe intorno ai grandi occhi verdi del kender si contorsero per un momento. Ma subito torn a sorridere. Spero che Givrak impieghi almeno qualche ora a trovarlo e ad accorgersene.
Gi, lo speri. Forse farai meglio a parlare in fretta, giusto nel caso. Perch mi stai cercando?
Be', non te in particolar modo. Soltanto un nano. Mio padre diceva sempre che se stai per ordinare spirito dei nani, la cosa migliore  controllarlo in compagnia di un nano. Lui ti dir se vale la pena berlo. C' dello spirito dei nani, in questo posto, e vale la pena berlo?
Stanach fiss dubbioso il piccolo kender. Era noto che un buon boccale di spirito dei nani aveva steso sul pavimento umani tra i pi nerboruti. Quel kender, sottile come un ramoscello e all'apparenza piuttosto gracile, non dava proprio l'impressione di poter reggere neppure a un sorso di quella bevanda limpida e potente.
Stanach diede una scrollata di spalle. La questione sarebbe rimasta, per il momento, controversa. Quella taverna disponeva in cantina soltanto di birra e di un pallido vinello elfico. Neanche una goccia, rispose. Dovrai accontentarti del vino o della birra. Come ti chiami, kender?
Lavim Springtoe. Il kender gli porse la mano. Stanach, pensando all'anello di suo padre che aveva al dito, per non parlare dei ribattini di rame sulla manica del suo farsetto di cuoio, non accett la mano di Lavim, ma invece gli sorrise.
Stanach Hammerfell di Thorbardin. Ti offrir un boccale di qualunque cosa tu voglia, Lavim Springtoe, e faremo finta che sia spirito dei nani.
Doveva bastare per forza. Lavim si offr di andare a prendere i beveraggi, ma Stanach scosse la testa. A giudicarlo dall'aspetto, quel Lavim Springtoe doveva aver girovagato abbastanza a lungo da aver acquisito l'abilit perfino di sgraffignar denti da dentro la bocca di un drago. Se avesse avuto la possibilit di passare anche una sola volta attraverso la sala comune della taverna, i proprietari di borsellini, pugnali, coltelli a serramanico, braccialetti, e Reorx sapeva cos'altro ancora, che fossero risultati mancanti, sarebbero stati ben presto smaniosi d'impiccarlo per la sua lunga treccia bianca alla pi vicina trave.
Stanach and personalmente a prendere i beveraggi. Quando si avvicin al bancone. L'elfo gli rivolse un cenno del capo, un riconoscimento di ci che era intercorso fra loro per un breve istante, quando Givrak si era voltato verso la cameriera. Stanach annu in risposta. Adesso non era il momento, e quello non era il posto adatto, ma sapeva che, quando avesse potuto accennare alla faccenda della Stormblade parlando con l'elfo, avrebbe avuto una buona probabilit che la sua domanda venisse ascoltata, anche se, forse, non ci sarebbe stata risposta.
Stanach fu grato al caso di aver condotto il draconico Givrak dentro la taverna.
Lavim Springtoe sbirci il fondo in rapido avvicinamento del suo quarto boccale di birra, e con destrezza, ostentando l'aria pi distratta, allegger un cittadino di passaggio della borsa che aveva alla cintura. Era immerso in profondi pensieri, senza quasi sapere di aver sottratto la borsa a qualcuno, e fu piuttosto sorpreso quando Stanach gli cacci quasi sotto il naso la grossa mano quasi interamente coperta di cicatrici.
Ridagliela, disse il nano con fermezza.
Lavim Springtoe sollev un sopracciglio. Ridare cosa?... Ah, questa?
S, quella.
Lavim sollev la borsa di cuoio morbido e la guard come se veramente non riuscisse a capire come mai l'avesse in mano. Proprio distratto quel tipo, per averla persa in questo modo. Il kender sollev la borsa. Era appesantita dalle monete. Le quali tintinnarono piacevolmente quando si fece saltare la borsa da una mano all'altra.
Stanach agguant la borsa a mezz'aria. Si gir, batt la mano sulla spalla del cittadino ignaro, e gli porse la borsa.
Con un gesto fulmineo l'uomo strapp la borsa dalla mano di Stanach. Si sarebbe messo a protestare se non avesse colto qualcosa di minaccioso nell'espressione del nano, per cui si limit soltanto ad offrire un ringraziamento risentito. Stanach annu brevemente e riport la sua attenzione sul boccale di birra.
No, non sta affatto pensando alla birra, decise Lavim, tra s. Per qualche sua ragione sta tenendo d'occhio quell'elfo che  l al bancone.
Anche il kender meno percettivo riesce a fiutare un segreto, quando si trova a un miglio da colui che lo detiene. Lavim Springtoe osserv Stanach con la stessa attenzione con la quale il nano ascoltava i frammenti delle conversazioni che si svolgevano intorno a lui.
Malgrado Stanach avesse offerto volentieri al kender tutto quello che voleva bere, talvolta facendo un cenno alla cameriera, talvolta andando lui stesso a fare un nuovo pieno, ascoltava le chiacchiere di Lavim con fare assente, rispondendo con fare altrettanto assente. Lavim si azzitt osservando la luce del fuoco del camino covare nel fumoso anello di ametista al dito di Stanach e lampeggiare riflettendosi sul cerchietto d'argento che lui portava all'orecchio sinistro.
Niente, di Stanach, sembrava dare un'impressione precisa. L'anello faceva pensare a qualcuno che indossava la ricchezza con noncuranza; il cerchietto d'argento evocava immagini di grassatori e banditi. La faccia barbuta del nano pareva a tutta prima improntata ad un'espressione feroce e minacciosa. Ma c'erano dei momenti in cui il nano non si ricordava di apparire feroce, quando la vulnerabilit della giovinezza ammorbidiva i suoi occhi neri come carbone e stranamente macchiati di azzurro.
Questo Stanach, pens Lavim, adesso  pi tranquillo di quanto lo era a tutta prima, come una casa con tutte le porte e le
finestre ben tappate. E le cose chiuse, le cose sotto chiave, erano la sfida preferita da Lavim.
Lavim si sporse in avanti, con i gomiti sul tavolo, e cominci, con quelli che considerava dei mezzi sottili, a cercare di tirar fuori dei segreti. Cominci con la spada di Stanach. Inguainata in un fodero di cuoio vecchio e ben oleato, l'elsa della spada era semplice, senza decorazioni, il punto in cui la guardia incontrava l'elsa non era congiunto in maniera uniforme, anche se Lavim poteva vedere che quello era l'unico difetto dell'arma.
Vedo, disse Lavim, come se se ne fosse accorto soltanto in quel momento, che non usi l'ascia come arma.
Stanach annu.
L'ho detto perch sono certo di non aver mai visto un nano senz'ascia.
La maggior parte di noi preferisce l'ascia.
Ma tu hai una spada.  una vecchia cosa ammaccata, non  vero? Non che non sia una buona lama, intendiamoci. Sono sicuro che lo . Ma mi stavo solo chiedendo...
 vecchia.
Era di tuo padre, forse?
Allora Stanach sollev lo sguardo. I suoi occhi lo fissarono cauti e penetranti allo stesso tempo.  mia. Poi, come se si fosse reso conto della rudezza della sua risposta, ebbe un lieve sorriso. L'ho fatta io.
Tu sei un fabbro! Ma certo, avrei dovuto capirlo dalle tue mani. La pelle  tutta butterata e coperta di cicatrici... A causa della forgia, giusto?
Giusto.
Ne hai fabbricate tante? Ci vuole molto tempo per fare una spada? Scommetto che avrai fatto anche dei pugnali, e un sacco di altre cose. Hai mai modellato la lama di un'ascia? Dicono che una lama fatta dai nani  la migliore che si possa trovare, e...
Stanach scoppi in una sonora risata, tanto era sinceramente divertito. Bastava permettere a un kender di fare una domanda, e non sarebbe stato possibile vivere abbastanza a lungo per rispondere alle altre mille che sarebbero seguite! Ah, ah, Lavim Springtoe! Zitto l! S, ho fatto un sacco di spade. Questa  la mia prima. La lama  buona, il bilanciamento forse non  cos buono, ma ci sono abituato. E, s, ho fatto anche pugnali, e teste d'ascia, se vuoi saperlo.
Lavim sollev di nuovo lo sguardo sulle mani del nano, strette adesso intorno al boccale vuoto. Anche se alcune cicatrici erano sbiancate dall'et, altre apparivano pi recenti. Una di queste, una lunga bruciatura che gli correva lungo il pollice destro, pareva ancora fresca. E quella non era una bruciatura dovuta a un fuoco da campo.
 come se avesse lasciato la sua forgia soltanto ieri, pens Lavim. Ma Thorbardin  a centinaia di miglia di distanza... Eppure, lui  qui. All'aspetto, sembrava un Hylar, vale a dire un membro di uno dei clan dominanti di Thorbardin. Lavim sapeva che quei nani lasciavano le loro montagne con la stessa gioia di un pesce costretto a lasciare l'acqua.
Lungo Crinale era ormai sotto il tallone di Verminaard. Ember,
il drago rosso del Gran Signore, passava in volo ogni giorno sopra la citt. Quelli che non erano rimasti uccisi nella battaglia per la citt, a malapena riuscivano adesso a sopravvivere, alle angherie d'ogni giorno. Perch mai qualcuno - salvo lui, Lavim, naturalmente - avrebbe voluto venire a Lungo Crinale? La curiosit del kender era come una scintilla sull'esca.
Cosa mai poteva trascinare un nano fuori dalla sicurezza di Thorbardin, spingendolo fino a quel luogo desolato?
Ma Lavim non ebbe il tempo di chiederglielo. Dall'esterno giunse all'improvviso il baccano di un tumulto, e alla fine un ruggito di furore fece azzittire l'intera taverna.
Givrak! Stanach agguant il braccio del kender, e lo tir in piedi con un energico strattone. Presto, nasconditi, Lavim.  tornato, e non ho alcun dubbio che cerchi te!
Lavim si limit a scrollare le spalle. Forse. Nei suoi occhi verdi danzava una luce, come un fuoco fatuo, mentre tornava a sedersi. Una volta ho conosciuto un draconico che non riusciva mai a ricordarsi di quello che stava cercando. La cosa lo irritava infinitamente, come puoi bene immaginare. Dopo un po', diventava purpureo, perci, strettamente parlando, forse non era un draconico...
Se non te ne andrai subito di qui, non riuscirai pi a bere birra, poich ti coler fuori come da un setaccio. Dev'esserci un'uscita da dietro il bancone, l in fondo. Vai, adesso, vai.
Ma...
Vai! Stanach spinse il kender fino a met sala, in direzione del bancone.
Lavim incespic, si raddrizz, e sbirci dietro le proprie spalle. Chi mai riesce a capire un nano? Di cattivo umore un momento prima, socievole un momento dopo, e poi, tutt'a un tratto, senza nessuna ragione, eccolo esplodere in tuoni e lampi! Si diresse
verso la porta dietro il bancone. Non perch avesse paura di Givrak, la capacit di aver paura non gli apparteneva, ma perch la faccenda sembrava cos importante per Stanach.
I nani, pens ancora, avevano la tendenza ad essere sempre un po' suscettibili. Era dovuto a tutte quelle centinaia d'anni che avevano passato da soli fra le montagne.
Scocc un sorriso smagliante alla cameriera. Un elfo alto di statura, gli occhi brillanti per il divertimento, agguant Lavim per il braccio e lo trascin attraverso la porta fin dentro il ripostiglio.
Vai, kender, gli bisbigli, e non fermarti fino a quando non sarai fuori citt!
Lavim non sarebbe corso via a precipizio da nessuna parte. Sarebbe sgusciato fuori dalla porta sul retro, dal momento che la cosa pareva cos importante per tutti, ma non si sarebbe dimenticato di Stanach. Il kender si cacci in tasca un mazzuolo per gli zipoli delle botti, una fiaschetta di vino, e parecchi altri oggetti interessanti, poi sgusci fuori dalla porta sul retro nel vicolo, nel medesimo istante in cui Givrak compiva il suo turbinoso ingresso dal davanti, ruggendo qualcosa su quel kender bugiardo maledetto da dio che era vissuto fin troppo a lungo per il suo bene o quello di chiunque altro.


Capitolo settimo.

Il draconico Givrak era dotato di quel tanto d'intelligenza da permettergli di eseguire gli ordini, e, di tanto in tanto, di elaborare una semplice strategia. Quel giorno, avendo ricevuto pochi ordini, rivolse una considerevole porzione del suo esile intelletto al problema di vendicarsi del kender che, qualche ora prima, gli era costato un velenoso rabbuffo da parte di Carvath per aver disturbato il suo sonno.
Givrak era dell'opinione che la pelle di quel kender sarebbe stata un raffinato ornamento per la porta di una scuderia.
Il draconico aveva due squadre di soldati ai propri ordini. Li aveva svegliati alle prime ore dell'alba con l'ordine di costruire barricate di traverso alle tre strade che conducevano fuori dalla citt, accompagnandolo poi per setacciare palmo a palmo Lungo Crinale. Givrak era certo che avrebbe trovato il kender prima del tramonto.
Mentre percorreva a grandi passi le strade di Lungo Crinale, la rabbia di Givrak divenne sinistra aspettativa. Presto si sarebbe molto divertito. Conosceva una dozzina di differenti modi per uccidere un kender e, perfino se avesse usato il pi rapido di questi modi, le urla non sarebbero cessate prima che fossero trascorsi due giorni.
Il gelido vento del mattino che soffiava dalla valle non serv affatto a rinfrescare l'aria fuligginosa di Lungo Crinale. Uscendo
dalla citt vera e propria, Kelida ebbe l'impressione che quell'aria grigia non avrebbe mai pi potuto diventare limpida. Incespic, tir su la spada che continuava a sbatterle contro la gamba, e cerc di sistemarsi pi comodamente la cinghia che reggeva il fodero intorno alla vita. Esalando un sospiro d'impazienza, si chiese come qualcuno potesse portare appeso addosso qualcosa di tanto ingombrante e riuscire lo stesso a camminare.
Aveva cercato di trasportarla reggendola fra le braccia, ma aveva scoperto che la spada la impacciava troppo. Ad ogni passo, o la spada scivolava fuori dal fodero, oppure le affondava dolorosamente nelle braccia. Stupido oggetto! Sarebbe stata felicissima di sbarazzarsene. Si arrest alla prima curva dell'ampia strada e diede ancora una volta uno strattone alla cinghia del fodero. La sua gonna si torse e si raggrum all'altezza della vita, la camicetta s'impigli nella fibbia e si lacer.
Stupidissima spada! Lei non la voleva, e non aveva la minima intenzione di tenerla. Era servita soltanto a coprirle di lividi le gambe e a lacerarle i vestiti. Bene, Tyorl avrebbe dovuto riprendersi quell'affare, e basta. Non c'era pi stato nessun segno del suo folle amico Hauk da quella sera, quando le aveva dato quel miserevole coso. Dovunque si fosse cacciato, certo non s'interessava di quella disgraziata spada.
O di me, aggiunse dentro di s, infelice. Non che l'avesse mai veramente fatto. Era stato ubriaco, quando le aveva dato la spada. Era probabile che avesse vagato da qualche parte e fosse finito vittima dei soldati dell'esercito draconico. Ed era probabile, che in una simile contingenza, avesse bramato di avere ancora con s la spada!
Kelida rabbrivid, in parte per il freddo e in parte al pensiero che Hauk potesse aver avuto davvero bisogno della sua spada. La ragazza si guard intorno. Oltre la curva, la strada si abbassava iniziando una lunga e ripida discesa fin gi nella valle. Dal punto in cui si trovava, Kelida non riusciva a vedere il fondo valle e neppure poteva vedere la barricata che era stata eretta dai soldati di Carvath, ma sapeva che si trovava l. Come quelle che erano state erette di traverso a ciascuna delle tre strade che conducevano a Lungo Crinale, era stata costruita all'alba. Per qualche ragione, era stato decretato che nessuno oggi potesse lasciare Lungo Crinale. Gli invasori stavano certamente dando la caccia a qualche sventurato.
Kelida non voleva vedere n la fattoria dov'era vissuta un tempo, n i soldati che avevano devastato quella valle.
 Tyorl quello che voglio vedere! pens.
Lui aveva lasciato un messaggio a Tenny, dicendo che la stava cercando. Stava per lasciare Lungo Crinale, e voleva parlarle fuori dalla citt prima di andarsene. Kelida si era sentita un po' triste quando aveva ricevuto quel messaggio. Se l'elfo stava per partire, questo doveva certamente significare che non si aspettava di trovare il suo amico Hauk qui a Lungo Crinale. Anche se avrebbe accolto con piacere la possibilit di vendicarsi un po' del giovanotto, Kelida sarebbe stata parimenti contenta di aver di nuovo l'occasione di sentire la sua voce ringhiante da orso.
Kelida si slacci dalla vita la cinghia della spada e lasci cadere l'arma in mezzo alla polvere mista a cenere che copriva la carreggiata. Il vento port fino alle sue orecchie una rozza imprecazione e una risata raschiante, dalla direzione in cui si trovava la barricata. Kelida non era disposta ad andare oltre. Si sedette sulla superficie piatta di un macigno, tir su le ginocchia, appoggi il mento tra le mani a coppa, e fiss i campi anneriti e devastati sull'altro lato della strada.
Qui, nei sobborghi della citt, le fiamme del drago erano state capricciose. A est della strada si stendeva la pi nera desolazione. Il bordo settentrionale, per, difeso dalla larga carreggiata in terra battuta, mostrava ancora segni di vita. Il boschetto di esili betulle argentee che coronava il crinale era quasi intatto. Il falasco, con le piume che avevano il ruggine dorato dell'autunno, penzolava sul lato della strada. Le ortiche bianche avevano sparpagliato i loro boccioli dai minuscoli petali intorno alle sue radici, quasi un delicato presagio dell'inverno e della neve. Perfino le linarie gialle facevano capolino qua e l.
Insomma... s, la ragazza mormor infine, rivolgendosi alla spada che giaceva immobile in mezzo alla strada. Io sono qui... ma lui, dov'?
Il suo cuoio da cacciatore aveva il colore dell'ombra e della betulla. Kelida sussult ed ebbe un rantolo quando Tyorl sbuc d'un tratto dall'oscurit.
Anch'io sono qui, Kelida. Le sorrise e indic con un gesto del pollice la spada. Cosa ci fa, l?
Kelida finalmente liber il respiro che le si era bloccato in gola. Dove dovrebbe essere, altrimenti? Se te ne vai, vorrai portarla con te.
 a te che l'ha data.
Davvero esasperante. Non la voglio pi. Non l'ho mai voluta. Cosa potrei farne, io? Non posso venderla; non posso impugnarla;
non riesco neppure a trasportarla, quella cosa! Per favore, prendila, vai dovunque tu stia andando, e lasciami in pace.
Tyorl lanci una rapida occhiata in fondo alla strada, in direzione dell'invisibile barricata, e le fece segno di far silenzio. Calmati, Kelida. Sto per andarmene, ed  appunto di questo che volevo parlarti. Indic con un gesto il boschetto delle betulle. Andiamo l. Non voglio dirlo davanti a met dell'esercito draconico.
Kelida ebbe un attimo di esitazione, poi decise di fare quello che lui le chiedeva. Il sorriso era scomparso dagli occhi di Tyorl, la sua voce era bassa e tesa. Kelida raccolse da terra la spada e si lasci condurre in mezzo alle ombre degli alberi.
Ascolta, riprese Tyorl, e ascolta bene. Non so dove si trovi Hauk. Non so neppure cosa gli sia successo, ma so che non si trova pi in questa citt. L'elfo fece una pausa. Tu sai che siamo ranger.
Kelida annu.
S, e il nostro signore  un uomo chiamato Finn. Lui e il grosso del nostro gruppo stanno aspettando il nostro ritorno. Non posso fermarmi qui pi a lungo.
Ti dimenticherai di lui... cos?
Un'improvvisa rabbia lampeggi negli occhi dell'elfo. Troppo tardi Kelida si rese conto che quella sua domanda aveva sfiorato l'insulto.
No, Kelida. Non smetter di cercare. C' molta strada da qui alle pendici delle montagne. Cercher Hauk ad ogni passo. Ma devo tornare da Finn. Indic con un gesto la spada che Kelida reggeva tra le mani. Per favore, tienila. Hauk potrebbe tornare qui per cercare la spada e me. Gli dirai dove sono andato?
Ma...
Le robuste dita di Tyorl si serrarono intorno al suo polso. Kelida, per me  giunto il momento di lasciare Lungo Crinale. Hauk ed io siamo riusciti a convincere coloro che s'interessano a queste cose che siamo cacciatori. Se dovessi fermarmi qui pi a lungo, qualcuno certamente si accorger che non ho cacciato poi tanto. Dopo di che, faranno presto a capire che sono un ranger.
La paura s'inerpic su per la spina dorsale di Kelida. La domanda le proruppe fuori dalla bocca prima di rendersi conto che non sarebbe stato saggio conoscere la risposta. Dove andrai?
Tyorl esit soltanto per un istante. Al confine meridionale di Qualinesti. L, Finn ha del lavoro per noi. Mi spiace che tu abbia
portato la spada fin qua. Vorrei poterla riportare indietro per te, ma non posso attardarmi pi a lungo.
E la barricata?
Cosa? Finn mi scuoierebbe vivo se non fossi capace di passare inosservato in mezzo a dei draconici mezzi ubriachi. Le prese la spada dalle mani e pass il palmo per tutta la lunghezza del vecchio fodero consunto. La fredda luce del sole risplendeva sugli zaffiri, facendoli scintillare come ghiaccioli. L'ha vinta giocando a pugnaletto...
Non sono affatto sorpresa, replic Kelida, sorridendo. Ha una buona mira.
Tyorl ridacchi. S, ha una buona mira, eccome. La conserverai per lui?
Il vento parve diventare pi freddo. Il pensiero di Kelida and alle montagne a sud di Qualinesti, umide e squallide d'inverno. Pens ad Hauk e si chiese dove mai si trovasse, perch mai avesse abbandonato una spada cos preziosa, e un buon amico come Tyorl.
Poi si chiese, cosa che non aveva fatto prima, se Hauk non se la fosse semplicemente svignata nella notte, disertando la compagnia dei ranger. Lanci una rapida occhiata di sottecchi a Tyorl.
No, l'elfo non avrebbe mai pensato di fare una cosa simile. Kelida fu colta da un brivido e prese la spada. Quanto si sentiva impacciata! La terr. Esit soltanto per lo spazio di un respiro, poi si alz in punta di piedi e gli diede un leggero bacio sulla guancia. Buona fortuna a te.
Be', abbiamo bisogno di fortuna tutti e due, non  vero? Le sorrise. Grazie.
La prese per un braccio e la ricondusse fin sulla strada. Poich stava armeggiando con la cinghia della spada, Kelida non seppe che la strada era bloccata fino a quando non sent la stretta dell'elfo serrarsi ancora di pi. Sollev lo sguardo.
Tre soldati, un umano e due draconici, erano fermi di traverso sul sentiero che conduceva alla strada. Uno dei soldati sogghign, mostrando una fila di denti gialli vistosamente cariati. Un dolce addio, comment strascicando la voce. Guard Tyorl, liquidandolo con un'occhiata sprezzante, poi il suo sguardo s'incoll su Kelida.
La ragazza sent una stretta allo stomaco.
Lavim Springtoe stava correndo come un coniglio che sa di essere troppo veloce per i cani da caccia, godendosi la velocit e l'inseguimento. A testa bassa e ridendo a crepapancia si tir dietro
i quattro draconici su per una strada e poi gi per un'altra, attravers una taverna, e fuori dalla porta sul retro. Ruggendo e imprecando mentre lo inseguivano, i quattro parevano mucchi di rottami animati con le spade che sbatacchiavano contro le armature mentre correvano.
Il kender svolt in un vicolo annerito dalla fuliggine. Saltando agilmente un recinto, url gioiosi e scurrili dileggiamenti ai quattro che, appesantiti dalle armature e dalle armi, si dibattevano furiosamente nel tentativo di arrampicarsi. Il primo dei draconici era appena riuscito a toccar terra che gi il kender si era appiattito fra un'appiccicosa parete di mattoni e un bidone della spazzatura. E ansimava appena.
Lavim lasci passare il primo draconico. Era il secondo che gl'interessava di pi. Era Givrak, e Lavim era sicuro che fra un momento sarebbe passato di l.
Quando Givrak arriv con passo pesante e sgraziato, la spada in pugno che luccicava nell'acquosa luce del mattino, l'hoopak di Lavim schizz fuori tra le gambe del draconico mandandolo a finire lungo disteso addosso al primo inseguitore. Il terzo, che stava arrivando troppo in fretta per riuscire a fermarsi, fin ammucchiato sopra gli altri due, e il quarto li manc di un pelo buttandosi contro la parete opposta.
Lavim esplose in una risata scrosciante e si arrampic sopra il bidone pieno di pattume lasciando i tre draconici ridotti a un groviglio sussultante; sfrecci tra le gambe del quarto e punt verso la strada, aggir con la velocit di un lampo l'ampia gonna di una donna, pass sotto le zampe di un cavallo, e attravers la strada correndo a perdifiato. Le imprecazioni dei draconici alle sue spalle lo avvertirono che si erano disaggrovigliati e avevano ripreso l'inseguimento.
Lavim conosceva le strade e le scorciatoie di Lungo Crinale come poteva conoscerle soltanto un kender o un monello di strada. Corse verso un deposito di merci andato per buona parte a fuoco durante la conquista della citt, raccogliendo pietre e ciottoli staccatisi dal selciato mentre passava. Non si era pi divertito tanto dal giorno in cui si era precipitato davanti a una valanga di neve e di pietrisco lungo il fianco di una montagna a Khur, tenendosi a non pi di due passi di distanza. (I due passi erano una sua personale valutazione. Ish, lo gnomo che quel giorno si era trovato con lui, aveva sostenuto invece che la distanza era stata pi prossima a un quarto di miglio, la valanga non era stata affatto una valanga ma una piccola slavina di neve, e che tutto questo non aveva avuto luogo sul fianco di una montagna, ma sul dolce declivio d'una collina.)
Il magazzino era immenso, lungo mezzo isolato e pi largo di qualunque altro edificio in citt. Un tempo, ogni genere di mercanzia era stata ospitata l dentro, farina, grano, avena, perfino balle di candida lana. Ma di tutto quello che si trovava immagazzinato l dentro al momento dell'incendio, rimanevano soltanto le ceneri.
Lavim entr come una freccia nell'edificio privo di tetto. Sguazzando in mezzo a scure pozzanghere piene di ceneri impastate, formatesi a causa della recente pioggia, il kender punt verso le scale sul retro del primo piano. Givrak e i suoi soldati, tuonando imprecazioni e minacce, e facendo scappare la gente davanti a loro come tanti polli atterriti davanti a una bufera, giunsero anch'essi l dentro.
Un acre puzzo di bruciato permeava l'intero edificio. Il vecchio kender si arrest ai piedi della scala. Si appoggi contro una parete assottigliata dall'incendio per riprender fiato, e sbirci verso l'alto. Esisteva ancora un piano superiore, o parte di esso. Sporgeva dalla parete delle scale come il solaio d'un granaio, con
i bordi neri e scheggiati, coprendo soltanto la met dell'ampiezza dell'edificio. Da quel posatoio, avrebbe potuto scagliare in completa impunit le pietre che aveva raccolto.
Aspirando grandi boccate d'aria, ancora contaminata dall'acre odore del legno e del grano bruciati, Lavim lanci un'occhiata alla scala. Decise che un kender dal piede leggero non avrebbe avuto difficolt a salirle, e appoggi un piede sul primo gradino. Part di corsa, basandosi sulla teoria che un passo felpato e rapido avrebbe messo sotto sforzo scale gi scricchiolanti assai meno di un procedere pesante e cauto. Aveva gi salito una buona met della scala, con il piede destro sul gradino in basso e il sinistro su quello successivo, quando il gradino inferiore cacci un gemito e si frantum con uno schianto.
Lavim si mosse con grande rapidit. Si butt contro la parete e cerc sopra di s un punto a cui aggrapparsi. Non ne trov neppure uno. Come un castello di carte, i gradini sovrastanti caddero gi dal piano superiore. Lavim cacci uno strillo, si tuff e riusc ad afferrarsi al bordo scheggiato del pianerottolo.
Con le mani aggrappate al legno che continuava a sbriciolarsi, con il resto di lui a penzoloni con le braccia completamente tese, sopra un vuoto di due piani. Lavim pens che, ora, sarebbe stato assai meglio per lui se i kender avessero avuto le ali.
Quasi perse la presa quando una risata chiassosa e tagliente esplose molto pi in basso, al livello della strada. Givrak, con gli occhi da rettile che luccicavano malevoli alla grigia luce del giorno, con la lingua sottile da serpente che gli guizzava dentro e fuori dalla bocca, guardava il kender da sotto, contorcendosi dalle risate.
Lavim, nel corso di tutta la sua vita, non era mai stato capace di resistere a un bersaglio sicuro. Si contorse su se stesso e sput gi nello spazio tra i propri gomiti. Anche se la sua mira, da giovane, aveva costituito per lui motivo d'orgoglio, ben sapeva che, negli ultimi tempi, lo aveva tradito. Ma non questa volta. Lo sputo colp Givrak in pieno tra gli occhi. Le urla di furore del draconico echeggiarono nel magazzino vuoto.
Lavim si sottrasse con un guizzo alla scia argentea di un pugnale e pieg i gomiti tirandosi pi in alto. Strinse una mano intorno a un montante carbonizzato e tremolante. Tir, sent che il montante cedeva un po', e lasci ricadere la mano sul pianerottolo.
Givrak scoppi un'altra volta a ridere, un suono gelido e sinistro. Rinnciaci, piccolo sorcio! Non c' nessun posto in cui tu possa scappare, e vorrei discutere qualcosa con te.
Lavim si contorse di nuovo, riuscendo infine a sollevare un ginocchio fin sul pianerottolo, ma poi scivol gi un'altra volta. Le tavole indebolite del secondo piano gemettero.
Il metallo sferragli contro il legno. Il draconico stava abbandonando la sua armatura. Lavim, la cui curiosit era inestinguibile, anche se fosse stato sul punto di precipitare fra gli indistinti orrori dell'Abisso, sbirci di nuovo verso il basso. L'armatura di Givrak era un mucchio di metallo rosso sul pavimento, e il draconiano serrava la daga nella lunga mandibola irta di denti. Le sue ali, ampie distese di ossa e di cuoio sormontate da artigli, si dispiegarono con movimenti rozzi e sussultanti. I suoi tre seguaci si fecero da parte, sogghignando. Sentivano che il finale era vicino.
Sono ali per planare, si ramment Lavim, e i draconici non possono volare sul serio. Lo sanno tutti che...
Givrak non poteva volare. Tuttavia aveva gambe muscolose e potenti e poteva saltare pi alto di quanto Lavim avrebbe mai potuto immaginare. Al primo balzo, la mano del draconico dai lunghi artigli graffi l'aria, mancando d'un soffio il vacillante montante al quale Lavim si teneva aggrappato.
Al secondo balzo, con le ali nere che spingevano poderose verso il basso, Givrak riusc ad afferrarsi all'orlo scheggiato del pavimento con una mano e fece passare la daga dalla mandibola alla mano libera.
A questo punto, il kender ag con estrema rapidit. Sollev entrambe le ginocchia contro il petto e si gir di scatto, lanciandosi in alto sul pianerottolo scricchiolante. Givrak, esplodendo in un'ennesima, orrenda risata, si sollev a sua volta con facilit sul pianerottolo. Il coniglio non era pi tanto sicuro di correre pi veloce del bracco.
Lavim sfil il pugnale dal fodero che aveva alla cintura e si mise a tirare fendenti all'impazzata. La lama caus assai pochi danni al duro braccio scaglioso del draconico. Lavim si aggrapp con l'altra mano e cal la lama con forza di traverso alla coriacea ala destra della creatura. Una gigantesca mano artigliata scese sul polso del kender, e lo torse crudelmente. Il pugnale cadde dalla mano inerte di Lavim.
Ma Lavim, con l'ostinazione di quelli della sua razza, sferr una ginocchiata al ventre di Givrak. Quando il draconico si pieg in due, urlando, Lavim proiett verso l'alto l'altro ginocchio colpendo la creatura sotto il mento. Le zanne sbatterono. La testa di Givrak scatt all'indietro. Lavim liber il polso con uno strattone, recuper il pugnale e sfrecci via.
Non c'era nessun posto dove scappare. Quelle che un tempo erano state pareti erano ridotte adesso a travi e montanti anneriti, oltre il quale si stagliava un cielo buio e minaccioso. Un puntone da carico sporgeva dal fianco dell'edificio, un dito nero puntato verso le colline. Di sotto c'era l'acciottolato duro e freddo delle strade di Lungo Crinale. Lavim si ferm e si volt. Il draconico, zoppicando e con le ali lacerate, avanzava verso di lui con passo pesante e una luce omicida nei suoi neri occhi da rettile.
I kender non pensano molto spesso, ma quando lo fanno, lo fanno in fretta. Lavim Springtoe aspett quel tanto che bastava perch Givrak accelerasse un po' il passo, e poi corse verso il cielo.
Sin dall'alba, Stanach aveva cercato l'elfo senza nessuna fortuna. Ma il kender era un'altra faccenda. Tutti parlavano di lui.
Il bottaio, il maniscalco e il candelaio, tutti avevano motivo di alte lamentele. Il bottaio rivoleva indietro la sua mazza. Il maniscalco giurava che avrebbe consegnato Lavim all'autorit di Carvath se lo stampo e il cesello non fossero stati riportati nella sua fucina entro mezzogiorno. Il candelaio si limitava a maledire
la fortuna schifosa che gli aveva consentito di sopravvivere alle razzie dell'esercito degli invasori soltanto per vedersi, poi, portar via le poche merci rimastegli da un'epidemia di kender...
Stanach non cerc di spiegare all'uomo che un kender non poteva certo costituire un'epidemia. La semantica, quando c'erano di mezzo i kender, dipendeva spesso da quale lato del bancone uno si trovava.
Continuando la sua ricerca di Tyorl, il nano intersec la pista di Lavim anche nelle botteghe del macellaio, del conciatore e del vasaio. Un ragazzo aveva visto il kender sfrecciare lungo il vicolo dopo aver attraversato la strada davanti a una taverna. Entrato nel locale, Stanach seppe che Lavim aveva visitato davvero la taverna, ma soltanto per un breve istante. Alcuni soldati draconici
lo stavano inseguendo.
Givrak! Non poteva trattarsi di nessun altro. Stanach pens a Tyorl e alla spada. Le possibilit che l'elfo sapesse dove si trovava la spada si stavano assottigliando al passare di ogni ora. Ma quello era l'unico indizio che Stanach avesse. Se quell'indizio si fosse rivelato infruttuoso, avrebbe dovuto ben presto cominciare a cercare da qualche altra parte, oppure ritornare da Piper.
Con tutta probabilit il kender era in grado di cavarsela da solo. Di solito i kender lo sapevano fare. S, pens allora Stanach, ma... se venisse catturato? Non volle neppure pensare a ci che sarebbe successo a Lavim se il draconico fosse riuscito ad averlo tra le mani.
Oh, maledetto kender! borbott Stanach. Suppose che non avrebbe potuto cercare il kender e l'elfo nello stesso tempo.
La successiva notizia che Stanach riusc a raccogliere fu che la bianca treccia di Lavim e le sue gambette vorticanti alla massima energia possibile erano dirette verso un magazzino semidistrutto dalle fiamme in mezzo all'isolato, con i draconici ancora lanciati al suo inseguimento. Seppure con riluttanza, Stanach controll lo sgancio della sua spada e acceler l'andatura in direzione del magazzino.
Si avvicin allo scheletro annerito del magazzino dal lato opposto della strada. La risata di un uccello-gatto, o di un kender, echeggi beffarda dall'alto.
Stanach sollev lo sguardo appena in tempo per vedere un draconico precipitare dal secondo piano del magazzino privo di pareti, in un mulinello di braccia e di gambe. La creatura allarg le ali, comunque del tutto inutili perch la loro coriacea superficie era tutta tagliuzzata, e url. Se la caduta fosse stata pi rapida, Stanach sarebbe stato in grado di sentire il vento sibilare attraverso quei tagli. Cos, invece, ud soltanto il tonfo del draconico che colpiva il suolo, il raschiare e lo spezzarsi delle scaglie sull'acciottolato. E di nuovo la risata stridula da uccello-gatto di Lavim.
Stanach sfoder la spada e attravers la strada. Gir il corpo del draconico precipitato con un calcio. Era Givrak.
Stanach fu scosso da un brivido. Nell'istante stesso in cui riconosceva il draconico, la carcassa di Givrak divenne di pietra. Con il cuore che sobbalzava nel petto, Stanach arretr rapidamente da quella cosa. Aveva sentito raccontare molte storie su ci che accadeva ai corpi dei draconici morti, ma fino a quel momento vi aveva creduto soltanto a met.
Lavim si sporse oltre l'orlo dell'edificio. Stanach!  un piacere rivederti!  morto? Si  dimenticato di quei forellini nelle ali. Mio padre aveva l'abitudine di dire che, presto o tardi, sono i piccoli particolari quelli che contano, e... Ehi! Stanach! Stai attento!
I tre compagni di Givrak avevano sentito il suo urlo ed erano schizzati fuori dalla porta di fronte al punto in cui si trovava Stanach. Senza fermarsi, saltarono il corpo del draconico morto, che adesso si stava trasformando in polvere, e attaccarono il nano.
Come per ogni buon spadaio, le conoscenze che Stanach aveva dell'arma non si fermavano all'arte di modellarla. Non era un guerriero, non aveva l'istinto del combattente. Ma aveva un'intima conoscenza dell'arma, e nella sua mano una lama era qualcosa di micidiale. Tronc netto il braccio che impugnava la spada al suo primo aggressore e lo lasci ululante, caduto sui ginocchi sul selciato. Not, di sfuggita, che soltanto ferita, la creatura non diventava di pietra.
Stanach non perse tempo a chiedersi il perch. Costrinse gli altri due assalitori ad arretrare contro il muro del magazzino con la sua spada che era divenuta un baleno d'argento nell'aria. Il nano impugnava la spada con le due mani come se fosse un'ascia. Ogni mossa che i suoi nemici tentavano, veniva bloccata dal canto dell'acciaio. Pi basso di parecchie spanne rispetto ai suoi aggressori, Stanach poteva tenersi in modo naturale sotto la loro guardia e approfittare di questo vantaggio tutte le volte che poteva. Uno dei due draconici inciamp, e in quel fugace istante fra l'equilibrio perduto e riconquistato, Stanach sollev la spada per colpire.
Con la spada di Stanach levata in alto, la guardia scoperta, l'altro draconico tent un affondo da sinistra e avrebbe infilzato in pieno il nano se una pietra grossa come un pugno non l'avesse colpito con un terrificante impatto alla base indifesa del collo, facendolo crollare a terra come un bue abbattuto da un colpo di mazza sulla fronte.
Stanach, non lasciare che la tua spada rimanga infissa nei loro cadaveri! Il corpo diventa pietra e trattiene la spada in una morsa finch non cade in polvere... dietro di te! Abbssati!
Stanach si chin di scatto e una lama sibil nell'aria sfiorandogli la testa. Un'altra pietra vol e manc il bersaglio. Stanach si tir in piedi e si volt appena in tempo per deviare e bloccare la stoccata verso il basso di una spada draconica con la propria. Il draconico cacci un sibilo. Con i denti snudati e gocciolanti dentro le lunghe mascelle, la lingua sottile che guizzava dentro e fuori, la creatura si scagli con tutto il suo peso contro la difesa di Stanach.
La lama di Stanach arretr. L'orlo affilato come un rasoio della lama del draconico si trov soltanto a un dito dal collo del nano. La mano del nano, coperta di freddo sudore, scivol sull'impugnatura della spada. Il suo aggressore aveva il vantaggio delle dimensioni e premeva sulla lama di Stanach con la propria e con la forza di tutto il suo peso. Il nano rabbrivid, ma reag con cupa tenacia: non avrebbe ceduto fino a quando i muscoli non gli fossero stati strappati dalle ossa. Inarc la schiena, e si prepar all'ultima carica.
Una risata chiocciante echeggi in alto, sopra la sua testa: era Lavim. Un altro dei suoi micidiali proiettili giunse a segno, centrando un occhio dell'avversario di Stanach.
Il proiettile successivo manc il bersaglio. Una pietra
dall'orlo aguzzo colp Stanach, intorpidendogli il braccio fino al polso. La spada gli schizz via dalla mano diventata inutile.
Con il cuore che gli balzava dolorosamente contro la gabbia toracica, Stanach si gir di scatto e cadde in ginocchio sull'acciottolato, cercando a tentoni la spada, convinto che avrebbe sentito il fatale affondare dell'acciaio nemico fra le sue scapole prima di raggiungerla. Maledisse la pessima mira del kender e rantol d'un sol fiato una preghiera a Reorx. Nel medesimo istante, Lavim url una scusa frettolosa e scagli un'altra pietra dall'alto.
Il draconico rugg. Vacill e cadde sotto una pioggia di ciottoli. Lavim esult. Colpisci, Stanach! No! Non farlo! Ne stanno arrivando altri! Scappa, Stanach, scappa!
Stivali dalle suole d'acciaio risuonarono sull'acciottolato come un rombo di tuono. Altri quattro draconici girarono l'angolo in fondo alla strada e si precipitarono di corsa verso Stanach. Il nano agguant la spada con la mano sinistra, si alz in piedi, e chiam Lavim agitando la mano.
Scendi gi, kender!
A Lavim sarebbe piaciuto farlo, ma non vedeva come sarebbe stato possibile. Le ali, pens... ai kender servirebbero davvero le ali! Strisci fuori sopra la trave di sostegno del paranco per i grossi carichi, e vi si tenne aggrappato con entrambe le mani. Si lasci penzolare, guard Stanach, sotto di lui, e url: Prendimi!
Il meglio che Stanach pot fare fu attutire la caduta del kender. Ruzzolarono al suolo in un groviglio di braccia e di gambe, con i ciottoli che mordevano loro la schiena e le ginocchia. Stanach tir su Lavim, sperando che la maggior parte delle ossa del kender fossero ancora intatte. Tenendosi aggrappato al braccio di Lavim, Stanach corse pi velocemente di quanto avesse mai fatto in vita sua.
Tyorl si piazz davanti a Kelida. Gli occhi del soldato si strinsero. Serr le dita intorno all'elsa della spada.
S, disse il soldato, battendo ritmicamente le dita sull'elsa. Un dolce addio. Non te ne stavi mica andando per caso, non  vero, elfo?
Il draconico scoppi a ridere, una risata breve, dura, abbaiante. Penso proprio di s, Harig. Quello che hai visto dev'essere stato il bacio d'addio alla pulzella.
La mano di Tyorl fremeva dalla voglia d'impugnare la spada. Kelida sollev lo sguardo: aveva gli occhi spalancati per la paura, il respiro affannoso. Le vene sul collo pulsavano a tal punto che parevano schizzar fuori ad ogni battito.
Scommetto che ci metter poco a dimenticarsi dell'elfo una volta che sar morto, Harig.
Pensi di poterlo far fuori?
L'elfo? Harig sbuff di disprezzo. La mia lama ha assaggiato altre volte il sangue elfo.  vecchia e sottile, ma baster.
Tyorl afferr Kelida per una spalla e la spinse da parte, sguainando la spada di Hauk. Mentre lo faceva, anche Harig sguainava la propria. Il draconico e l'altro umano si scostarono. Nessuno dei due fece una sola mossa per intervenire, ma i loro occhi erano rossi e rabbiosi.
Harig sogghign apertamente, mettendo a nudo i denti rotti e giallastri. Cosa ne dici, elfo? Vale un po' di sangue la tua pulzella?
La brezza si rafforz e cominci a gemere intorno alla sommit del crinale. Il puzzo di bruciato e di morte saliva a raffiche dalla valle. Gli zaffiri lungo l'elsa della spada di Hauk formavano un disegno prezioso, scintillando e danzando in una silenziosa canzone di luce.
Tyorl assunse una posizione difensiva rilassata e sciolta e spian la propria spada come se fosse lui lo sfidante, e non lo sfidato. Tutto il tuo sangue, disse con una voce bassa e gelida come poteva essere soltanto quella di un elfo, non basterebbe neanche per cominciare a misurarne il valore.
L'elfo vide negli occhi color fango scuro di Harig l'intenzione di colpire. La lama di Hauk si lev alta e ricadde con forza. L'altro soldato e il draconico urlarono, e Kelida url. Harig mor ancora prima di riuscire a muoversi.
Tyorl si mosse velocemente. Afferr Kelida per il polso e l'attir accanto a s. Ancora una volta spian la spada in un gesto di sfida, questa volta contro le due guardie rimaste.
Se volete, posso darvi la stessa morte.
I due, le spade sguainate, lo attaccarono ai fianchi. Il draconico sibil, un suono che ricord a Tyorl un serpente che si stesse levando per colpire. Mentre veniva stretto dappresso, l'elfo preg divinit troppo a lungo dimenticate che la sua vanteria corrispondesse al vero.
Lasciatisi alle spalle le strade acciottolate di Lungo Crinale, Stanach e Lavim proseguirono a gran velocit. E lo stesso fecero i draconici lanciati al loro inseguimento.
Il kender teneva la testa bassa e le sue corte gambe erano stantuffi vorticanti. Le tre borse di cuoio e le due di stoffa che aveva alla cintura oscillavano e rimbalzavano all'impazzata mentre correva. Adesso Lavim ansimava come un vecchio mantice e non sprecava pi il fiato per ridere sonoramente, anche se Stanach poteva ancora cogliere la risata nei suoi luccicanti occhi verdi.
Lavim correva per il solo piacere di ascoltare le furibonde imprecazioni dei draconici. Quando uno dei suoi inseguitori scivol in una pozzanghera fangosa, perdendo l'equilibrio e facendo inciampare altri due inseguitori, il kender rallent per guardarli mentre si dibattevano, cercando di districarsi e lanciando imprecazioni da far accapponare la pelle. Stanach fu pronto per ad agguantarlo per il braccio e, infilato un vicolo, trascin Lavim dietro di s. Poi super con un salto alcune botti fracassate che sapevano di vino inacidito. Lavim non salt, ma si limit ad arrampicarsi fuori dal fango, mentre i draconici a loro volta entravano ruggendo nel vicolo. E i due fuggiaschi ripresero a correre.
Stanach sent il cuore che gli si sfracellava contro le costole. Le gambe cominciavano a pesargli come il piombo e le fitte di dolore al fianco minacciavano di farlo cadere ad ogni passo.
Mentre si avvicinavano all'ultima curva, oltre la quale si sarebbero trovati fuori dalla citt, nel punto in cui iniziava la ripida discesa fin gi nella valle, una donna lanci un grido acuto di terrore. N il nano n il kender avrebbero potuto rallentare, neppure se avessero voluto. Raggiunsero la curva della strada, ancora prima che gli echi dell'urlo della donna avessero terminato di disperdersi nella valle. Lavim afferr il braccio di Stanach, lo trattenne fino a costringerlo a fermarsi, e punt un dito.
Stanach imprec: l'elfo che aveva cercato per tutta la mattina stava combattendo disperatamente contro due soldati dell'esercito draconico. Il sangue gli colava dalla spalla destra e dal viso. La cameriera della taverna, carponi in mezzo alla strada, frugava nel terreno alla ricerca di pietre, scagliando addosso ai draconici tutto quello che trovava. Ma anche se la sua mira era buona, i suoi proiettili non aiutavano l'elfo in nessun modo, rimbalzando innocui sulla cotta dei suoi avversari. Ma cosa mai ci faceva la ragazza in compagnia dell'elfo?
Addossato al bordo roccioso del crinale, l'elfo impugnava la spada con due mani, dimostrando una considerevole abilit. Ma Stanach sapeva che la sua abilit non sarebbe stata sufficiente ad averla vinta sugli avversari, soprattutto con lo strapiombo cos vicino. Non era possibile che l'elfo riuscisse a tener testa ai due draconici. Se non avesse messo prima un piede in fallo, precipitando gi dal dirupo e morendo sfracellato, sarebbe rimasto ucciso da una spada draconica.
Lavim, basandosi sulla teoria che chiunque combattesse contro un draconico potesse essere soltanto un amico, lanci un tonante ed entusiastico urlo di battaglia e si lanci a capofitto contro uno degli aggressori dell'elfo. Il soldato e il kender ruzzolarono sulla strada.
Stanach si mosse con maggior cautela e calcolo. Non si era dimenticato, come invece aveva fatto Lavim, dei loro inseguitori. Da un istante all'altro altri quattro draconici sarebbero comparsi
alla curva della strada. Un kender, una ragazza, un elfo sanguinante e un nano col fiato mozzo non ce l'avrebbero fatta ad affrontare sei delle creature di Carvath. Ma un draconico morto in mezzo alla strada che si stava trasformando in polvere poteva far fermare gli altri quattro quel tanto che bastava a dare alla loro fuga una sia pur esile possibilit.
In quel momento Stanach aveva un solo desiderio: trovarsi quanto pi possibile lontano da Lungo Crinale. Si abbass sotto la guardia del draconico e sferr una violentissima stoccata verso l'alto, uccidendo la creatura e strappando fuori la lama proprio mentre l'altra spada sfuggiva di mano all'elfo, caduto in ginocchio, risuonando sul terreno.
Stanach allung la mano per restituirgli la spada. Trov la mano dell'elfo che si era chiusa sull'impugnatura della spada prima della sua. Allora abbass lo sguardo e, per un lungo istante, cess di respirare.
Una luminosit rossa striava la lama, risaltando anche attraverso il sangue.
Grande Reorx, pens Stanach, intorpidito. Eccola! Stormblade!
Poi Tyorl si risollev in piedi e Stormblade scomparve, sollevata in alto dalla mano dell'elfo, fuori della portata del nano.
Pi avanti, sulla strada, Lavim aveva strappato una pietra dalla mano della ragazza, calandola con forza sul cranio del suo avversario. L'osso si ruppe, il soldato url, e Lavim colp di nuovo, tanto per andare sul sicuro.
L'elfo respirava a fatica. Stanach gli lanci un'occhiata dubbiosa. Sanguinava da una ferita alla spalla, i suoi occhi erano opachi, quasi sfocati. Se cadi qui, pens Stanach con freddezza, avr quello che stavo cercando, amico mio, e te ne sar grato... Oh, quanto te ne sar grato!
Ma l'elfo non cadde. Al contrario, drizz il mento, si asciug il sangue dal viso e, con uno sforzo di volont, concentr la sua attenzione su Stanach. Sto bene.
Stanach sbuff. Ma ce la fai a correre?
L'elfo sussult appena. Correre? Se sar necessario.
Stanach indic la citt alle sue spalle. Come aveva temuto, i quattro draconici stavano giusto in quel momento girando l'angolo. Devi farlo, e subito, disse, cupo.
S, pens, devi farlo. Tu e Stormblade dovete correre con me, amico mio.
Corsero.


Capitolo ottavo.

Non c'era la minima luce. Non ce n'era stata nessuna, fin dall'istante in cui era divenuto consapevole di trovarsi in quel posto. Hauk non sapeva quanto tempo fosse passato da quando aveva ripreso conoscenza. Non era legato n incatenato, eppure non poteva muoversi. Giaceva sulla pietra umida e il freddo filtrava dentro il suo corpo avvolgendogli le ossa con la stretta di una febbre.
Gli pareva di non aver mai conosciuto il caldo. I suoi ricordi erano di un terrore che penetrava fin dentro le ossa, e una domanda ripetuta all'infinito.
Dov' la spada dall'elsa di zaffiri?
Era morto due volte da quando si trovava l. La sua prima morte era stata rapida e straziante, con il freddo acciaio nel ventre e il sangue che gli sgorgava fuori dal corpo. La seconda volta, si era trovato nel buio eterno e aveva sentito il lento avvicinarsi della morte. Aveva avvertito il suo passo furtivo da cacciatore, aveva sentito che veniva a cercarlo come una tempesta d'estate che investe una valle. Anche se non era legato, era impossibilitato a muoversi e giaceva nel buio ascoltando l'avvicinarsi della morte. Privo di voce, pregava ogni dio che fosse disposto ad ascoltarlo. La morte continuava ad arrivare, con passi simili al fragore del tuono, la voce come un canto funebre che chiamava il suo nome.
E fra le due morti, c'era sempre la domanda: Dov' la spada dall'elsa di zaffiri?
Hauk non aveva mai risposto. Neppure si permetteva di pensare
la risposta, o di ricordare la spada o la ragazza della taverna a cui l'aveva data. Chiunque fosse in grado di ucciderlo due volte, poteva cancellare la luce negli occhi di quella ragazza allo stesso modo di un uomo che spegnesse una candela.
Chiunque fosse in grado di ucciderlo due volte, poteva penetrare il cuore della ragazza servendosi della sola volont. Come un pugnale che volasse, argenteo nel fumo azzurrognolo, attraverso una taverna.
E non riusciva a capire come mai qualcuno dovesse volere a tutti i costi quella spada dall'elsa tempestata di zaffiri.
Cos, Hauk esisteva in una contrada desolata impregnata di attesa e terrore. Non riusciva a capire quando dormiva o
quand'era sveglio. L'oscurit alimentava i suoi incubi ed era tormentato, quando era immerso nel sonno, dagli stessi sogni malefici che lo tormentavano quand'era sveglio.
Eppure, adesso - sempre in quella contrada desolata - Hauk divenne consapevole di non essere solo. Un sottile mutamento della sensazione che gli trasmetteva l'aria intorno a lui, gli comunic l'impressione che qualcosa, o qualcuno, si muovesse l accanto, anche se quasi impercettibilmente.
Qualcuno respirava nel buio. Aspri rantoli echeggiavano intorno a lui, e da questo seppe che il luogo in cui si trovava aveva pareti. Una voce borbott e bisbigli. La paura serpeggi nel corpo di Hauk, insediandosi gelida e greve nei suoi visceri.
Quella non era la voce spietata che gli aveva chiesto della spada. L'altra voce era stata dura, come l'orlo affilato e tagliente dell'acciaio temprato. La nuova voce era diversa: pi sottile, rotta.
Oppure era lui stesso l'origine di quel borbottio?
La luce esplose nel buio, proiettando ombre danzanti sulle pareti e dardi di fuoco nei suoi occhi. Hauk url per il dolore. Non era in grado di girare la testa, e neppure di chiudere gli occhi. La luce venne subito spenta.
L'immagine di un nano bordata di fuoco, rannicchiata sul pavimento ai suoi piedi, con la lanterna tenuta alta, ardeva dietro le sue palpebre doloranti.
Chi...? gemette Hauk. Non gli arriv nessuna risposta, salvo il rumore d'un ansito improvviso e il trepestio di stivali in corsa sulla pietra.
Chi sei?
Un singhiozzo. Un borbottio sordo e tormentoso. Silenzio. Hauk era di nuovo solo nella desolazione.


Capitolo nono.

Il vento gelido li insegu fino agli stessi confini della foresta e si addolc soltanto quando s'inoltrarono sotto la fronda della foresta. Stanach rabbrivid, quando il gelido tocco delle dita della superstizione prese a danzargli lungo la spina dorsale. Non aveva mai pensato che sarebbe entrato a Qualinesti e non lo aiutava affatto sapere che si trovava soltanto a un quarto di giornata di viaggio dentro il Bosco degli Elfi. Stanach era convinto che quel luogo gli avrebbe dato l'identica sensazione sia che si fosse trovato ai suoi margini, sia nel suo centro: sorvegliato, protetto, difeso.
Durante tutta la sua vita Stanach aveva udito storie di viaggiatori che avevano vagato all'interno di Qualinesti. Quelle storie non venivano mai raccontate dai viaggiatori medesimi. Nessuno che fosse entrato senza essere invitato era mai uscito dal Bosco degli Elfi. Se non fosse stato per Stormblade e la sua promessa di riportarla, Stanach si sarebbe accomiatato ai bordi della foresta e avrebbe piuttosto affrontato il rischio di scontrarsi con i draconici. Ma aveva giurato sul nome della spada, e lo aveva promesso a Hornfel, il suo thane.
Lui, con Lavim e Kelida, erano entrati nel bosco seguendo Tyorl. L'elfo camminava con passo lento e zoppicante, ma nessuno lo contest quando dichiar che nessun draconico li avrebbe seguiti all'interno della frondosa Qualinesti.
Malgrado non avesse sollevato proteste, Stanach non era affatto
felice d'inoltrarsi nella foresta, per di pi procedendo verso ovest, visto che Piper lo stava aspettando fra le colline di sud-est.
Erano passati due giorni da quando aveva lasciato il mago a cavarsela da solo fra le colline a sud di Lungo Crinale. Era riuscito Piper a sfuggire ai suoi inseguitori? Quattro contro uno era un grosso svantaggio.
Comunque, pens Stanach, mentre si faceva largo a spallate attraverso una macchia di arbusti spinosi, non c'era stata scelta. Uno dei due doveva assolutamente arrivare a Lungo Crinale. Qualcuno doveva ben ritrovare la spada.
Stanach prov un tuffo al cuore. I rampicanti che coprivano il suolo s'intrecciavano con i rami caduti formando un groviglio inestricabile. Pareva avessero ricevuto l'ordine di rendere confuso il sentiero. Lui stava seguendo Stormblade alla cieca dentro il Bosco degli Elfi, e in mezzo a quella foresta si sentiva un intruso.
Ma qualcuno doveva trovare la spada, qualcuno doveva dare un significato alla morte di Kyan Red-axe. Lui avrebbe seguito Stormblade, avrebbe trovato un modo per rivendicarla, confidando che Piper si sarebbe trovato nel luogo stabilito per l'incontro.
Kelida aveva trasportato Stormblade sin da quando erano entrati nella foresta. Tyorl si era offerto di portarla lui, ma aveva incontrato un rifiuto. Stanach non sapeva perch mai la ragazza avesse insistito a non volersi separare dalla spada. La lama continuava a sbattere contro la sua gamba quasi ad ogni passo. A lui, tutti quei lividi non avrebbero certo fatto piacere.
Il nano continuava a chiedersi in che modo la ragazza fosse venuta in possesso della spada. Ma, in fin dei conti, non aveva importanza come Kelida fosse venuta in possesso della Stormblade... adesso importava soltanto che lui trovasse il modo di riportarla a Thorbardin.
Non sapeva come ci sarebbe riuscito. Anche se era vero che non avrebbe avuto scrupoli a rubare Stormblade, era anche vero che non avrebbe corso il rischio di rubarla a un elfo in
Qualinesti. Stanach non sapeva in che rapporto fossero l'elfo e la ragazza, ma aveva sentito subito che rubarla a Kelida sarebbe stato come rubarla a Tyorl.
L'elfo era ferito, ma non cos gravemente da non riuscire a scovare il ladro di un'arma cos preziosa in mezzo a una foresta che aveva conosciuto sin dall'infanzia e che lui, Stanach, non conosceva affatto.
Qualunque fuga Stanach avesse tentato attraverso il bosco con Stormblade, poteva finire soltanto con una freccia conficcata nel suo collo e la Spada da Re perduta un'altra volta.
No, pens Stanach, cupo, che la ragazza portasse la spada ancora per un po', fino a quando lui non avesse trovato cosa dire e cosa fare.
Cos, pur rabbrividendo dal freddo nella foresta senza sole, Stanach segu Tyorl. Adesso, era arrivato troppo vicino, per veder sparire Stormblade nel buio e profondo Bosco degli Elfi.
Lavim, che sgambettava accanto a Tyorl, sollev lo sguardo, con gli occhi verdi che brillavano.
Non ci sono troppi spettri, vero?
A queste parole, Tyorl sorrise, una torsione all'ins delle labbra. Ti aspettavi degli spettri, kender?
Fantasmi, larve... anche se penso che possa essere la stessa cosa. Si sentono raccontare un mucchio di storie su questo posto.  piuttosto strano, non ti pare? Voglio dire, dichiarano tutti che non c' modo di uscire di qua una volta che sei entrato, poi raccontano tutte queste storie su creature senza cuore, senz'anima, forse perfino senza testa! Come possono sapere di...
Lavim, chiudi il becco, lo ammon Stanach.
Lavim si gir e, visto il cupo cipiglio di Stanach, chiuse di scatto la bocca.
Kelida, che aveva mantenuto un cupo silenzio durante la loro fuga da Lungo Crinale, teneva il passo con gli altri, nonostante l'impaccio di Stormblade. Non diceva nulla, ma le ombre si muovevano come incubi sul suo viso sbiancato. Stanach l'afferr per il polso e la sorresse.
Dimmi, allora, Tyorl, borbott, il posto  infestato, oppure stai soltanto cercando di spaventarci?
Tyorl si ferm, e si gir con gli occhi semichiusi, assonnati. Non pi infestato di qualsiasi altro posto su Krynn.
Lavim, con una scrollata di spalle in direzione di Kelida, sgambett fuori dal sentiero. Si chiese cosa mai preoccupasse Kelida e sper di riuscire a ricordarsi di chiederglielo pi tardi. In ogni caso, quello era il Bosco degli Elfi, e con un po' di fortuna, anche se la risposta di Tyorl era stata vaga, il posto sarebbe stato davvero infestato. Lavim sbirci in mezzo al folto degli alberi, affondando lo sguardo nelle ombre nere e profonde, chiedendosi che forma avrebbero assunto gli spettri. Dal punto di vista del kender, le cose cominciavano a migliorare.
Dopo aver camminato per un'altra ora, quando la luna rossa era gi tramontata e quella d'argento era soltanto un bagliore
fioco e spettrale dietro alle nubi minacciose, finalmente Tyorl si ferm in una radura sovrastata da.una grande quercia. Quando Lavim si offr volontario per fare il primo turno di notte, nessuno protest.
Tyorl raggiunse zoppicando la riva d'un ruscello per ripulirsi le ferite che aveva sul viso e il taglio lungo e poco profondo che gli incideva la spalla. Stanach raccolse la legna e prepar il fuoco della notte. Mentre esplorava i dintorni, Lavim aveva approfittato dell'occasione per cacciare e aveva fatto ritorno con due grosse pernici. Kelida piomb nel sonno prima ancora che gli uccelli venissero spennati.
Il vento freddo e umido danzava con le fiamme e faceva gemere e crepitare i rami spogli che sbattevano gli uni contro gli altri. Stanach attizz il fuoco e fiss il cielo che si stava rannuvolando.
Prima di domattina piover, disse. Tyorl fu d'accordo con lui. Un gufo scese in picchiata, sfrecciando basso appena all'esterno del cerchio di luce del fuoco, un'ombra e un battito d'ali. Una volpe abbai al di l del ruscello. Lavim faceva il suo turno di guardia andando su e gi accanto a un boschetto di argentee betulle. N Stanach n Tyorl si aspettavano che il kender restasse a lungo al suo posto e di comune accordo erano rimasti seduti e svegli. Tyorl aveva appoggiato la schiena a un tronco, e teneva le gambe tese accanto al fuoco. Con la pancia piena e il fuoco che
lo riscaldava, si era quasi completamente rilassato. Guard Stanach, con un pigro sorriso di complicit, passandosi il pollice lungo il profilo della mascella.
Dillo, nano.
Colto di sorpresa, Stanach sollev lo sguardo dal fuoco. Cosa vuoi che dica?
Qualunque cosa stessi per dire da tutta la sera. Qualunque cosa tu voglia dire tutte le volte che guardi la spada di Kelida.  una bella lama, ed  probabile che tu ti chieda come ne sia venuta in possesso. Tyorl indic Kelida con un cenno del capo. La ragazza dormiva con una mano che le faceva da cuscino e l'altra sopra la spada. Senza dubbio hai capito che le  pi che altro d'impaccio.
Come ha fatto ad averla?
 questa la domanda?
Una delle domande, replic Stanach, asciutto.
Onesto da parte tua, suppongo. Si  trattato di un dono.
Chi gliel'ha data?
Perch? Ha importanza?
Stanach guard il fuoco guizzare e arricciarsi intorno ai ceppi di noce e di quercia. Il tono di sfida di Tyorl era abbastanza pacato. Tuttavia, esigeva una risposta. Il nano intrecci le dita nella barba nera, tirandosela soprappensiero. Ricord l'ammonimento di Piper: Fai quello che devi fare per ottenere la spada. Sospir.  pi importante di quanto non immagini. Stanach indic la spada sotto la mano di Kelida. Si chiama Stormblade.
Una manciata di foglie brune semisbriciolate vortic attraverso la radura, frusciando contro le rocce che costeggiavano il ruscello e bisbigliando fin dentro il sottobosco. Per un istante il bagliore della luna rossa sfugg alla coltre di nubi, facendo diventare ogni cosa purpurea. Tyorl si sporse in avanti.
Un bel nome. Come lo sai?
Non me lo sono inventato adesso, se  quello che pensi. Accanto al punto in cui l'elsa si congiunge con l'acciaio, c' il marchio del fabbro che l'ha forgiata: un martello attraversato da una spada. Isarn Hammerfell di Thorbardin ha forgiato la lama e le ha dato il nome. C' un punto ruvido sull'elsa dove il solco non  stato lisciato. Controlla, se dubiti delle mie parole.
Li ho visti entrambi. Ma ancora non mi hai risposto, amico Stanach. Che importanza mai pu avere chi ha dato a Kelida la spada?
Del buon sangue  stato sparso per Stormblade. E cattivo. Che io sappia, quattro sono finora morti per rivendicarne il possesso. Uno di questi, un nano di nome Kyan Red-axe,  stato ucciso due giorni or sono. Era un mio consanguineo.
Tyorl si appoggi al tronco. D'un tratto si ricord dei due nani da Tenny's, e come avessero seguito con marcato interesse quella partita al bersaglio col pugnale.
N Hauk n i nani erano stati pi visti a Lungo Crinale dopo quella notte, non c'era stata nessuna ragione per collegare i nani alla scomparsa di Hauk... fino a quel momento.
Prosegui, disse. Stanach percep la tensione nella sua voce e cerc di evitare qualsiasi reazione. Tyorl avrebbe potuto voler conoscere tutta la storia, e Stanach sapeva di aver gi raccontato troppo per cominciare ad alterarla proprio adesso.
Non sono un narratore, Tyorl, ma ecco la storia. La spada  stata creata a Thorbardin e rubata due anni or sono. Il mio thane, Hornfel, e un altro, Realgar, l'hanno cercata fin dal giorno in cui  scomparsa. Non molto tempo fa giunse voce che
Stormblade era stata ritrovata. Era in possesso di un ranger, e l'ultima volta era stato visto a Lungo Crinale.
 soltanto una spada, Stanach, sbuff Tyorl. La gente uccide con una spada, non per una spada.
Per questa spada sono disposti a uccidere.  una Spada da Re. Nessuno pu regnare sui nani senza una Spada da Re. E chi ne possiede una... Stanach scroll le spalle. Thorbardin sar dominata dal nano che possiede Stormblade.
Una buona ragione per volerla... tu stesso.
 un forestiero, si disse Stanach, e troppo ignorante per sapere quello che sta dicendo. Per cui, cerc pazientemente di spiegarglielo. A me non servirebbe a niente. Io sono uno spadario, e nient'altro. Non ho alle spalle gli eserciti che appoggiano Realgar. Sarebbe una ribellione assai annacquata la mia, senza neppure un soldato o due alle mie spalle, no?
Tyorl scroll le spalle. Scommetto che il tuo Hornfel ha un soldato o due.
Li ha.
Sei al suo servizio?
 il mio thane, disse Stanach, semplicemente. Ho contribuito a forgiare la spada per lui. Ero... ero l quando Reorx ha toccato l'acciaio. Fiss per un lungo istante le proprie mani, seguendo le cicatrici sui suoi palmi. Erano trecento anni che non l'aveva pi fatto, Tyorl. Nessuna spada  una Spada da Re senza il tocco del dio. Io... io avrei dovuto sorvegliare la spada. Ho voltato la schiena solo per un attimo...
E l'hai perduta.
Stanach non replic nulla fino a quando l'elfo non lo sollecit a continuare. Era una storia ben strana. Tyorl ebbe qualche difficolt a seguire le vie tortuose della politica dei nani, ma nessuna a capire che per Stanach e per i due thane che cercavano la spada, Stormblade era molto di pi che un bel pezzo di artigianato. Era un talismano che avrebbe finalmente sanato le divisioni e i contrasti del Consiglio dei Thane di Thorbardin.
Tyorl ascolt con attenzione chiedendosi, mentre lo faceva, se i nani sapessero che gi adesso Verminaard stava progettando di far avanzare i soldati dell'esercito draconico tra i pendi orientali dei Monti Kharolis. Il Gran Signore aveva puntato il suo occhio avido su Thorbardin.
I suoi di erano divinit elfiche, l'argenteo Paladine e il signore della foresta, il re dei bardi, Astra. Ma Tyorl, osservando le ombre raccolte dietro gli alberi, che scivolavano sul bruno tappeto delle foglie di quercia,
riconobbe un disegno che soltanto Takhisis, la Regina delle Tenebre, poteva tessere. Si accost di pi al fuoco, colto da una sensazione di gelo.
Se conosci la spada, riprese Stanach, avrai visto la striscia rossa nell'acciaio. E il segno della forgia del dio, il riflesso del fuoco dello stesso Reorx. L'ho visto venire rosso dal fuoco, e, quando l'acciaio si  raffreddato, ho visto il segno del dio. Questa  una Spada da Re, e il thane che avr Stormblade regner su Thorbardin come Re Reggente. Da trecento anni non un solo thane ha regnato sui regni dei nani.
 duro essere senza re. Qualcosa mancher... sempre, sar ambita ma mai trovata. Sappiamo che non avremo mai pi un Gran Re. Il Martello di Kharas  fatto di leggenda e di speranze, non  sul punto d'essere ritrovato. Ma Stormblade ci dar un Re Reggente, una persona comunque in grado di gestire il potere sedendo sul trono al posto del Gran Re che non ci sar mai.
Ma se Realgar diverr Re Reggente, i nani di Thorbardin verranno ridotti in schiavit. Realgar  un derro, un mago e un adoratore di Takhisis. Thorbardin sar sua e cadr senza combattere. Realgar  disposto a qualunque cosa, pur d'impadronirsi della Stormblade, e ha ucciso per molto meno.
Un ceppo, leggero e ricamato di cenere grigia, scivol gi dal fuoco. Stanach lo spinse di nuovo in mezzo alle fiamme con il piede. Alla fin fine immagino che non abbia importanza il modo in cui Kelida ha ottenuto la spada.
Ha importanza, nano. Tyorl si sporse in avanti, con gli occhi azzurri come la lama del suo pugnale che luccicava al riflesso del fal.
Stanach sedeva perfettamente immobile, con gli occhi fissi sull'acciaio. S, allora? Come?
Ha importanza perch l'ha ricevuta da un mio amico. Il ranger di cui hai parlato. E sono due giorni che manca all'appello. Ne sai niente, per caso? Due nani, e a uno dei due mancava un occhio, erano da Tenny's la notte della scomparsa di Hauk... erano per caso amici tuoi?
Stanach si sent raggelare le ossa. Gli agenti di Realgar erano stati a Lungo Crinale!
Non erano amici miei. Io ho lasciato Thorbardin insieme a Kyan Red-axe e ad un mago umano chiamato Piper. Kyan  morto. Piper mi sta aspettando fra le colline. Sono venuto da solo a Lungo Crinale.
Mi sto chiedendo se non stai mentendo.
Chieditelo quanto vuoi, sbott Stanach. Ricordava Kyan e le strida crudeli delle cornacchie nel cielo. Quei due nani a Lungo Crinale non erano amici miei.  molto probabile che facessero parte del branco di Realgar. Scommetto che almeno uno di loro  un mago. Senza alcun dubbio hanno teso un agguato al tuo amico e non hanno trovato la spada perch l'aveva gi data alla ragazza.
E se quei due erano maghi, Tyorl, possono averlo portato a Thorbardin ancora prima che tu ti accorgessi della sua assenza. Se non  morto,  nelle mani di Realgar. Io preferirei esser morto piuttosto che trovarmi tra le sue mani. Sappi questo: user ogni mezzo per scoprire dove si trova adesso la Spada da Re!
 probabile, si disse in silenzio Stanach, che quel ranger sia gi morto. Non sarebbe vissuto due giorni se avesse dovuto far affidamento sulla misericordia di Realgar. Ma Hauk doveva aver mantenuto il silenzio fino all'ultimo. Colse lo stesso, improvviso pensiero negli occhi, incupiti, dell'elfo.
S, anche tu lo sai bene, bisbigli Stanach.
Tyorl scosse la testa e sollev lo sguardo. Credo soltanto che abbiamo perso la nostra sentinella. Il kender non c' pi.
Non dubiti di me, si disse il nano. Se dubitassi, non correresti il rischio che, adesso, qualcuno disposto a uccidere per Stormblade ci stia seguendo... stia seguendo la ragazza.
Stanach indic con un cenno del capo le betulle, di un grigio spettrale nel buio. Ci penso io a tenere acceso il fuoco. Tu cerca di dormire un po'!
Tyorl scosse la testa. Il kender  amico tuo. Mi sembra molto conveniente, per te, che se ne sia andato, lasciando che sia tu a fare il turno di guardia... e magari a portar via la spada.
Io? sbuff Stanach. E dove andrei mai con la spada? S, tornerei a Thorbardin, se potessi. Immagino che potrei ucciderti mentre dormi. Ma sai benissimo che non pu essere. Non uscirei mai da questa foresta prima di esser morto di vecchiaia. Non c'era nessun umorismo nel sorriso di Stanach. Lavim l'ha detto: "Colui che entra nel Bosco degli Elfi non esce senza che un elfo gli indichi la strada." Vai a dormire. Sono disposto ad aspettare fino a domattina per parlartene di nuovo.
Tyorl, che si era fidato del nano a Lungo Crinale, adesso non si fidava di lui. Tuttavia, si fidava della foresta. Non sapeva quello che Stanach avrebbe potuto fare, se non avesse dovuto temere Qualinesti. Anche se le assicurazioni di Stanach erano parse convincenti, e date senza difficolt, Tyorl si chiedeva se fossero state anche sincere.
Kelida si arricci ancora di pi su se stessa per proteggersi dal gelo e dall'umidit che filtrava nelle sue ossa salendo dal duro terreno. Aveva sentito abbastanza della storia che Stanach aveva raccontato a Tyorl per sapere che la spada che le aveva coperto la gamba di lividi, quella che adesso giaceva sotto la sua mano, non era una spada comune.
Le loro voci, per quanto basse, l'avevano svegliata. Ma questo non le era, in fin dei conti, dispiaciuto. Il suo sonno era stato insudiciato da incubi di fuoco e di morte.
Non aveva avuto nessuna intenzione di origliare, ma quando aveva sentito parlare della spada, quando l'aveva sentita nominare, non era riuscita a fare a meno di ascoltare.
Hauk! Era morto? Era prigioniero di questo Realgar?
Kelida chiuse di nuovo, strettamente, gli occhi. Ricordava le sue mani, grandi e callose, mentre appoggiava la spada,
Stormblade, ai suoi piedi. Ricordava il suo sorriso e il modo in cui la sua voce si era spezzata quando le aveva offerto quelle parole di scusa. Cosa gli era successo?
Se non  morto,  nelle mani di Realgar. Io preferirei esser morto.
Tyorl dormiva l accanto. Sul lato opposto al suo, al di l del fuoco, Stanach era di sentinella. La luce del fal scintillava sull'orecchino d'argento che portava e traeva rossi riflessi dalle profondit della sua barba.
Quando allung una mano per afferrare un grosso ramo da gettare sul fuoco, Kelida si rizz a sedere. Lui non disse niente, si limit ad annuire. Kelida si ricacci dietro l'orecchio un ricciolo vagante e gli porse un altro ramo.
Stanach prese il pezzo di legno e la ringrazi. Kelida rimase sorpresa dalla sua voce: quasi sempre un rombo profondo e ringhiante quando parlava a Tyorl, adesso era stata bassa e delicata. Kelida arrischi un sorriso. Anche se lui non lo ricambi, i suoi occhi scuri ora parvero meno cupi.
Incoraggiata, Kelida and a sedersi accanto a lui; non condivise con lui il tronco su cui era seduto, ma si accovacci sul terreno, appoggiando la schiena al tronco. Non stacc gli occhi dalla fiamma.
Il fuoco denso e caldo come le fiamme di cento torce si riversava fuori dalle fauci del drago. Kelida url quando il fuoco raggiunse il tetto di paglia asciutto come l'esca di un acciarino. La casa esplose intorno a suo fratello e a sua madre. Per un lungo, orribile istante Kelida vide i volti di sua madre e di suo fratello. Il
ragazzo stava strillando, le lacrime sul suo viso avevano il colore del sangue, riflettendo le fiamme. La madre, curva sopra suo figlio, come se il proprio corpo potesse proteggerlo dal calore, aveva una strana espressione che era un misto di disperazione e rassegnazione.
Poi non vi fu pi niente da vedere, salvo due torce umane in una casa fatta di fuoco.
Kelida non sentiva nessun calore sprigionarsi dal fuoco del fal. Il fugace, intenso ricordo della morte della sua famiglia era servito soltanto a farla rabbrividire.
Stanach, dov' Lavim?
Stanach scroll le spalle. Se n' andato... per qualcosa che riguarda i kender, suppongo. Chi lo sa?  probabile che torni prima dell'alba.  andato a cercare fantasmi, pens. Ma non lo disse a voce alta.
Vi abbiamo ringraziato per averci salvato la vita? chiese lei, con calma.
Lui non rispose subito, ma rest perfettamente immobile, come se si stesse ponendo quella domanda. No, disse alla fine.
Mi spiace. Avremmo gi dovuto farlo prima. Grazie. Se non fosse stato per te e Lavim, a quest'ora Tyorl sarebbe morto, ed io... Esit, quasi udisse fra i sibili e i crepitii delle fiamme gli angosciosi bisbigli dei suoi incubi.
Stanach scosse la testa. Non pensarci. Non  accaduto, per cui... Ma dimmi, invece, come mai ti trovavi vicino alla barricata insieme a Tyorl?
Lo stavo salutando. Stava partendo da Lungo Crinale.
Ah?
Kelida lesse nei suoi occhi ci che stava pensando, e arross. No, non  quello che pensi. Lo... lo conosco soltanto da uno o due giorni. Quando Hauk mi ha dato la spada, e poi  scomparso, io volevo restituirla a Tyorl, ma lui non ha voluto accettarla. Ha detto che Hauk poteva tornare a riprenderla.
Stanach sorrise. Adesso capiva. La ragazza non era affatto interessata a Tyorl. Ma le interessava il ranger scomparso, Hauk. Lo sent nella sua voce e lo vide nel modo in cui lanci un'occhiata a Stormblade dietro di s. La spada avrebbe potuto avere un'elsa di piombo, gli zaffiri avrebbero potuto essere soltanto sassi raccolti dal letto del ruscello... ma era la spada di Hauk, e questo era tutto ci che importava a Kelida.
Ci che importava a Tyorl, tuttavia, era qualcos'altro. A lui interessava la ragazza. S, gli occhi dell'elfo potevano esser duri quanto i gioielli di Stormblade, ma mai quando guardava Kelida, mai quando parlava di lei. Questo sarebbe stato qualcosa da prendere in considerazione.
Kelida, disse Stanach, la tua famiglia non si chieder dove mai ti trovi?
Mio padre, mia madre, e Mivai, il mio fratellino... Kelida tir un profondo respiro per riprendere il controllo di s, ... sono morti. Avevamo una fattoria nella valle. Poi... poi  arrivato
il drago e...
Stanach guard altrove, al di l del fuoco e in mezzo alla foresta immobile e silenziosa. Il vento sibilava e urlava, come il lontano ululato d'una torma di razziatori. D'un tratto si sent come qualcuno che, per pigra curiosit, fissa la ferita aperta e sanguinante d'un estraneo. Zitta, Kelida, disse, in un bisbiglio. Ho visto la valle.
Il respiro di Kelida era rauco. Non ho nessuno che possa sentire la mia mancanza.
Secondo i criteri di giudizio umani, era una creatura graziosa. Stanach la sbirci con la coda dell'occhio. Quanti anni aveva? Forse venti. Era difficile dirlo. Alta, i capelli fulvi, era molto probabile che i figli dei contadini di Lungo Crinale fossero stati attratti dai suoi occhi verdi come le falene da una candela. Per qui, nella foresta buia, non erano gli occhi di una donna, erano gli occhi di una bambina smarrita, spalancati e spaventati, che fissavano un mondo improvvisamente impazzito.
Vent'anni! Stanach, che a vent'anni era stato solamente un bambino, e che non era mai stato capace di capire come qualcuno che avesse vissuto per un arco di tempo cos breve potesse essere considerato un adulto, vedeva in Kelida soltanto una bambina.
Una bambina che non aveva pi nessuno. Per gli umani esisteva una famiglia, e molto spesso tutti gli altri fuori della famiglia erano degli estranei. Non c'era nessun clan, nessun pozzo di mutua comprensione grande e profondo al quale attingere, quando un genitore, un fratello, un figlio morivano. Stanach cerc d'immaginarsi come potesse essere quel vuoto, ma non ci riusc. Una volta ogni tanto, a lunghissima distanza di tempo, un nano poteva venir dichiarato fuorilegge, trovarsi esiliato dal clan. Questi sfortunati venivano evitati da tutti, e commiserati da alcuni. Ma non era questa la condizione di Kelida. Per lei era come se tutto il suo clan, genitori, fratelli, figli e figlie, cugini, zie, zi, nonni, nonne, tutti coloro che avevano spartito il suo nome, fossero morti.
Stanach rabbrivid. Non era immaginabile. Attizz un'altra volta il fuoco e fiss la piccola eruzione di scintille che danzavano nella notte. Il bagliore del fuoco scivol sopra l'elsa dorata della Stormblade, colorando d'arancione la scanalatura d'argento, e danz lungo l'azzurro sentiero di zaffiri.
Stanach si tir la barba. S... il ranger significava qualcosa per lei.
Questo Hauk, l'hai conosciuto a lungo?
No. Solo quel tanto che  bastato perch mi desse la spada. Kelida esib un timido sorriso.  una storia sciocca. Il sorriso della ragazza si spense subito. I suoi occhi verdi divennero cupi e tristi. E morto, non  vero? Ho sentito quello che hai detto a Tyorl.
Stanach fu quasi sul punto di dirle che Hauk era davvero morto. Come poteva essere ancora vivo? Poi, il nano si rese conto che, se Kelida pensava che Hauk fosse vivo e ancora prigioniero di Realgar, un prigioniero che si rifiutava coraggiosamente di rivelare a Realgar dove si trovava la spada, per proteggere la ragazza alla quale l'aveva donata, lei sarebbe stata pronta a consegnargli la spada. Ma soltanto se avesse potuto convincerla che, cos facendo, avrebbe avuto una possibilit d'impedire la morte di Hauk.
Non avrebbe dovuto esser difficile, infatti, farle credere che, se Realgar fosse venuto in possesso della spada, Hauk sarebbe sicuramente morto. Il Theiwar non poteva lasciarlo vivo, perch avvertisse tutti quelli che avrebbero potuto validamente impedirgli d'impadronirsi di Thorbardin.
Oh, s, gli avrebbe dato la spada... l'unica possibilit a sua disposizione di salvare la vita di Hauk. Stanach lanci un'occhiata a Kelida. Con le braccia strette intorno alle gambe, la testa appoggiata sui ginocchi a mo' di cuscino, si era addormentata l dov'era seduta. Soltanto una ragazza umana straziata nell'animo, pens il nano, innamorata di un ranger, anche se  probabile che ancora non lo sappia.
Stanach le tocc leggermente la spalla per svegliarla. E rispose con un cenno del capo al suo sorriso perplesso. Mettiti a dormire un po' pi comodamente, Kelida. Il mattino arriver fin troppo presto.
La ragazza torn al suo freddo giaciglio e alla spada. Stanach pass il resto del suo turno di guardia elaborando con cura nella propria mente i particolari del piano e ignorando i rimorsi che rodevano la sua coscienza inquieta.
Fai quello che devi fare, gli aveva detto Piper. Stanach si chiese dove si trovasse Piper in quel momento, se fosse sano e salvo, se lo stava aspettando accanto alla catasta di pietre che tanto assomigliava a un cairn. Quattro contro uno... S, ma quattro contro un mago. Questo avrebbe fatto una differenza.
Fai quello che devi fare.
Bene, Piper, pens. Lo far.


Capitolo decimo.

Lavim fece ritorno dai suoi compagni quando l'alba umida e grigia illumin il cielo. Tutto gelato e tremante, sospir, desiderando di aver trovato un po' di spirito dei nani a Lungo Crinale. La fiasca gli sbatteva sconsolatamente vuota contro il fianco. Lavim aveva sempre considerato quel beveraggio quanto di meglio ci fosse, dopo un caldo caminetto.
Qualche volta anche meglio, si disse, affondando le mani nelle profonde tasche del suo cappotto sformato, tenendosi ingobbito per proteggersi dalla pioggerellina ghiacciata. Non aveva incontrato nessuno spettro, nessun fantasma, nessuna apparizione, con o senza testa. Per essere una foresta che voci sinistre colmavano di terrori, Qualinesti era un luogo singolarmente monotono. Comunque, le cose, l nell'accampamento, promettevano di rivelarsi assai pi interessanti.
Tyorl fissava Stanach con sguardo furente dal lato opposto del fuoco. Kelida, gli occhi verdi fissi ostinatamente nel vuoto, la mascella indurita, non guardava nessuno. Il kender, facendo attenzione alle ginocchia irrigidite dal freddo, si lasci cadere accanto al fuoco. Tenne le mani quanto pi osava vicine alle fiamme e strizz un occhio a Stanach. Cosa succede?
Cocciutaggine, ringhi Stanach. Una dannata cocciutaggine da sempliciotto elfo. Lanci un pezzo di corteccia sul fuoco e sollev lo sguardo su Tyorl, gli occhi neri duri e beffardi. Dimmi, allora, elfo, vuoi correre il rischio che il tuo amico
Hauk non sia prigioniero di Realgar? Hai intenzione di abbandonarlo per la sua spada? S, certo, suppongo che potresti viver bene con quello che intascheresti vendendola.
Tyorl spian contro il nano il suo sguardo gelido. Ti dir quello che non far. Non consegner a te la spada di Hauk soltanto perch mi hai raccontato una bella storia. Dove va la spada, l andr anch'io.
Lavim drizz le orecchie. Dove andiamo? Nessuno rispose.
Bene, allora, disse Stanach a Tyorl. Vieni con noi. Penso che tu mi creda, elfo. E se non mi credi, ci sar Piper a confermare la mia storia. Stanach scoppi in un'amara risata. Mi concederai, no, che se sto mentendo, lui non potrebbe inventarsi le mie stesse bugie senza una mia imbeccata, eh? Su, vieni pure. E chiedi la vera storia a Piper prima ancora che io possa dire una sola parola. Ma se tu verrai, farai meglio a deciderti al pi presto. Piper non rester l ancora a lungo, prima di decidere che sono morto. Poi m'incamminer verso Thorbardin, sorrise Stanach, cupamente, e suppongo che lo farai anche tu.
Chi  Piper? Il volto di Lavim era una massa di rughe e un aggrottarsi perplesso della fronte. Perch mai dovrebbe decidere che sei morto? Andremo a Thorbardin? Non ci sono mai stato, Stanach. E non riesco davvero a pensare a un posto migliore per trovare dell'autentico, eccellente spirito dei nani! Lanci un'occhiata all'elfo. Viene anche Kelida?
No, disse Tyorl.
Kelida, silenziosa fino a quel momento, sollev gli occhi e ribad, con calma: S, io vengo.
Tyorl fece per protestare, ma Kelida si affrett ad aggiungere: Verr con la spada. Non posso tornare a Lungo Crinale adesso. Non riuscirei mai a trovare la strada, e... Si arrest, i suoi occhi lampeggiavano, quasi feroci. E... la spada  mia. L'hai detto tu stesso. Se Hauk  ancora vivo, ... s, quello che sta vivendo lo fa per proteggere me. Ti ha fatto comodo dire che la spada era mia quando pensavi che potesse tornare a prenderla... quando pensavi che potessi dirgli dov'eri andato. Allora la spada era mia. Be',
lo  ancora, e sembra che io sia la sola che abbia il diritto di dire dove la spada deve andare.
Hauk? Lavim fece passare lo sguardo dall'uno all'altro. Decise che avrebbe fatto molto meglio a fermarsi al campo, quella notte. Era ovvio che si era perso qualcosa. Quale spada? I suoi occhi si spalancarono quando vide Stormblade appoggiata sulle ginocchia di Kelida. Oh, state parlando di quella spada?
Stanach lasci cadere la mano ricoperta dalle cicatrici della forgia sulla spalla del kender. Calma, vecchietto, risprmiati le domande per dopo. Poi rivolse un cenno del capo a Kelida. Verrai?
S, io...
Gi, esclam Tyorl con voce strascicata. Sai in che pasticcio ti stai cacciando?
Qualcosa di peggio di quello che mi  capitato?
Tyorl, a questo, non ebbe nessuna risposta. Tuttavia, non aveva importanza. La sera prima l'istinto l'aveva ammonito a non parlare di Finn. Adesso era lieto di non aver detto niente. I ranger di Finn erano in attesa fuori di Qualinesti.
Tyorl era certo che Finn avrebbe trovato la loro pista e avrebbe finito per raggiungerli prima che Stanach incontrasse quel mago, Piper. Allora, avrebbe esposto l'intera faccenda al Signore dei ranger: la spada, la storia, e la notizia che Verminaard stava per trasferire una base di rifornimenti fra le pendici dei Monti Kharolis. Sarebbe stato Finn a decidere cosa andava fatto.
Molto bene, Kelida, disse. Avrai bisogno d'indumenti pi caldi. Sollev una mano per prevenire le proteste di Stanach. Conosco un posto dove possiamo razziare qualcosa per te.  sulla nostra strada.
Stanach lanci un pezzo di corteccia nel fuoco. Dove?
Dove? gli fece eco Lavim, ancora pi confuso.
Qualinost.
Il sole eruppe da dietro le nubi basse e minacciose, del colore dell'ardesia, e le sue colonne luminose calde e dolci scendevano irraggiando la citt. Quattro guglie sottili di purissima pietra bianca svettavano dai quattro angoli di Qualinost, situate nei punti esatti della mappa: nord, sud, est e ovest. Luccicanti vene d'argento s'intrecciavano sulle superfici delle torri bianche come la neve, formando quasi degli artistici disegni.
Dalla torre settentrionale, in alto sopra la citt, si dipartiva un arco in apparenza fragile che si congiungeva con un agile balzo alla guglia meridionale. Lo stesso avveniva con le altre torri, e cos tutta la citt era collegata.
Al centro vero e proprio della citt elfica, animata da una luce pi vibrante di quella del sole stesso, s'innalzava l'elegante Torre del Sole. Avvolta in quel barbaglio dorato, la torre era stata per innumerevoli anni la casa del Portavoce del Sole. Anch'essa, come tutto a Qualinost, era vuota, adesso che il portavoce aveva condotto il suo popolo, i suoi figli, in esilio.
La citt elfica di Qualinost era stata edificata dai nani basandosi su un progetto degli elfi, in un'epoca in cui l'amicizia, non l'antipatia ingrugnita e imbronciata di oggi, deliziava i rapporti fra le due razze. Tyorl entr nella citt in cui era nato con il cuore lacerato fra la gioia e il dolore.
Gioia, pens, poich credevo che non ti avrei pi rivisto; dolore perch ti ritrovo come il cadavere svuotato, dalle occhiaie nere, di un luogo un tempo bellissimo, adesso ridotto a una gelida, pietrificata belt.
Il vento gelido, in lotta col calore dell'autunno, gemeva attraverso la citt abbandonata, singhiozzando attraverso le grondaie degli edifici un tempo brulicanti di vita. Frusciava attraverso le ultime foglie dorate degli innumerevoli pioppi che bordavano le strade. Un tempo il suono era stato quello d'una risata fremente, adesso era un lamento funebre, debole e stanco.
Sotto il vento, Tyorl udiva le voci della memoria. La tranquilla risata di suo padre, il canto di sua sorella. Dov'erano mai adesso?
Fuggiti in esilio insieme al resto della loro gente. Tyorl si chiese se li avrebbe mai pi rivisti. Scosse la testa, come per scrollarsi di dosso i ricordi e le domande.
Le case e i negozi e tutti gli edifici di Qualinost erano fatti di quarzo, del colore della luce dell'alba. Ma adesso erano tutti vuoti, le finestre vuote, i vani delle porte pieni di ombre e degli echi dei ricordi che soltanto Tyorl percepiva. Ampi sentieri di luccicanti ciottoli cristallini segnavano le strade e i viali di Qualinost. Lungo tutti questi sentieri scintillanti spiccavano cerchi neri lasciati dai fuochi e mucchi di ceneri grigie, come segni di pollici sporchi sulle strade di Qualinost.
Kelida, tremante e silenziosa accanto a Stanach, si appoggi contro il tronco spesso e grigio di un albero. La citt non era devastata, soltanto vuota, ma qui avvertiva la stessa sensazione di disperazione che aveva provato quando aveva fissato le travi e i montanti scheletrici e anneriti della sua casa.
Stanach, che considerava la sua patria montuosa fra le ricchezze della sua vita, capiva il dolore di Tyorl. Fece passare lo sguardo da Tyorl a Kelida, lui senza casa, lei senza clan... il nano rabbrivid.
Alla fine fu Lavim a rompere il silenzio. Non c'era niente nella sua voce profonda e allegra che lasciasse intuire quanto in realt
percepisse del dolore dell'elfo o della piet del nano. Si avvicin a Tyorl e indic il pi vicino mucchio di cenere.
Tyorl, questi cosa sono? Sembrano i resti dei fal accesi dalle sentinelle, ma ce ne sono troppi perch possano esserlo.
Tyorl abbass lo sguardo sul kender. Non sono i resti dei fuochi delle sentinelle. Non mi sono trovato qui per vedere con i miei occhi, ma mi hanno detto che la gente ha bruciato la maggior parte di ci che non poteva portare con s in esilio. Questi sono i segni delle pire funerarie, il funerale di un modo di vivere.
Lavim si cacci sotto le braccia le mani dalle nocche azzurrognole per il freddo.
Che peccato, Tyorl, bruciare le cose, se vuoi la mia opinione,  la scelta peggiore. Di qualunque cosa si trattasse, io l'avrei nascosto, o l'avrei infilato nelle borse, o l'avrei venduta a qualche mercante gnomo. Bruciare  un tale spreco... Adesso dovrete ricominciare tutto da capo!
Non sar mai pi la stessa cosa.  tutto cambiato.
Avrebbe potuto dire, con lo stesso tono di voce,  svanito', oppure  morto'.
Stanach scosse la testa. Tutti quelli che vivono cambiano, disse, con calma. Perfino gli elfi, a quanto pare.
Gli occhi azzurri di Tyorl, solo un attimo prima circonfusi di tristezza, s'indurirono diventando di ghiaccio. No, nano. Non abbiamo conosciuto nessun cambiamento per troppi secoli. L'unico cambiamento che un elfo conosce  la morte.
Stanach sbuff impaziente, gi rincrescendosi del suo goffo tentativo di offrire un po' di conforto. Allora sei gi morto, Tyorl, e stai sprecando dell'ottima aria che altri potrebbero respirare. La tua citt, il tuo modo di vita sono cambiati. Forse non dovremmo considerarti un elfo ma uno spettro, eh?
Tyorl svuot i polmoni con un lungo sospiro, poi torn a girarsi verso la citt silenziosa. Forse.
Lavim segu con lo sguardo Tyorl che conduceva via Kelida. I suoi lunghi occhi si strinsero, e arrotol con fare assente l'estremit della sua folta treccia bianca intorno a un dito. Stanach, disse, se gli elfi hanno bruciato ogni cosa prima di andarsene da qui, cosa potr trovare Tyorl, da far indossare a Kelida?
Stanach scroll le spalle. Non lo so. Sin da quando ci siamo avvicinati a un miglio da questa citt, quel dannato elfo  stato pi lui un fantasma di qualunque altra cosa. Forse riuscir a evocare qualcosa dal nulla per lei. Stanach guard in fondo alla strada. Andiamo, Lavim. Prima saremo usciti di qui, meglio sar.
Lavim si affianc al nano. Non capiva ancora neanche la met di ci che stava accadendo. La spada di Kelida, un ranger dissolto nel nulla, e un paio di thane dei nani... tutto questo entrava in qualche modo nel quadro. E chi mai era Piper?
Un piccolo cervo di legno, immobilizzato dall'arte dell'incisore a met di un balzo, giaceva intrappolato in un groviglio di collane d'argento e orecchini d'oro. Il giocattolo d'un bambino in mezzo ai gioielli della madre. Stanach allung la mano verso il cervo scolpito nel legno di quercia e lo liber con grande delicatezza, come se fosse vivo. Lo rigir pigramente fra le mani e poi sorrise. Scolpita sul ventre del cervo, con sottili e abili incisioni che si confondevano con la peluria del manto del cervo, si distingueva un'incudine stilizzata divisa dalla F runica dei nani. Un'arte nanica.
Stanach mise da parte con cura il cervo e ispezion la stanza intorno a s. Il luogo era tutto devastato. Arazzi meravigliosamente lavorati, tappeti finemente intessuti che avevano coperto il pavimento, e morbidi cuscini, i cui disegni erano messi in risalto da fili di seta dai vivaci colori, giacevano sparpagliati per la stanza come se fossero stati scagliati in ogni direzione da qualcuno in preda a una fretta disperata. Un alto guardaroba, elegantemente dipinto con una scena di caccia stilizzata, giaceva dov'era caduto durante i frenetici preparativi per l'esilio degli abitanti in fuga.
Lavim entr barcollando nella stanza con un mucchio d'indumenti male assortiti fra le braccia. Ecco qua, Stanach. Tyorl dice di cercare in mezzo a questi qualcosa per Kelida.
S. E lei, dov'?
Si sta lavando. Ha insistito, e Tyorl non ha obiettato. Ha detto che cos avrebbe avuto un po' di tempo per cercare qualcosa per lei. Lavim moll gli indumenti sul pavimento e si lasci cadere in mezzo ad essi, frugando felice in mezzo ai mantelli ed ai costumi da caccia, agli stivali e alle camicette. A quanto pare non hanno bruciato tutto prima di andarsene, non  vero?
Sai, Stanach, questo posto dev'essere stato davvero carino non molto tempo fa.  un peccato che gli elfi abbiano deciso di andarsene. Io mi sarei fatto trascinar via di peso dai draconici da questo posto, prima di andarmene.
La paura, come le ombre, era sospesa nell'aria. Aderiva a quegli splendidi edifici, si annidava nell'oscurit dei boschi di
meli e di peri. Paura e dolore percorrevano le strade, sghignazzando tenebrosi davanti ad ogni pioppo tremolo.
Stanach scosse la testa. La paura era qualcosa che un kender non avrebbe mai potuto capire, e non valeva la pena sprecar tempo cercando di spiegarglielo.
Il nano attravers la stanza e si lasci cadere a gambe incrociate sul gelido pavimento di marmo. Vincendo l'impazienza che
lo spingeva ad uscire da quella stanza triste e dall'intera citt deserta, esamin gli indumenti prima che Lavim riuscisse a trovare
il modo di cacciarsene met nelle borse. Le tasche e le borse del kender erano gi rigonfie. E il suo ventre appariva troppo grosso per qualcuno che Stanach sapeva essere magro come un fuscello. Se la ricerca nelle case e nei negozi deserti di Qualinost era stata dolorosa per Tyorl e inquietante per Kelida e Stanach, per Lavim era stata il sogno di un kender.
Stanach salv un pesante mantello dall'interesse di Lavim. Del colore dei rami di pino e imbottito di pelliccia di coniglio grigio, era stato confezionato per qualcuno della statura e delle dimensioni di Kelida. Poi Stanach trov un paio di stivali di pelle di daino dalla suola massiccia. Questi stivali parevano troppo pesanti per l'aspetto che avevano. Stanach sbirci all'interno di uno di essi e ne pizzic un orlo. Il cuoio morbido ed elastico era spesso due strati ed era imbottito nel mezzo con penne d'oca.
Pare che questi possano andarle bene.
Lavim prese su uno stivale, e poi l'altro. Roba di qualit, Stanach. Kelida star pi calda di tutti noi.
Finora ha sofferto pi freddo di tutti noi. Sarebbe ora che la fortuna la baciasse. Perch non glieli porti, e poi vai a cercare Tyorl e gli dici di spicciarsi? E, Lavim...
Il kender si gir. Il mantello e gli stivali che stringeva fra le braccia quasi lo seppellivano. S?
Bussa prima di entrare, svuota le tue borse prima di cercare Tyorl, e non prendere nient'altro per strada.
La faccia rugosa di Lavim era l'immagine stessa della virt oltraggiata.
Ma l'espressione di Stanach rest ferma. E non perdere tempo a congegnare qualcuna delle tue storie su come sei venuto in possesso di quella roba... Sbarazzatene e basta.
Ma, Stanach...
Sto parlando sul serio, Lavim. Quel dannato fantasma di un elfo  troppo suscettibile. A giudicare dal suo sguardo pareva stesse dando via i migliori vestiti di sua madre.
Forse  proprio cos, fu il commento di Lavim, soprappensiero. I suoi occhi, con la loro ragnatela di rughe, apparivano incommensurabilmente saggi. Be', non gli abiti, poich  probabile che Kelida indossi un paio di brache e non un abito, ma forse Tyorl conosceva la persona alla quale apparteneva questa roba.
S, forse la conosceva, fu d'accordo dentro di s Stanach. Ma non ci pens oltre, e non si rincrebbe a causa di quella sua acida osservazione. Era un'ottima difesa, in ogni caso, contro il silenzioso dolore che aleggiava per la stanza come una nuvola di sottilissima polvere.
Vai pure, Lavim.
Rimasto solo, Stanach ammucchi con una spinta gli indumenti contro una parete e si sedette, con i gomiti appoggiati alle ginocchia tirate su, per aspettare in imbronciato silenzio che i suoi compagni lo raggiungessero.
Aveva fatto quello che doveva fare. Non c'era voluto molto per far credere a Kelida o a Tyorl che Hauk poteva essere ancora vivo. Kelida era perfino arrivata da sola a compiere il cruciale collegamento: se Hauk era vivo, questo significava che stava cercando di proteggerla.
Mentre stavano attraversando la foresta, Kelida aveva raccontato al nano l'intera vicenda, e perch Hauk le aveva dato la spada. La sua voce, mentre gli descriveva la paura che aveva provato nel trovarsi davanti Hauk, l, dietro il bancone, rivelava quanto l'avessero commossa le sue parole di scusa.
Adesso Stanach era convinto che qualunque dubbio Tyorl avesse potuto sollevare ancora una volta sulla saggezza di portare Stormblade da Piper sarebbe stato controbattuto dalla ragazza. Kelida era convinta che il giovane ranger mezzo ubriaco che le aveva dato la spada, ancora adesso, come un paladino, la stesse proteggendo dal mago derro che era pronto ad uccidere per impossessarsi della Stormblade.
Forse Hauk poteva anche averla protetta, mentre era ancora in vita. Comunque, adesso era certamente morto.
Stanach chiuse gli occhi.
Una volta che lui, Stanach, avesse ritrovato Piper, Stormblade sarebbe stata riportata magicamente a Thorbardin, e Hornfel l'avrebbe avuta in mano, prima che Kelida o Tyorl avessero avuto la possibilit di accorgersi della sua scomparsa. Lui non doveva far altro che tenere deste le speranze della ragazza, sfruttando i suoi sogni ancora per un po'. E che peso potevano mai avere gli sciocchi sogni di una semplice cameriera di taverna su uno dei
piatti della bilancia che vedeva sull'altro la certezza della sovranit di un nano, quella di Hornfel, su Thorbardin?
Nessun peso, neanche il pi piccolo, si disse Stanach. Neanche il pi piccolo...
Una mano leggera dalle dita sottili gli tocc la spalla. Stanach sollev lo sguardo, e vide Kelida, immobile, davanti a lui.
Stanach? Ti senti bene?
In qualche modo era riuscita a lavarsi. Ora che aveva indossato gli indumenti presi a prestito, un costume da caccia color grigio-corteccia e morbidi stivali di pelle di daino, il mantello verde avvolto intorno alle spalle, la ragazza pareva un folletto dei boschi. E portava Stormblade, infilata nel fodero, appesa alla vita.
Stanach si tir su. S, sto bene.
Mi pareva di aver sentito...
Sto bene, il nano ripet, brusco. Indic la Spada da Re con uno scatto del mento. Insisti ancora per portarla?
Il fuoco guizz negli occhi di Kelida. L'ho portata fino a questo momento.
S, e ci inciampi sopra ogni due passi che fai. Qui, non ci troviamo a Lungo Crinale. Se te ne vai in giro con una spada, la gente penser che tu sappia usarla.  naturale. E allora sar meglio che tu sappia come si fa, o ti ritroverai morta prima di riuscire a sbrogliarti i piedi ed a tirarla fuori dal fodero. Lascia che la porti io oppure, se non ti va, consegnala al tuo amico elfo.
Kelida scosse con decisione la testa. Per adesso la spada  ancora mia.
Stanach sospir. Quella spada sar la tua morte, se non imparerai almeno come si fa a portarla. Indic il fodero con un gesto deciso del pollice. Affibbiatelo un po' pi in basso, e lascia che il peso gravi sul tuo fianco.
Kelida regol la cinghia della spada. Il fatto di trascinare, adesso, Stormblade al suo fianco le dava una strana sensazione, ma si sentiva meno impacciata. Sollev lo sguardo su Stanach e sorrise. E adesso?
Adesso vai a cercarti un pugnale. Non riusciresti mai a difenderti con la spada.
D'un tratto, Stanach si sent arrabbiato con Kelida senza alcuna ragione, arrabbiato con se stesso per tutte le ragioni di questo mondo, e solo, dietro le mura della sua doppiezza. Il nano si volt e attravers a grandi passi la stanza, fermandosi davanti a una finestra. Guard gi nel cortile; era meglio che guardare le ombre negli occhi e nell'espressione offesa di Kelida.
Le foglie dei pioppi, simili a friabili monete d'oro, svolazzavano e turbinavano sospinte da un vento umido. Il loro arido frusciare era l'unico suono udibile in quella citt triste e deserta. Gli spettri vagavano dovunque senza pace nella silente Qualinost. Gli spettri e i ricordi.
O i sussurri della coscienza.
Lungo trenta palmi, con la testa grossa e larga quanto quella d'un grande cavallo, con le poderose zampe muscolose pi lunghe di due uomini d'alta statura, il drago nero avrebbe potuto essere un gigantesco frammento della notte quando si stacc dalla coltre di nubi calandosi in picchiata, fino a volare basso sopra i rilievi orientali di Qualinesti. Un banco di nuvole si sfilacci sotto il vento causato dal suo passaggio. Solinari era tramontata da tempo, ma la luce rosso sangue di Lunitari scorreva lungo le scaglie metalliche della sua pelle, traeva riflessi dai suoi artigli e dai denti affilati come pugnali, in tanti minuscoli guizzi cremisi, e trasformava i Suoi occhi lunghi e stretti, di solito pallidi come la brina, in due pozze di fuoco. Sevristh era il suo nome segreto e sacro, nel linguaggio dei draghi. Consentiva d'essere chiamato Darknight.
Il drago colse il vento sotto le sue ali e si abbass in una lunga planata verso i crinali rocciosi ricoperti di pini che formavano il confine tra Qualinesti e le montagne dei nani. Odiava la luce, e la sua vista diventava superlativa dopo il tramonto del sole ad occidente. Malgrado non temesse la fredda luce delle lune, vedeva con maggior chiarezza quando, come stanotte, esse erano nascoste dietro le nubi dense e scure.
Il drago nero stava studiando le terre sottostanti come avrebbe potuto farlo un uomo chino sopra una mappa ricca di particolari, distesa sopra un tavolo. Lasciandosi planare ancora pi in basso, sorvol le alte foreste a est del Lago di Cristallo, passando poi sopra le basse colline che si ergevano tutt'intorno ai Pianori di Dergoth, i quali per venivano chiamati dai nani i Pianori della Morte.
Darknight volava come emissario di Verminaard presso Realgar di Thorbardin. Tra non molto si sarebbe rivolto al nano con il titolo di Gran Signore, se Realgar avesse accettato l'offerta di Verminaard. E non c'era alcun dubbio che avrebbe accettato. Era risaputo che il nano era astuto, ambizioso, ardito, e un po' pazzo. Aveva l'anima di un Gran Signore, un'anima soltanto di poco meno arrogante rispetto a quella di un drago. Adesso stava
aspettando che lui arrivasse da Pax Tharkas. Sevristh avrebbe servito un nuovo Gran Signore.
Almeno per un po'. Tutti i doni di Verminaard avevano denti aguzzi. Gi mentre si stava preparando ad accogliere Realgar come Gran Signore, lo spietato Verminaard stava gi attuando il progetto di trasferire le basi di rifornimento e le truppe fra le montagne. E con l'appoggio della loro forza, avrebbe deposto dal trono il Theiwar, rivendicando a s la conquistata Thorbardin come sua roccaforte orientale. Sevristh sapeva tutto questo... e anche di pi.
Il vento era un avversario gelido e fiero che sfidava il drago nero ad affrontare le sue correnti caparbie e le sue invisibili ondate. Sogghignando mentre volava sopra le paludi, Darknight sfior un cielo gravido di nuvole, tuffandosi e roteando, spingendosi con le sue ali ampie come le vele di una nave, e salendo, salendo sempre pi, fino ad erompere dallo spesso e gelido confine delle nubi, arrivando in vista delle stelle che risplendevano sopra l'antica Thorbardin.
S, pens il drago, tutti i doni di Verminaard hanno i denti aguzzi... e i miei sono davvero taglienti!
Lascia che faccia lui il lavoro, aveva detto il Gran Signore, e offrigli qualunque aiuto che gli serva per farlo. Quando il Consiglio dei Thane sar caduto, senza altri problemi, sbarzzati di lui.
Per nessun altro motivo, se non il piacere d'un esercizio arcano, Darknight lanci un incantesimo di paura e di tenebra. Quella stessa notte, nel buio e segreto conforto della sua tana, nelle caverne che si stendevano sotto la citt di Thorbardin, si sarebbe addormentato cullandosi al pensiero delle piccole creature della palude che morivano per arresto cardiaco, nella stretta di un dilagante terrore la cui natura non avrebbero compreso.


Capitolo undicesimo.

Il freddo vento della notte attravers la valle, gemendo fra i rami dei pini, trasformando la pioggia del giorno prima in uno strato di ghiaccio scivoloso lungo i crinali della montagna. Da qualche parte, all'interno stesso della montagna, giaceva Thorbardin.
Donne con i bambini aggrappati ai fianchi, uomini i cui occhi erano quasi vuoti di speranza, i profughi erano fermi ai piedi della montagna, esplorando con lo sguardo i crinali e i fianchi delle vette, cercando di vedere la grande Southgate. A qualcuno pareva di averla vista luccicare nella notte. Altri distoglievano lo sguardo, ormai troppo stanchi per continuare a guardare.
La risata di un bimbo si lev alta nella notte. Era difficile tener calmi i bambini. Soltanto la stanchezza avrebbe potuto sortire quel risultato, e il viaggio durante la giornata appena trascorsa si era svolto con una lentezza esasperante. Adesso pareva quasi che quegli ottocento fossero riluttanti ad avvicinarsi alle porte della fortezza dei nani, timorosi di apprendere che le loro speranze erano state vane, di essere fuggiti dalle miniere di Verminaard e dagli orrori della schiavit per poi venir respinti da Thorbardin, l'unica speranza che avevano di trovare un rifugio.
I fal spuntarono nella valle, luci fioche, simili a minuscole stelle esitanti. Il fumo del legno, e poi del cibo messo a cuocere, aleggi nell'aria, gravando come una cappa grigia sul fiume. Sarebbe stata una notte di attesa e di preghiere. Non sarebbe stata
una notte di sonno. I profughi avevano inviato i propri rappresentanti, il mezzelfo Tanis e la donna delle pianure Goldmoon, a presentare la loro supplica al Consiglio dei Thane di Thorbardin.
C'erano molte cose di quel popolo che Hornfel amava. Era pieno di ammirazione per le loro capacit di artigiani, lo riempiva di gioia la loro fedelt alla famiglia e al clan, e apprezzava il loro coraggio di guerrieri. Aveva un'alta stima della loro cocciutaggine e del loro buon senso. Amava la loro indipendenza.
Fu quell'indipendenza a farne non un insulto, ma una specie di tributo, quando il canuto guerriero daewar, un membro della Guardia della Vigilanza di servizio sui bastioni di Southgate, si volt soltanto per un attimo a salutare con un cenno del capo i due thane, riprendendo subito dopo il suo compito di scorta alla rosea luce dell'alba.
Non si lasciano mettere in soggezione da chi  al di sopra del loro rango, pens Hornfel. A quell'ora i Daewar di Gneiss costituivano la Guardia della Vigilanza, e Hornfel conosceva abbastanza bene il suo amico per sapere che il suo pi grande desiderio era che i suoi guerrieri facessero il loro turno con la maggior precisione militare possibile. Quando per Thorbardin fosse giunto il momento di entrare in guerra, quei Daewar sarebbero stati la punta di lancia dell'esercito dei nani. Gneiss era fiero e orgoglioso dei suoi guerrieri.
Hornfel ascolt il tintinnio della cotta e dell'acciaio, lo stropiccio degli stivali sulla pietra, gli ordini abbaiati dal capitano della vigilanza, e guard di nuovo Gneiss che era andato ad appoggiarsi contro il basso muro - gli arrivava al petto - prospiciente la valle molto pi in basso.
Un vento gelido soffiava intorno ai bastioni. Nato fra le montagne che svettavano orgogliose a ridosso del cielo, il vento odorava delle foreste dei pini toccate dalla brina e dei laghi che stavano gi ghiacciando. La gelida promessa dell'inverno. Mille piedi pi sotto si dispiegava un'ampia distesa di prati alpini. Coperto adesso dal bruno rugginoso dell'erba autunnale, dorata dal nuovo sole ancora all'orizzonte, il suolo sul quale prosperavano i prati era fra i pi ricchi dei Monti Kharolis. Quella valle era stata lasciata a maggese per intere generazioni. La citt di Thorbardin si nutriva dei prodotti delle tane agricole situate in profondit nelle viscere della montagna.
Vedi, Gneiss, disse Hornfel, tracciando i confini della valle con un ampio gesto della mano, in ottocento potrebbero coltivare quella valle e riuscire, cos, a restar fuori dalla loro strada e dalla nostra.
Gneiss sbuff. Stai forse ricominciando di nuovo con quella storia?
Io non ho mai smesso, amico mio. Noi non possiamo pi rimandare la questione. Tu stesso mi hai riferito che i profughi sono stati ammoniti dalle pattuglie confinarie. Per quanto pensi che i nostri doganieri possano trattenere una torma di ottocento persone affamate e spaventate? Adesso stanno aspettando pacificamente che il Consiglio si pronunci. Ma non aspetteranno a lungo.
Siamo al ricatto, eh? Gneiss volt le spalle al parapetto. Stringeva una mano a pugno e gli occhi gli balenavano di un'improvvisa collera. Farli entrare, oppure affrontarli sul campo di battaglia? Punt il pollice in direzione della valle. Molto presto quei prati saranno coperti di neve, e la neve si tinger del rosso del sangue, Hornfel. Il Consiglio non si far costringere.
Hornfel riprese, scegliendo con cautela le parole: Tu, hai gi preso la tua decisione in proposito? La pensi come Realgar e Rance?
Penso con la mia testa, ringhi Gneiss. Il vento gli fece ondeggiare la barba screziata d'argento. Con la schiena ancora rivolta al parapetto, alla valle, e con in mente la prospettiva che degli umani potessero insediarsi cos vicino a Thorbardin, segu con lo sguardo le sue guardie che marciavano avanti e indietro lungo i bastioni. La sua espressione, con gli occhi induriti, ridotti a due fessure, non dava a Hornfel nessuna indicazione di quali fossero quei pensieri che il Daewar rivendicava come propri e non di Realgar.
Dimmi quello che pensi, Gneiss. Ormai da troppo tempo sto cercando d'indovinarlo, e nessuna delle mie congetture sembra quella giusta.
Gneiss, con gli occhi sempre fissi sulle sue guardie, scosse la testa. Penso che i miei guerrieri moriranno in terre lontane da queste montagne dove siamo nati. Penso che moriranno in una guerra che non li riguarda.
Sempre la stessa, vecchia argomentazione! Hornfel se n'era gi stancato mesi addietro, non conosceva nessuna miglior difesa contro di essa se non quella che aveva gi offerto durante innumerevoli riunioni del Consiglio. Tuttavia, non replic fino a quando non fu riuscito a padroneggiare la propria impazienza.
Adesso  una faccenda che ci riguarda, Gneiss. Ci sono ottocento
profughi proprio alle nostre porte. Un momento fa hai proposto di bagnare questi prati sotto di noi con il loro sangue. Non sono i nostri nemici. Il nostro nemico  Verminaard, colui che ha cacciato gli elfi da Qualinesti e calca col suo passo orgoglioso i bastioni di Pax Tharkas. Verminaard ha fatto schiava questa gente.  probabile che far lo stesso con noi.
Quando Verminaard controller i Monti Kharolis, Gneiss, controller tutto il nord e l'est del continente. Se credi che adesso non voglia impadronirsi di Thorbardin, allora non sei quel grande militare che ti ritenevo.
Il fatto che Gneiss continuasse a tenere le mani serrate a pugno strette ai fianchi era un segno del suo rispetto nei confronti di Hornfel. Le tue sono parole dure, Hornfel, ribatt con freddezza.
S, sono parole dure, Gneiss. E i tempi sono durissimi. Se noi non faremo le nostre scelte al pi presto, sar Verminaard a decidere per noi. E davvero non credo che le sue scelte ci consentiranno di vivere.
Gneiss sorrise senza allegria. Questo umorismo da forca non ti si addice.
E una fine sulla forca neanche si addice a te.
Il Daewar gli lanci un'occhiata tagliente. L'impiccagione  la morte dei traditori.
Credi che Realgar ti giudicherebbe qualcosa di diverso, se regnasse su Thorbardin?
Realgar... una creatura di Verminaard?  un'accusa grave.
Hornfel scroll le spalle. Soltanto un sospetto, amico mio.
Gneiss si guard intorno, fece passare lo sguardo sulle montagne e i prati, e le lontane distese del cielo, come se d'un tratto avesse afferrato qualcosa che avrebbe dovuto capire prima. Quando riport lo sguardo su Hornfel, nei suoi
occhi c'erano allo stesso tempo rabbia e ammirazione.
C' una Spada da Re?
Hornfel annu. C'.
Cosa stai dicendo? Non  possibile produrne una cos, semplicemente, Hornfel! Tu... per Reorx!, non puoi correre dal fabbro e ordinarne una!
Hornfel esib uno stanco sorriso. Lo so. Isarn intendeva forgiare una lama da maestro, niente pi. Ma quella notte Reorx ha toccato l'acciaio con la sua mano, e Isarn ha forgiato una Spada da Re. Hai sentito delle voci, non  vero? Devi averle sentite. Quella spada  stata rubata, Gneiss.
Allora, perch...
Io so dove si trova. E anche Realgar lo sa. Hornfel gli raccont in breve la storia del furto della spada e del suo ritrovamento. Realgar vuole Stormblade tanto quanto me. Che Reorx ce ne guardi! Spero non sia vicino a impadronirsene pi di quanto lo sia io. Che sia o no una creatura di Verminaard, Realgar  comunque pericoloso.
Gneiss port la mano al pugnale che aveva al fianco. Lo fermeremo.
No, no... a meno che tu non voglia appiccare il fuoco della rivoluzione a Thorbardin.
Gneiss comprese subito l'ammonimento di Hornfel. Il Consiglio dei Thane era fortemente diviso sulle questioni della guerra e dei profughi. Talvolta entrambe le questioni sembravano la stessa cosa. Le emozioni, soprattutto la rabbia, crescevano. Se adesso Realgar fosse morto, con mezzi onesti o disonesti, il suo regno si sarebbe levato in guerra. S, a quel punto non avrebbe pi avuto importanza chi fosse o no in possesso della Spada da Re. Il fuoco che ardeva nel suo cuore d'acciaio non sarebbe stato altro che il simbolo di una rivoluzione sanguinosa. Dovunque nelle caverne di Thorbardin sarebbero echeggiate le urla dei nani uccisi dai nani, come non accadeva pi dalle Guerre della Porta dei Nani, trecento anni prima.
Questa notte brinder alla sua buona salute, ringhi Gneiss, pregando che muoia nel sonno prima dell'alba.
Hornfel scoppi a ridere. Gneiss il Cauto. S'interruppe. Ma  ora di smettere d'esser cauti.  giunta l'ora di accogliere quegli ottocento profughi. Che si tratti di Verminaard o di Realgar, avremo bisogno di loro come alleati.
Umani? Non saranno mica tutti strambi come quel tuo mago Jordy?
Nessuno  come Piper.  intelligente ed  fidato. Mi sorprende che i tuoi occhi, capaci di vedere cos a fondo, non si siano accorti di questo. Non avrebbe importanza neppure se tutti gli ottocento profughi avessero la sensibilit dei nani dei burroni. In questo bisogno abbiamo assoluto bisogno di alleati.
Gneiss rimase silenzioso per un lungo istante. Quando finalmente parl, Hornfel seppe che se il Daewar non era ancora arrivato a una decisione, adesso c'era molto vicino. Convoca una riunione del Consiglio per questa sera, Hornfel. Allora ti dir quello che penso. Torn indietro verso il corpo di guardia e, quando Hornfel si mosse per raggiungerlo, scosse la testa. No,
rimani qui per un po'. A te piace l'aria qua fuori. Rimani e d un'occhiata ai tuoi prati e sfrzati d'immaginarli pieni di umani. Poi tendi le orecchie e ascolta il suono delle loro voci a Southgate, amico mio. Non potranno svernare l fuori, e bisogner offrir loro rifugio all'interno della montagna...
Ottocento, Gneiss sbuff. Non rimarr pi abbastanza aria a Thorbardin per noi nani.
Hornfel tenne lo sguardo puntato sul Daewar che si allontanava, poi torn a voltarsi verso la valle. Un'aquila planava in lontananza sopra i prati, lasciandosi trasportare dal vento. Il sole indorava il suo dorso. Quale sarebbe stata la decisione di Gneiss? Preferiva non pensarci. Impossibile indovinarla. Ripens al suo mago strambo', Jordy, e si chiese dove mai fosse adesso, e se lui, Kyan Red-axe, e l'apprendista di Isarn, Stanach, fossero ancora vivi.
Erano passati quattro giorni da quando Piper aveva trasportato se stesso e i suoi due compagni a Lungo Crinale. Erano bastati quattro giorni a ritrovare la Spada da Re? Forse... ma non sarebbero certo bastati, se il ranger che ne era in possesso aveva lasciato la citt prima del loro arrivo.
Potevano esser morti tutti e tre. Oppure no. Forse avevano gi trovato la spada. E forse no. L'unica cosa che lui sapeva di sicuro era che Realgar non l'aveva. Il fatto che lui, Hornfel, era ancora in vita ne era la prova.
Anche se Hornfel non aveva mai visto Stormblade, bramava quella spada come se fosse stata sua, ne aveva accarezzato il pensiero per molti anni prima che venisse rubata. Voleva toccare il suo acciaio, sentire quel ponte che la congiungeva ai sovrani morti da centinaia d'anni. Stormblade era il suo retaggio, una spada Hylar fatta per il thane degli Hylar che avrebbe regnato su Thorbardin come vi avevano regnato i suoi progenitori prima di lui.
Il vento che soffiava dalle montagne sibilava stridulo come se fosse l'eco di una delle canzoni di guerra di Piper. Oppure uno dei suoi canti da taverna. Hornfel volt le spalle alla valle.
Giovane Jordy, disse, se sei ancora vivo, prego che tu riesca a riportare qui la spada.
Se invece non lo sei, pens mentre restituiva il saluto a una sentinella con un cenno del capo ed entrava nel corpo di guardia, allora faremo tutti meglio a guardarci la schiena. Se Realgar trover la Spada da Re, sar soltanto questione di tempo prima che la guerra, la rivoluzione, o la tirannia cadano su Thorbardin.
Il nano Brek mise l'alto mucchio di sassi fra la sua schiena e la luce rossa dell'odiato sole, fra quel gigantesco cairn modellato dalla natura e quello pi piccolo costruito dall'uomo si trovava la pozza d'ombra pi buia immaginabile. Qui Agus, chiamato l'Araldo Grigio, comunicava con il suo thane. Brek strinse le palpebre contro la luce crescente, sperando che Realgar li richiamasse presto a casa.
Lui e la sua pattuglia avevano visto cinque albe nelle Terre Esterne, maledicendo il giorno e agognando le profonde tane sotto Thorbardin. Mica e Chert, che adesso erano riusciti in qualche modo a prender sonno nell'ombra, avevano resistito bene alle asprezze dell'amara luce del sole. Al contrario di Wulfen, che era conosciuto come lo Spietato', non del tutto a posto con il cervello. Brek era sorpreso che il mago tanto coccolato da Hornfel fosse sopravvissuto sotto la sorveglianza di Wulfen.
Brek scopr i denti in un ghigno ferale. L'imboscata aveva funzionato bene. Avevano catturato Piper al calar della luna. Stava tornando dalla vicina foresta reggendo un grosso coniglio per colazione. Ma perfino un mago doveva cedere davanti a un arco puntato contro la sua schiena e alle spade che luccicavano davanti ai suoi occhi.
Brek si augur che Realgar non volesse il mago in buona salute. A quanto pareva Wulfen aveva sfogato sul mago tutto il proprio desiderio di vendetta per la ferita subita in battaglia quattro giorni prima. Brek ascolt il vento dell'alba frusciare in mezzo all'erba uccisa dal gelo. Quel vento suonava come l'arido bisbiglio della voce dell'Araldo Grigio. Brek rabbrivid.
Non erano le opere della magia a farlo rabbrividire. Malgrado non fosse un mago, Brek era stato al servizio del thane derro abbastanza a lungo per sentirsi, se non a proprio agio, per lo meno familiarizzato col funzionamento della magia. No, era lo stesso Araldo Grigio, privo di un clan, che gli faceva rizzare i capelli in testa.
L'ombra si separ dall'ombra in mezzo al gigantesco cairn e l'Araldo avanz fino all'orlo dell'accogliente oscurit. Butt indietro il cappuccio del suo mantello scuro. Una luce, fredda e malefica vibr nell'occhio nero del mago; l'oscurit riempiva l'occhiaia dove si era trovato il suo occhio sinistro. La sua faccia di solito resa mobile da strani e tenebrosi pensieri, adesso era immobile come una maschera scolpita. Gli occhi fissi sull'Araldo Grigio come se stesse guardando un lupo affamato, Brek schiacci ancora di pi la schiena contro la pila di pietre.
Il Thane vuole parlarti, bisbigli l'Araldo. Agus sollev la testa. Come il riflesso di tempeste lontane, la luce del suo occhio balen intensa e poi si spense. Quando parl di nuovo, non lo fece con la sua voce aspra e ringhiante. Brek sent la voce ferma e vibrante del Thane, quasi che Realgar si trovasse l, accanto a lui.
Hai il mago?
Il nano s'inumid nervosamente le labbra, tir un profondo respiro per parlare, e scopr di doverne tirare un secondo prima di poter rispondere. L'Araldo Grigio, la voce di Realgar, attese in silenzio.
S, Thane, l'abbiamo. Ancora vivo.
La spada?
Brek deglut. Aveva la gola arida. Il mago non l'ha, Thane. L'abbiamo catturato prima dell'alba. Wulfen l'ha interrogato. Il mago non dice niente. Brek fiss il piccolo cairn eretto di recente. Il cerchio carbonizzato di un fal e i mucchietti d'ossa di pasti da poco consumati punteggiavano il terreno intorno al cairn. Ma stava aspettando qui, e a quanto pare fin da quando abbiamo dato battaglia la prima volta, uccidendo Kyan Red- axe.
L'Araldo Grigio sospir, come se avesse udito qualcosa che il suo compagno non aveva sentito. Ma fu sempre Realgar, a molte miglia di distanza, a replicare, e fu il fuoco della rabbia del Thane che adesso Brek vide sprizzare vivido dentro l'occhio superstite dell'Araldo.
L'apprendista? Il terzo del gruppo?
Non c' nessuna traccia di lui. Adesso Brek parl in fretta. Il mago stava aspettando qualcuno. Credo che stesse aspettando proprio quest'apprendista, Stanach Hammerfell. Dev'essere lui ad avere la spada, Thane. O quanto meno ne sapr qualcosa.
S? Bene, forse s. Aspettatelo. Se ha la spada, uccidetelo e prendetegliela.  solo.
La voce del Thane si era fatta amara, sprezzante.
 probabile che ci riusciate. Se non avr la spada, l'Araldo lo porter qui da me. Potrebbe darsi che io riesca a ottenere da lui quelle risposte che questo ranger maledetto da dio si rifiuta di dare.
E se non avesse nessuna notizia?
Brek rabbrivid un'altra volta, poich adesso il Thane stava parlando direttamente ad Agus, e pareva che l'Araldo Grigio stesse parlando con se stesso, come si dice facciano i pazzi.
S, Araldo, s. Il compito di provvedere alla sua morte spetter a te, come sempre. Adesso vai. Divertiti con il mago prediletto di Hornfel. Fai in modo che non ci sia di nessun impiccio.
Quando scoppi a ridere, le mani dell'Araldo Grigio si contrassero spasmodicamente come se stessero attorcigliando le estremit di una garrota.
Piper vide il fuoco dietro ai suoi occhi, rosso e ardente come si diceva fosse il segno della Spada da Re, cremisi come il sangue dal quale si diceva avesse preso il nome l'ascia del defunto Kyan. Vide il bagliore del sole nascente attraverso gli occhi serrati con forza per vincere la dilagante sofferenza provocatagli dalle mani spezzate.
I Theiwar stavano parlando insieme fra le ombre del tumulo di Kyan e del cairn gigantesco. Piper ud le parole mentre echeggiavano fra le due pile di pietre e seppe che ben presto sarebbero venuti a ucciderlo.
Poi, pens, se ne staranno seduti comodi fra i due cairn ad aspettare Stanach e la spada. E oggi, appunto, Stanach sarebbe arrivato l, con o senza la spada.
Le parole di un incantesimo di guarigione gli guizzarono nella mente, come promesse appena fuori della sua portata. Non aveva nessun modo per realizzare l'incantesimo: Wulfen gli aveva rotto le mani prima di fargli qualunque altra cosa. Senza il disegno tracciato dalla danza dei gesti, l'incantesimo era inutile. Wulfen non era uno stupido. Si era affrettato a rimuovere ogni possibilit che Piper potesse aver avuto di ricorrere a difese arcane. L'unica cosa rimastagli era il vecchio flauto di legno appeso alla sua cintura.
Non avevano visto niente di pericoloso in un flauto che era da tempo una nota fonte di divertimento per i bambini. Avevano avuto torto e ragione allo stesso tempo. La magia del flauto era una forza potente che era in grado di evocare molti incantesimi. Alcuni richiedevano movimenti assai precisi delle dita, altri nessuno. Questi erano gli incantesimi pi difficili, poich dipendevano interamente dalla sincronizzazione del suo respiro. Eppure il flauto era del tutto inutile ad un mago le cui dita erano rovinate, e che riusciva a malapena a respirare.
Il mago prediletto di Hornfel, l'avevano chiamato quei Theiwar. Non era un appellativo del quale Jordy si risentisse, anche se lui, come la maggior parte dei nani di Thorbardin, pensava a se stesso con il nome di Piper. Lui era l'uomo del Thane, fino all'osso, ed essere qualificato il mago di Hornfel per lui non era affatto un insulto.
C'era sangue nei polmoni di Piper. Lo sentiva gorgogliare, frusciare, ad ogni suo torturante respiro. Quando tossiva, come stava facendo adesso, tante macchioline gli chiazzavano le labbra, e schizzi ricadevano anche sul suolo duro e gelido. I suoi pensieri, frammentati e sparpagliati, andavano alla deriva lungo le correnti del dolore. Come se non riuscisse a sopportare la consapevolezza di quel momento, di quel luogo, i suoi pensieri vagarono altrove, lontano.
Il mago prediletto di Hornfel... S. Piper era arrivato a Thorbardin all'improvviso, inzaccherato come un cane, tre anni prima. Quella era stata una notte di furiose tempeste, una selvaggia battaglia estiva nel cielo, colma di lampi accecanti e di tuoni rombanti. Ancora oggi, Piper non ricordava molto del suo arrivo, anche se ne aveva sentito la storia abbastanza spesso.
Un membro della Guardia della Vigilanza di Southgate era quasi inciampato sul mago. Inzuppato, capace di respirare a malapena, giaceva raggomitolato al riparo del parapetto, nel punto in cui la stessa guardia si era trovata un momento prima.
Come un rottame lasciato dalla tempesta sui bordi dell'acqua, aveva commentato la guardia pi tardi, estinguendo la propria sete con grande entusiasmo insieme ai compagni nel corpo di guardia. Vi dico, ero proprio convinto che quel ragazzo fosse morto. Detto questo, aveva trangugiato a fondo con sguardo pensieroso. Forse lo era davvero, e adesso si  riportato in vita con la magia. Non si sa mai con un mago.
Ma Piper non era morto, anche se era giunto vicinissimo ad esserlo, vicino quanto non avrebbe mai voluto... fino a quel momento.
Piper deglut con uno sforzo, cercando di non respirare affatto. Cerc di trascinare la mano destra spezzata, pollice dopo pollice, gi verso il suo fianco.
A Thorbardin non avevano saputo cosa fare di lui. Il capitano della Guardia della Vigilanza aveva espresso il sospetto che il mago potesse benissimo essere stato mandato per spiare le difese di Thorbardin, e detto questo aveva trovato la soluzione del problema del mago, l, a portata di mano.
A Thorbardin c'erano molte celle buie situate molto in profondit, e Piper si era svegliato dentro ad una di queste, incatenato, e intento a chiedersi, angosciato, se non avesse talmente sbagliato a lanciare un incantesimo da ritrovarsi dentro l'Abisso.
Ma si era reso conto di trovarsi ancora nel regno dei mortali quando aveva scoperto che i carcerieri fuori della sua cella erano nani. Il nano che gli portava la sua razione di acqua calda e pane secco non era molto comunicativo, poich si limitava a rispondere alle sue domande con un grugnito, e magari senza neppure questo. Anche se una volta aveva portato al mago delle coperte pi calde perch si proteggesse dal freddo e dall'umidit, il nano carceriere non aveva mai pronunciato una parola di pi, e aveva sempre fatto attenzione che le mani del mago non fossero mai libere.
Sanno sempre, pens, con gli occhi ancora chiusi per proteggersi dal dolore, con la mano che stranamente gli s'intorpidiva mentre continuava a trascinarla verso il flauto, sanno sempre cosa vogliono dire le mani di un mago.
Dopo due giorni, Piper era stato condotto davanti al Consiglio dei Thane. Ancora legato e in ceppi per timore che cercasse di difendersi con la magia, oppure di ammaliare il Consiglio inducendolo a credere che fosse innocente dell'accusa di spionaggio, Piper aveva raccontato ai sei thane riuniti nella grande Sala del Consiglio la sua storia di un incantesimo di trasporto andato storto.
I sei thane avevano litigato a lungo sulla questione, com'erano soliti fare su tutto. Spia! aveva urlato qualcuno. Altri avevano i loro dubbi su quest'accusa, ma non erano per questo inclini alla comprensione o ad assolvere il mago dalla colpa di aver sconfinato nel territorio dei nani. Adesso i draghi solcavano apertamente i cieli di Krynn, e gli eserciti si stavano ammassando per scatenare la guerra nelle Terre Esterne. Se non potevano esser certi che Piper fosse innocente dall'accusa di spionaggio, il Consiglio dei Thane l'avrebbe gioiosamente rinchiuso nelle segrete, lasciandolo in ceppi per il resto della sua vita, liquidando cos la faccenda con grande soddisfazione di tutti, salvo lo stesso Piper.
Soltanto uno dei thane aveva anche soltanto adombrato la possibilit di rimettere Piper in libert. Si era trattato di Hornfel, il quale aveva sviluppato vigorosi argomenti a favore del giovane umano la cui disarmante innocenza e la genuina buona volont, associate alla storia dell'incantesimo andato storto, lo commuovevano. Hornfel aveva impegnato la propria parola come garanzia per il mago, e con questo impegno aveva ottenuto la libert per Piper.
Piper, adesso con la mano completamente intorpidita, seppe di aver toccato il flauto quando lo sent rotolare lungo il suo fianco. Ascolt lo sciacquio del sangue dentro i propri polmoni e gli parve di udire, una volta ancora, il sospiro preoccupato di Hornfel:
Di solito so giudicare un uomo al primo colpo. Ma sappi questo, giovane Jordy: adesso sei il custode della mia parola d'onore. Cerca di custodirla bene.
Allora Jordy aveva pensato che non avrebbe avuto nessun problema a mantenere l'impegno di Hornfel. Provava un'istintiva simpatia per quel nano e gli doveva la propria libert. Era anche affascinato da Thorbardin, dove pochissimi umani erano giunti prima di lui. Jordy aveva replicato d'impulso e non si era mai rincresciuto di averlo fatto.
Scambieremo gli impegni, signore, aveva detto con voce grave al nano che l'aveva salvato dall'interminabile freddo e dall'oscurit delle segrete di Thorbardin. Sono in debito verso di te e, se mi vorrai, al tuo servizio.
Durante quei due anni, il giovane era stato chiamato Jordy da alcuni, e da altri il mago prediletto di Hornfel. Poi i bambini che correvano per le strade e i vasti giardini di Thorbardin, e che si divertivano ad ascoltare la musica del biondo gigante, avevano cominciato a chiamarlo Piper. Il mago aveva trovato cos il suo soprannome, un Thane e un signore da servire e, malgrado non ne stesse cercando una, anche una casa.
Piper, sudando al freddo dell'alba, raccolse tutte le sue forze e con l'avambraccio allontan con molta cautela il flauto dal proprio fianco. Adesso questo era rotolato accanto alla sua spalla. Puntando i piedi contro il duro terreno, Piper si chin lentamente in avanti con grande sofferenza e afferr fra i denti l'imboccatura dello strumento.
Uno dei Theiwar scoppi a ridere: parve il suono del vento che ululasse intorno ai tumuli. Piper si raddrizz. Quando lo fece, una costola fratturata si mosse dentro i suoi polmoni, lacerando le carni. Il sangue col l dove avrebbe dovuto esserci aria. Adesso non gli restava pi fiato per gli incantesimi complicati. E non gli rimaneva neppure tempo.
Un incantesimo, pens; un incantesimo rapido e sicuro per andarmene da qui!
L'incantesimo del trasporto. Non per farsi portare lontano, non aveva la forza di farlo, ma quel tanto che bastava per andarsi a nascondere nella foresta dove sarebbero stati costretti a cercarlo. Era probabile che non tutti loro si sarebbero messi a cercarlo, pens, mentre lentamente e con grande sofferenza si riempiva i polmoni d'aria. Tuttavia c'era la possibilit che Stanach potesse sentirli ed essere messo sul chi vive molto prima di vederli.
Piper chiuse gli occhi e pens a una radura che conosceva, nel profondo della foresta, vicino ai confini del Bosco degli Elfi. Quei Theiwar avrebbero cercato a lungo e molto lontano prima di avventurarsi vicino all'infestata Qualinesti.
Gli servivano soltanto tre note, tutte basse e simili al sibilo del vento quando soffia nell'erba. Tre parole magiche. Le parole le aveva, e il fiato lo trov.
Per un intervallo senza tempo Piper non senti pi nessun dolore, non ebbe pi nessun bisogno di respirare. Ogni sensazione di esistere venne risucchiata via, come la marea che si ritira da una riva, mentre cavalcava la musica.


Capitolo dodicesimo.

Il sole di met mattino splendeva diafano e luminoso, offrendo ben poco calore. La sua luce saettava gi attraverso la fronda degli alberi pi alti, rimbalzando come fasci di dardi argentei dalle tremolanti foglie rosse e brune del sottobosco. Una fresca brezza portava il ricco odore della terra umida e delle foglie che ammuffivano attraverso la foresta. Poco pi di una pista di cervi, spesso a Kelida quel sentiero sembrava invisibile, qualcosa che Tyorl seguiva pi per istinto che con lo sguardo.
Tyorl veniva avanti per primo lungo quel sentiero stretto e chiazzato di ombre; poi Stanach, e Kelida dietro di lui. Lavim li seguiva per ultimo, ma solo di tanto in tanto. Come un vecchio cane in un nuovo territorio, il kender vagava per la foresta su entrambi i lati del sentiero. Nessuna macchia, radura, ruscello o affioramento roccioso che si rivelasse anche minimamente interessante sfuggiva alla sua curiosit. Malgrado Lavim avesse gi da tempo rinunciato a cercare di attirare l'attenzione dei suoi compagni su quelle affascinanti caratteristiche del terreno, continuava a fare i suoi commenti con una voce che pareva ancora troppo profonda a Kelida, per qualcuno di statura piccola come la sua, ma che palesava la gioia del kender di trovarsi in quel luogo e in una giornata cos piena di sole.
 una maledetta sfortuna che non tentiamo di attraversare questa foresta senza farlo sapere a tutti, borbott Stanach.
Kelida sorrise. Tyorl aveva fatto un commento simile qualche
momento prima. Da parte sua, la gioia del kender le faceva piacere. Le grida che lanciava ad ogni nuova scoperta risuonavano come una canzone stonata, priva di rime, che formava una scia durante quello che, se fosse dipeso da Tyorl, sarebbe stato un viaggio ben silenzioso. Quanto a Stanach, anche da lui ci si poteva aspettare soltanto un ostinato silenzio.
Con gli occhi sulle ampie spalle di Stanach, divise a met dalla spada infilata nel fodero che portava appesa sulla schiena, Kelida riand col pensiero al suggerimento che il nano le aveva dato, di imparare a maneggiare il sottile pugnale che adesso portava con s.
Quando il nano le aveva quasi gridato addosso l'ammonimento, in quella camera triste e deserta di Qualinost, la prima reazione di Kelida era stata di rabbia, e poi di risentimento. Ma subito dopo si era messa a cercare un pugnale. Ma non aveva consegnato la spada di Hauk a Stanach, n l'aveva affidata alla custodia di Tyorl. Da quando aveva riaggiustato la posizione del fodero, portava Stormblade con maggior facilit lungo il fianco e la gamba, anche se la spada le pesava ancora parecchio, e faceva s che il cuoio da cacciatore che aveva preso a prestito le sfregasse e le raschiasse la pelle.
Si era posta il modesto proposito d'imparare a servirsi del pugnale che Lavim l'aveva aiutata a trovare prima che lasciassero Qualinesti. Stanach, malgrado fosse stato lui a suggerirle, del tutto spontaneamente, di cercarsi una lama pi maneggevole, non si era offerto d'insegnarle a usarla. Stando a quanto Stanach aveva detto mentre erano seduti intorno al fuoco, all'alba, sarebbero stati ben presto vicini al luogo in cui si aspettava di trovare il suo amico Piper. Poi Thorbardin sarebbe stata soltanto alla distanza d'un tremulo respiro e di un incantesimo di trasporto.
Tyorl era parso pensieroso a quella notizia e non aveva fatto nessun commento. Adesso, ricordando l'espressione dei suoi occhi, Kelida si chiese se l'elfo non cominciasse a dubitare della storia di Stanach. Quale parte della storia? Quella della spada o quella del mago?
Kelida scosse la testa e scavalc un alberello abbattuto, caduto di traverso sul sentiero. Stanach, un po' pi avanti, si volt a guardare, i suoi occhi scuri si appuntarono, come facevano sempre, sull'elsa riccamente decorata della Stormblade.
No, pens Kelida, la storia  vera. Una luce si accendeva nei suoi occhi quando guardava Stormblade, e non era la fredda luce dell'avarizia, dell'avidit. Guardava la spada nell'identica maniera
con la quale Kelida immaginava che qualcuno dovesse guardare una reliquia.
Qualunque cosa Tyorl potesse pensare, Kelida sapeva che la storia di Stanach non era stata ordita per aiutarlo a rubare una spada preziosa. Lui la chiamava una Spada da Re, Stormblade, oppure spada maestra. Parlava di re reggenti e di leggende che si erano avverate. Dietro alle sue parole, dietro alla storia, Kelida vedeva Hauk, in qualche modo pi timido e gentile di quanto sembrasse, con il suo ostinato silenzio che lo difendeva dalla collera di un crudele mago derro pronto a uccidere pur d'impadronirsi della Stormblade.
Sin dalla loro prima notte a Qualinesti, Kelida aveva provato una simpatia istintiva per il nano. Ricordava la loro conversazione davanti al morente fuoco da campo. Quando aveva tentato di parlargli della distruzione della sua casa, della morte dei suoi genitori e di suo fratello, lui le aveva bisbigliato con gentilezza: Zitta, ragazza. Zitta.
Era talmente assorta nei propri pensieri che non vide il groviglio di grosse radici grigie che serpeggiava attraverso il sentiero. Col piede in trappola, cacci un grido e cadde, battendo con violenza le ginocchia. Davanti a lei, Tyorl si ferm e si volt, ma fu Stanach che torn indietro. L'afferr per i gomiti e la sollev in piedi senza difficolt.
Ti sei fatta male?
Kelida scosse la testa. No, sto bene. Mi spiace. Si stava scusando ancora prima di decidere se ce ne fosse o no bisogno.
Ti dispiacerebbe molto di pi se ti fossi rotta una caviglia. Stanach ammorbid l'avvertimento con un sorriso, intravisto a stento prima che si smarrisse nelle profondit della sua barba nera. La nostra parte consiste nello stare attenti al terreno, Kelida. Tyorl terr d'occhio la foresta.
Kelida lo segu con lo sguardo quando si volt e riprese a percorrere il sentiero. Silenzioso come un gatto che avesse girato un angolo, Lavim le spunt al fianco.
Stai bene?
Colta di sorpresa, Kelida rantol: Lavim! Da dove sei sbucato? Il kender sogghign e drizz la testa.
Sono stato in fondo al sentiero. Nani? Non so. Strani tipi. Per sanno preparare una buona bevanda. Io, se avessi tutto lo spirito dei nani che posso bere, sarei la persona pi felice che possa esistere qui intorno. Spade, e re che non sono re... non so niente di queste faccende. Lo spirito dei nani,  per questo che vado a Thorbardin. Riesci a immaginare? Tutto lo spirito dei nani che puoi desiderare, e fatto dalla gente che sa come farlo! Cos non soffrir il freddo per tutto l'inverno!
Kelida cel un sorriso. Nessuno aveva invitato il kender a venire, ma nessuno pareva incline a bandirlo.
Per Stanach ha ragione. Devi stare attenta a dove metti i piedi. Non credo che tu sia abituata a camminare nei boschi, vero?
No, non sono abituata. Comunque, me la caver. Con gli occhi fissi su quella pista quasi evanescente, Kelida riprese la marcia, affrettando il passo per raggiungere Stanach e Tyorl. Ladim le si affianc.
Io il cielo lo guardo soltanto quando sto dormendo, disse. Oppure quando passa un drago.  il mio segreto.
Un buon consiglio, lei mormor.
Il kender scroll le spalle, devi sul lato del sentiero per accertarsi che non ci fosse niente d'interessante dietro un grosso tronco di quercia, poi la raggiunse di nuovo. Quello Stanach,  sempre di un umore cos strano, l'hai notato?
S, l'ho notato.
Un tempo era uno spadario, lo sapevi? Dovresti guardare le sue mani, quando ti capita. Sono completamente ricoperte dalle cicatrici di tante piccole bruciature. Le hanno provocate i fuochi della forgia.
Davanti a un pubblico attento, Lavim cominciava a infervorarsi, e sogghign ricordando Givrak nella taverna e le pattuglie draconiche nel magazzino. Stanach  simpatico quando non  imbronciato, ma ha la strana dote d'infastidire la gente. Potrebbe davvero cacciarsi nei guai uno di questi giorni, se non far attenzione. Gli occhi di Lavim divennero d'un tratto lo specchio della saggezza, o cos s'immagin lui. Questo mago, Piper, immagino che sar un bene per tutti quando Stanach riuscir finalmente a trovarlo. Qualcuno deve pure tenerlo lontano dai guai. Immagino che tocchi a questo Piper farlo. Sai cosa voglio dire... in un certo qual senso il suo compito sar proprio quello di tenerlo d'occhio.
Kelida ricordava i quattro draconici che li avevano costretti a scappare in fretta e furia da Lungo Crinale. Ma cos'ha fatto per far impazzire a tal punto i draconici?
Oh, con i draconici non si pu mai dire, sai. Non sono come noi. Per loro, la cattiveria  uno stile di vita. Stanach ha fatto arrabbiare un branco di loro, all'esterno di un vecchio magazzino
mezzo distrutto dal fuoco. Lavim ristette, parve pensieroso, poi diede un'energica scrollata di spalle. Forse aveva qualcosa a che fare con i quattro che ci stavano dando la caccia, oppure con quello che  caduto dalla finestra... non so. Come ho detto, con loro non si pu mai essere sicuri.
Il continuo chiacchierare del kender era come una calda brezza d'estate. Sai che ti dico? riprese, strizzando un occhio alla ragazza, la sola creatura pi cattiva di un draconico  un minotauro, e anche su questo bisognerebbe riflettere. Hai mai visto un minotauro, Kelida? Sono, gi... strani. Tipi grandi e grossi! Sono completamente coperti di peli. Non peli lunghi, ma corti, come quelli di un toro. Lavim corrug la fronte, poi sogghign. E non hanno proprio il minimo segno dell'umorismo! Se mai ti capitasse di vederne uno, ricordati di non... be', uhm, di non insinuare che sua madre era una vacca.
Kelida lo guard sgranando gli occhi. E perch mai dovrei insinuarlo?
Oh, sarebbe un errore pi che naturale. Gli occhi verdi di Lavim brillarono. In un certo qual modo i minotauri ti ricordano le vacche e i tori. Hanno delle facce che sembrano grossi musi e un paio di corna e un umore che ti fa pensare irresistibilmente a un toro infuriato. L'anno scorso mi trovavo dalle parti del Mare del Sangue, passavo giusto per Mithas... La sua risata, roca e allegra, squill all'improvviso.  allora che ho appreso che, anche se sono vecchio, posso ancora correre! No, ai minotauri non piace affatto se parli troppo di vacche. Non credo che esista un solo minotauro vivente che sappia cos' una battuta di spirito.
Kelida, sorridendo, prosegu con passo affaticato al fianco di Lavim, cercando in qualche modo di seguire l'intricato groviglio di una storia su tre minotauri, uno gnomo chiamato Ish, e una balla di fieno offerta come cena... per qualche ragione che Lavim non chiar mai.
A mano a mano che la trama della storia si faceva sempre pi confusa e complicata da esagerazioni e da iperboli, Kelida si accontent di scrutare il suolo, cercando di dare l'impressione di seguire con tutta la sua attenzione l'intricata vicenda. Dopo un po', le risovvenne l'insistenza di Stanach perch imparasse ad usare il pugnale. Abbass la mano sul fodero che aveva al fianco. Era vuoto. Il pugnale non c'era pi.
Lavim!
Lavim si guard intorno e sollev lo sguardo. Cosa?
Il mio pugnale... non c' pi!
Oh, prendi pure uno dei miei. Il kender sfil dalla cintura un pugnale dal manico d'osso e lo porse a Kelida. L'ho trovato un po' indietro lungo il sentiero ma, naturalmente, ne ho gi sei
o sette. Ecco.
Era ovvio che era il suo.
Kelida gli strapp di mano il pugnale e lo reinfoder con un movimento impacciato. Dove l'hai trovato?
Lavim si gratt la testa perplesso. Non me ne ricordo, ma sapevo che mi sarebbe tornato utile.
Con destrezza evit un affioramento roccioso coperto di muschio. Ho sentito che Stanach ti diceva che avresti dovuto imparare ad usarlo.  stato un po' troppo irascibile con te, ma ha ragione. Potrei insegnarti io.
Lo faresti?
Sicuro, Kelida, ne sar felicissimo. Lavim sbirci lungo il sentiero. Stanach e Tyorl stavano aspettando. Quando ammicc, a Kelida parve somigliantissimo a un cospiratore di dubbia reputazione. Durante la mia giovinezza ero una specie di campione a Kendertown. Be'... in realt ero al secondo posto. In un certo qual senso. Essere al secondo posto  davvero notevole, specialmente se i contendenti sono due, non ti pare? Ups! faremo meglio ad accelerare il passo!
Kelida sorrise. Si accod a Lavim, con la mano sull'impugnatura del pugnale, e si ricord che avrebbe dovuto controllare cos'altro di suo il kender poteva aver trovato.
Con la schiena appoggiata a un caldo macigno, Kelida provava una piacevole sensazione. Qui, sull'altura, il sole del mattino e del primo pomeriggio aveva asciugato l'umidit dell'erba, riscaldando le rocce. Per il momento, la distesa d'alberi era sotto di loro. La collina cosparsa di rocce s'innalzava come una piccola isola al di sopra della foresta. Kelida sapeva, per averlo chiesto a Stanach mentre scalavano il pendio, che quell'altura non faceva parte delle pendici delle montagne.
 soltanto un bernoccolo nel terreno, aveva spiegato il nano, con gli occhi scuri rivolti alle alte vette azzurre che s'innalzavano a meridione. Le vere colline si trovano molto pi a est.
Kelida si sfreg le gambe che le facevano male. "Vere colline!" Come se quello fosse un prato. L'affioramento roccioso contro il quale poggiava la schiena era confortevole come i mattoni che sua madre aveva avuto l'abitudine di riscaldare durante l'inverno per tener caldi i piedi freddi. L'ombra di una nuvola
scivol sul terreno, e Kelida chiuse gli occhi. Il ricordo di sua madre scavava un grande vuoto dolorante dentro di lei. Come se si fosse rintanato in quel grande vuoto, tutto il calore parve venir risucchiato fuori dal giorno. Vide dietro i propri occhi fuoco e morte e un drago dalle immense ali che scendeva in picchiata dal cielo.
Alla sua sinistra, e un po' pi sotto rispetto al punto in cui sedeva, scorreva un gaio torrente, le sue acque erano fredde a causa del lungo passaggio attraverso il sottosuolo. Uno sciaguattio e poi un ringhio d'impazienza che potevano attribuirsi soltanto a Stanach interruppero i cupi ricordi della ragazza, che si guard intorno.
Lavim, che era andato a riempire le loro fiasche al torrente, risal saltellando sul pendio, aggirando le rocce che sporgevano rigonfie dalla pelle sottile del suolo, con tutta l'abilit disinvolta di una capra di montagna. Il kender si lasci infine cadere accanto a lei.
Non sono stato io! grid senza voltarsi, con gli occhietti colmi di un verde lucore sbarazzino. Pass a Kelida la sua fiasca, e tolse il tappo dalla propria per trangugiare una lunga sorsata. Stanach  caduto dentro il torrente. Da come lui la racconta, penseresti che sono stato io a spingerlo!
L'hai fatto?
Non io!  scivolato su una roccia coperta di muschio. Guardalo. Adesso per lo meno ha qualche motivo concreto per sbottare e ringhiare.
Kelida sbirci dietro la propria spalla. Stanach, abbondantemente bagnato, stava risalendo il pendio a grandi passi come un cacciatore inviperito contro qualcuno. Vide Kelida seduta con Lavim, cos cambi direzione per andare a raggiungere Tyorl. Kelida lo vide sedersi a terra accanto all'elfo. Ognuno, cos, se ne stava l in silenzio assorto nei propri pensieri. Quando Kelida si volt di nuovo verso il vecchio Kender, vide che Lavim si era impadronito di nuovo del suo pugnale.
Lavim sorrise e sollev la mano, con la punta del pugnale in equilibrio sul suo palmo. Guarda cos'ho trovato di nuovo.
Lavim, ridammelo.
Il kender tir indietro la mano e fece scattare il polso. Adesso la lama era in equilibrio sul palmo dell'altra mano. Pensavo che volessi che t'insegnassi come usarlo.
S, ma...
Be', allora?
Kelida sorrise. E va bene. Ma non credo che mi serva conoscere i trucchi dei giocolieri.
Oh, non so. Sarebbe facile insegnarti qualche trucco davvero semplice. Io sono un bravo giocoliere, sul serio. Be', suppongo non sia cortese che sia io a dirlo, ma lo sono davvero, e... Scroll le spalle quando Kelida si accigli per l'impazienza. D'accordo. Che ne dici di questo?
Il kender fece scattare di nuovo il polso, il pugnale arriv alla sua mano destra per l'elsa, quindi fece volare il pugnale fuori dalla sua morsa con un agile, fulmineo movimento.
Kelida si guard rapidamente intorno, ma non vide nessun segno del pugnale. Dov'?
Lavim indic con un gesto una macchia di arbusti stenti e spogli. L, intento a procurarci parte della cena. Il kender si alz in piedi, attravers di corsa il terreno roccioso, e affond la mano in mezzo agli arbusti. Quando si gir, stringeva per le zampe posteriori un grosso coniglio dalla pelliccia grigia. La creatura si mosse debolmente, poi rimase immobile. Il pugnale piccolo e sottile gli aveva trafitto il cuore. Lavim butt a terra il coniglio e torn a sedersi.
Con questo, Tyorl non dovr sprecare una freccia pi tardi. Un pugnale serve per accoltellare e per essere scagliato, Kelida, disse, adesso il tono della sua voce era serio. Era evidente che si stava godendo il ruolo di lanciatore di coltelli. Queste sono praticamente le sole cose che puoi fare con un coltello. Be', a parte tagliare la carne e scassinare le serrature... forse.
La squadr, come per giudicarla, poi annu. Hai un buon braccio da lancio. Ho avuto modo di vederlo sulla strada fuori da Lungo Crinale. Se quei soldati non avessero indossato la cotta di maglia, li avresti abbattuti con quelle pietre che gli stavi tirando addosso. Naturalmente, avresti dovuto mirare alle loro teste. Ma  probabile che fossi troppo distratta per pensarci. Ecco, prendi il tuo pugnale.
A contatto con l'aria fredda, delle volute di vapore si levarono dal sangue del coniglio che macchiava la lama. Kelida prese l'elsa fra due dita.
No, non cos. Ecco, in questo modo. Lavim appoggi l'elsa sul palmo della sua mano, e chiuse le dita di Kelida sul manico d'osso. Ecco, stringi come... non so, come se gli stessi stringendo la mano, ma non con tanta forza. Ecco, lieto di averti incontrato, amico.
L'elsa del pugnale era fredda nella sua mano. Il sangue pulsava
contro l'orlo del suo mantello. Kelida rabbrivid. Sent una nausea scura e strisciante rotolarle nello stomaco.
Adesso, disse Lavim, lancialo. Lancialo dall'alto in basso, proprio come faresti con un sasso, soltanto che un pugnale  pi leggero perci dovrai fargli descrivere un arco pi alto. Di, cerca di colpire quel vecchio ceppo laggi.
I resti anneriti di un albero colpito da un fulmine sporgevano da un basso avvallamento del terreno a circa cinque passi in direzione nord. Kelida valut la distanza, prese la mira, e lanci. La lama oscill un po', valic la distanza, e cadde in mezzo alle radici nodose del tronco.
Non tanto male. Sei arrivata dove volevi arrivare, ma devi davvero metterci il braccio. Lavim recuper il pugnale. Prova un'altra volta.
Kelida lo fece, e questa volta la lama del pugnale sfior la ruvida corteccia. Al terzo tentativo, il pugnale colp con forza il legno e vi rimase conficcato, vibrando.
Ecco! Adesso s che ci sei. Lavim and una volta ancora a recuperare il pugnale e si lasci cadere accanto alla sua allieva. Ora, lanciare va benissimo quando hai lo spazio per farlo, e quando sei pi interessata a colpire il bersaglio che a conservare il pugnale... Ma il pugnale serve anche per accoltellare.
Kelida rabbrivid di nuovo. Chiuse gli occhi e tir un lungo sospiro per calmarsi.
Lavim la tir per la manica. Kelida, mi stai ascoltando?
Kelida annu come stordita.
Va bene, allora. Accoltellare  una cosa divertente... be', non proprio divertente, ma strana. Non vibrare il colpo verso il basso se ti trovi a ridosso del tuo avversario. Non faresti altro che colpire l'osso, facendo infuriare qualcuno. Sferra il colpo dal basso verso l'alto. In questo modo hai una buona probabilit di colpire qualcosa d'importante come il fegato o i reni, capito?
Credo... credo di s.
Lavim la guard di nuovo. Hai un'aria un po' verdolina, Kelida. Ti senti bene?
Kelida deglut per combattere la nausea che cresceva dentro di lei. Sto bene.
Ne sei sicura? Forse faremo meglio a parlare pi tardi di accoltellamenti... Perch invece non provi a fare qualche altro lancio?
Kelida riprese i suoi lanci. Il primo manc il bersaglio per un dito. Il secondo lo centr in pieno.
Ancora uno. Ti stai facendo la mano, la incoraggi Lavim. Kelida lanci di nuovo il pugnale e manc il ceppo di un palmo.
Falasco marrone ed erba morta erano folti intorno al ceppo. Kelida cerc per qualche istante, ma non trov il pugnale. Al di l del ceppo la collina scendeva ripida verso il bosco. Subito prima della linea scura delle ombre degli alberi, la ragazza vide il sole luccicare sull'acciaio... la lama del pugnale. Cominci a scendere il pendio.
Il terreno l in basso, all'ombra della collina, era umido e paludoso. I suoi stivali facevano ciac ciac in mezzo alle pozzanghere, diguazzando nel fango. Kelida si affrett a recuperare il pugnale. Quando si volt per risalire di nuovo la collina, qualcosa che si agitava nel vicino sottobosco attir il suo sguardo. Corrugando la fronte, Kelida avanz di qualche passo verso il folto.
Si fece strada in mezzo agli arbusti spinosi e stenti, e si arrest. Il sottobosco incominciava con un fazzoletto di tardiva erba verde. Un giovane giaceva disteso in mezzo a quest'erba, con il braccio destro torto ad un angolo impossibile sotto il suo corpo.
Il braccio sinistro, gonfio e spezzato, era proteso verso l'esterno come per implorare piet. Dal punto in cui si trovava, Kelida non poteva dire se il giovane respirava ancora.
La ragazza si port una mano alla bocca, prendendosi un dito fra i denti per non mettersi a urlare. I lunghi capelli biondi del giovane penzolavano dentro un sottile rivolo d'acqua, sporchi di fango e appiccicati su un lato del suo viso. La profonda ferita di una lama, incrostata di sangue ai bordi e d'un rosso rabbioso l dove la carne era scoperta, segnava quel volto, partendo da un occhio gonfio e ammaccato per arrivare fin sotto la mandibola. Grandi chiazze di sangue color ruggine gli macchiavano le vesti rosse; alcune erano brune, e vecchie, altre scarlatte e si stavano ancora allargando. Kelida esal un lungo, rotto sospiro.
Lavim! riusc infine a gridare. Tyorl! Stanach!
Il giovane cacci un gemito e apr gli occhi. Un tempo, potevano anche essere stati azzurri come il cielo d'estate. Ma adesso erano fangosi e mortificati dalla sofferenza.
Signora, bisbigli il giovane. Poi rantol e strinse gli occhi, si pass la lingua sulle labbra chiazzate di sangue, e tent di nuovo. Signora... puoi aiutarmi?
Stanach, le mani fredde e tremanti, si lasci cadere sulle ginocchia. Col palmo della mano appoggiato sul petto di Piper, cerc di percepire il pulsare della vita cos come aveva fatto
quando si era rannicchiato nella strada polverosa accanto al corpo di Kyan Red-axe cinque giorni prima. Piper viveva ancora, sia pure a malapena. Il suo respiro era ridotto a un gorgoglio ansimante nei suoi polmoni. Il mago non aveva pi parlato dopo aver chiesto l'aiuto di Kelida, ma era rimasto l, immobile e silenzioso.
Non era morto, ma non ci sarebbe voluto molto prima che lo fosse. Entrambe le sue mani e parecchie costole erano fratturate, troppo sangue si era accumulato nei suoi polmoni.
Tyorl, che si era allontanato per esplorare rapidamente la palude alla ricerca di qualche traccia degli aggressori del giovane, fece ritorno in quel momento. Impugnava nella mano sinistra l'arco con una freccia ancora incoccata; nella destra stringeva un vecchio flauto di legno di ciliegio. In silenzio lo porse a Stanach.
Stanach prese lo strumento e fece scorrere i pollici sul legno lucido, per tutta la sua lunghezza. Dopo un attimo di esitazione, depose il flauto accanto alla mano destra spezzata di Piper. Dove l'hai trovato?
Non molto lontano da qui. Stanach, ti devo parlare.
Stanach annu, e si tir in piedi, sia pure con un'estrema stanchezza.
L'elfo, i lunghi occhi azzurri privi d'espressione, lanci un'occhiata a Piper, poi si guard intorno alla ricerca di Kelida. La vide accanto a Lavim sui bordi della palude, e le fece segno di raggiungerli.
Rimani con lui, Kelida.
Kelida non disse niente. Con gli occhi verdi sgranati e pieni di compassione, il volto pallido per la paura, Kelida si accovacci accanto al mago. Lavim, una volta tanto silenzioso, si rannicchi sul lato opposto al suo. Stanach esal un pesante sospiro e segu Tyorl in mezzo alle ombre sempre pi fitte della foresta, fino a un punto in cui si trovarono fuori dalla portata di udito degli altri.
Tyorl reinfil la freccia nella faretra, ma non allent la corda dell'arco. Sembra che sia stato aggredito da una folla.
Stanach annu.
Non ho trovato nessun segno che indichi la presenza di qualcun altro in questo posto. Non ho trovato neppure la pi piccola traccia o un segno che indichino da quale parte lui  entrato nella palude. Come pensi che ci sia arrivato?
Non lo so.  un mago, e... Stanach deglut, cercando di sciogliere il nodo che aveva in gola. ... a Thorbardin 
conosciuto per i suoi incantesimi di trasporto. Quel ricordo gli ritorn alla memoria, e sorrise. Ti trasporta dove vuoi andare, ma  una magia che ti d sempre l'impressione di
volerti strappare dallo stomaco la cena della giornata. ... molto conosciuto anche per questo.
Comunque, non credo che sia successo molto lontano da qui. Lui non avrebbe avuto abbastanza energia per trasportarsi a una grande distanza. La strada che porta a Lungo Crinale si trova nelle vicinanze?
Circa cinque miglia... forse un po' di pi, disse Tyorl.
Allora  l che  successo. O l vicino.  il posto dove mi stava aspettando.
Mi spiace.
S, borbott Stanach, burbero, anche a me. Si volt per tornare da Piper, ma non fece neppure due passi, poich Tyorl lo afferr per un braccio.
E la spada?
Cosa? Stanach intrecci le dita della mano destra nella barba e chiuse gli occhi. Non so, disse, amareggiato. Non sono riuscito ad arrivare in tempo da Piper, vero? Lui non pu aiutarmi, ed io... io non posso aiutare lui. Lascia per lo meno che io rimanga seduto accanto a lui, mentre muore.
Cos dicendo, il nano si volt e usc dalle ombre per raggiungere la distesa erbosa costellata di macchie di sole. Tyorl lo segu in silenzio.
Kelida si spost, quando Stanach venne a sedersi accanto a lei. Respira ancora, Stanach, gli disse.  ancora vivo.
Stanach non pronunci parola, si limit a passarsi il dorso della mano sulla bocca, e annu, fissando le mani fratturate di Piper.
Kelida, seguendo il suo sguardo, bisbigli: Perch?
In modo che non potesse difendersi con la magia. Tocc con un dito il flauto. Ma non sapevano di questo... Il flauto gli ha permesso di fuggire, ma non in tempo perch riuscisse a salvarsi la vita.
Ah, Jordy... pens Stanach. Piper, quanto mi dispiace!.
Tanto vale che ci accampiamo qui, disse Tyorl. Non  piacevole passare la notte accanto a un acquitrino, ma ho la sensazione che nelle prossime ore sia meglio che il nostro fuoco da campo sia mascherato dal rilievo della collina. E sar meglio che ci mettiamo di sentinella durante la notte in cima alla collina, ma senza accendere nessun fuoco lass. Tyorl fece un cenno al kender, il quale pareva voler domandare qualcosa. Legna e sterpi per il fuoco, d'accordo?
Lavim si alz in piedi con movimenti rigidi e, dopo aver lanciato un'occhiata a Stanach, si dilegu in mezzo al bosco. L'elfo sal in cima alla collina per fare il primo turno di guardia. Kelida si sedette accanto a Stanach: lei, che aveva visto la sua famiglia e i suoi amici cadere sotto la collera di un drago, coglieva il dolore profondo e desolato negli occhi del nano, e seppe che Stanach non doveva restarsene seduto l da solo.
Solinari, come faceva sempre, si alz per prima sopra l'orizzonte. Lunitari non tard molto a seguirla. La notte, fredda e di un azzurro cupo, cal sopra la palude. Le ombre e la luce del fuoco da campo trasformavano quegli arbusti spogli in una nera ragnatela luminescente.
Quando il bagliore rosso della luna sormont la collina e scese gi in mezzo al bosco, Stanach si rese conto che da alcuni minuti non udiva pi il respirare affannoso e
raschiante di Piper. Si sporse in avanti, appoggi con delicatezza la mano sul petto del mago. Non c'era nessun movimento. Il pulsare della vita nel suo collo era cessato. Stanach rimase seduto ad ascoltare il sordo rimbombo del proprio cuore.
Mi spiace, bisbigli Kelida.
Stanach annu. La fiss per alcuni istanti, poi fiss la Spada da Re che la ragazza portava ancora al fianco. La luce del fuoco traeva riflessi dall'oro, e le ombre scivolavano sopra l'argento. I cinque zaffiri ammiccarono gelidi. A Stanach parve di vedere il cuore scarlatto dell'acciaio ardere attraverso il fodero consunto di cuoio.
Kelida gli copr la mano destra con la propria.
Stanach continu a non dire niente.
La musica che aveva incantato i bambini dei nani di Thorbardin era volata via. Quella magia non c'era pi. Jordy era morto e Kyan era morto.
In quel momento, Stanach s'imped di provare qualcosa... qualunque cosa, per timore di essere sopraffatto dal dolore e di mettersi a piangere.


Capitolo tredicesimo.

Dov' la spada? La voce, dura e fredda come l'ossidiana nera, divenne l'oscurit. E l'oscurit divenne la voce. Hauk non sapeva se vedeva il nano con gli occhi, oppure lo sentiva, come un incubo che cambiava forma, nella sua mente.
Dov' la spada?
Hauk rispose con cautela. Il nano poteva vedere dentro la sua mente. Oppure si trovava dentro la sua mente? Non... non lo so.
L'interrogatorio era diventato un combattimento a colpi di spada condotto sulla difensiva. Parate e sfalsamenti, ritirate e altre parate. Come un guerriero con la schiena rivolta a un precipizio, Hauk sapeva di non potersi ritirare ancora per molto. La sua risposta era vera. No, non sapeva dove si trovasse la spada, adesso.
Chi ha la spada?
Non lo so. Non lo so, ripet a se stesso. Non conosco il suo nome. Nascose l'immagine della cameriera dal capelli rossi dietro al muro della propria volont.
 mia, si disse pi e pi volte. Questo ricordo mi appartiene.
Io lo possiedo! L'aveva seppellito in un luogo estremamente lontano e molto in profondit, come avrebbe potuto fare un usuraio intento a nascondere un tesoro d'incommensurabile valore.
La risata di Realgar lamb in modo nauseante gli orli dell'anima di Hauk. Come un minatore dal piccone appuntito, il mago
scavava e raschiava la mente di Hauk ed esaminava ogni ricordo a quella luce bianca e fredda.
Hauk percep l'odore del fumo nella sala comune della taverna.
Realgar rise di nuovo. La luce bianca scomparve, il suo residuo bagliore pulsava e fremeva. Fra un battito del cuore e quello successivo, schizz in alto come una colonna di fiamme. I venti di una tempesta cominciarono a ululare.
Hauk sent il sapore della birra in bocca, sent la bile salirgli in gola. Un lampo d'argento tagli il fumo. Vide gli occhi azzurri di Tyorl, divertiti e tolleranti delle follie del suo giovane amico.
Il suo pugnale dalla lama d'acciaio vibr nel centro esatto di un vassoio di legno. Il suono delle vibrazioni della lama divenne pi intenso, alto e ronzante, e Hauk lo percep. Il pavimento della cella trem come se un terremoto stesse scuotendo la pietra.
L'oscurit cal tutt'intorno come un compatto sipario di pietra, e Hauk, con il cuore che gli tremava, se ne lasci avvolgere, dicendosi che l'oscurit era una buona cosa. Nascondeva dei tesori.
La risata di Realgar divenne il rauco frastuono della sala comune della taverna. Hauk aveva trovato Tyorl nella propria mente e si era aggrappato all'immagine del suo amico. Egli riempiva la sua mente con tutti i ricordi degli anni, sia da ragazzo che da uomo fatto, durante i quali aveva conosciuto l'elfo.
Il sangue buss sulla pietra. Scorse sul pavimento di pietra butterato dalle ombre. Tyorl giaceva morto ai piedi di Hauk. Le dita dell'elfo si erano irrigidite nella morte, continuando a stringere la ferita mortale nel suo ventre.
Stormblade, con gli zaffiri che respiravano come la morbida luminosit del crepuscolo, pendeva dalla mano di Hauk, con il sangue che sfrigolava, scendendo lungo la lama.
Dov' la spada?
Hauk butt indietro la testa e, in preda al dolore e alla rabbia, ulul il suo diniego.
Mai, neppure per un momento, aveva consentito alla propria mente di ricordare la ragazza dalle trecce color rame e gli occhi di smeraldo. Adesso per lui non era pi una ragazza reale, concreta. Era soltanto un ricordo luminoso e vivido nella tenebra. Quel ricordo era suo, e lui si teneva aggrappato ad esso allo stesso modo in cui un uomo che sta per affogare si aggrappa all'ultima tavola scheggiata rimasta di una nave inghiottita dalla tempesta. Non aveva nient'altro.


Capitolo quattordicesimo.

Prima che la luna fosse tramontata, Stanach cominci a edificare il cairn di Piper. Tyorl, di guardia sulla sommit della collina, pens che il nano stava lavorando con ammirevole pazienza. C'erano pietre sparse un po' dappertutto sulla cresta della collina, e Stanach le utilizz per formare la base della tomba del mago.
Il nano non chiese nessun aiuto, ma non protest quando Tyorl chiese a Kelida di dargli il cambio e, invece di andarsi a riposare, pieg la schiena e si mise anche lui a trascinare pietre per il cairn. Nessuno dei due disse una sola parola all'altro, ognuno dei due era stanco e assorto nei propri pensieri. Quando infine la luce dell'alba cominci a trasformare il cielo scuro in un fresco e vellulato azzurro, la tomba era finita, e pronta ad accettare il corpo di Piper.
A questo punto Tyorl aveva preso alcune decisioni. Accett con gratitudine la fiasca d'acqua di Kelida, mand gi una robusta sorsata, e la pass a Stanach.
Kelida, aspetta, disse Tyorl, mentre la ragazza si allontanava da lui per riprendere la guardia.
Stanach, con la schiena addossata alla pila di pietre del cairn, si guard intorno. L'espressione del nano era fredda, e le sue grandi mani coperte dalle cicatrici della forgia si muovevano incessanti sopra l'ampia roccia piatta che aveva scelto come base per il cairn. E adesso?
Tyorl scelse con cura le parole.  giunto il momento di sapere quello che faremo, Stanach.
Io torner a Thorbardin.
Tyorl annu. Lo pensavo.
Tyorl cerc Lavim con lo sguardo e lo vide seduto a gambe incrociate accanto al corpo del mago. Si chiese cosa affascinasse a tal punto il kender da indurlo a rimanere volontariamente seduto a vegliare il morto.
Tyorl, disse Stanach, io andr a Thorbardin con
Stormblade. sorrise, ma non c'era alcuna traccia di umorismo nei suoi occhi neri. Se tu non verrai con me, mi far piacere portare i tuoi saluti ad Hauk. Se  ancora in vita.
Hai cantato questa canzone una volta di troppo, nano, sbott Tyorl.
Potrebbe essere vivo. Sei disposto a rischiare? Il nano indic con uno scatto della testa il cairn ancora vuoto che aspettava Piper in mezzo alle ombre del mattino. Questi affari li costruisci ancora con un certo impaccio. Migliorerai con la pratica.
Tu te la cavi piuttosto bene, replic Tyorl con freddezza. In effetti i tuoi amici non sembrano vivere molto a lungo, Stanach. Quanti cairn hai costruito, dal giorno in cui hai lasciato Thorbardin?
Kelida, immobile in silenzio fra i due, strinse la spalla di Tyorl. No, Tyorl, no.
Stanach alz la mano. C' gente che sta morendo per questa spada. E altri ancora moriranno per causa sua se non la riporter nel luogo a cui appartiene. Non  vero, Tyorl?
Tyorl non replic, per lunghi istanti. Stanach parlava in tutta sincerit, e l'elfo non l'avrebbe negato. Sollev lo sguardo su Kelida, sempre fra loro due. La luce del nuovo giorno scorreva come l'oro attraverso le sue folte trecce rosse, proiettando l'ombra del suo corpo davanti a lei. In quel momento, vestita del cuoio grigio del cacciatore che lui
le aveva trovato a Qualinost, con Stormblade al fianco, la ragazza spaventata che aveva conosciuto parve scomparire. Con il cuoio macchiato di fango, la mano appoggiata all'elsa della Stormblade, dava l'impressione che si sarebbe trovata come a casa propria nella compagnia dei ranger di Finn.
S, ma non sarebbe stato cos! La ragazza riusciva a malapena ad usare un pugnale e soltanto ieri aveva imparato a camminare con Stormblade al fianco senza inciamparci sopra ad ogni passo. No, non era affatto un ranger, non era una donna guerriera. Era una ragazza di fattoria diventata cameriera.
Tyorl scosse la testa e rapidamente si alz in piedi. Ti dico questo, Stanach: non so se Hauk sia vivo o morto, ma credo alla tua storia sulla spada. Stormblade non  pi sua. La lama dovrebbe essere portata a Thorbardin. Sent il sospiro di sollievo di Kelida, e lo vide riflesso nelle profondit degli occhi scuri di Stanach.
Tuttavia, per prima cosa andr in un altro luogo. Tronc la protesta del nano con un gesto rabbioso. La mia compagnia di ranger si trova nelle vicinanze. Non eri soltanto tu a sperare d'incontrare degli amici lungo il percorso, Stanach. Finn vorr sapere da me cosa mai  successo ad Hauk, e dovr riferirgli alcune cose per le quali mi aveva mandato a Lungo Crinale.
Rapidamente, con i particolari essenziali, Tyorl raccont a Stanach quello che lui e Hauk avevano scoperto a Lungo Crinale a proposito del piano di Verminaard di trasferire le sue basi di rifornimenti tra le montagne.
La comprensione di ci che stava ascoltando si agit come un'onda di dolore sul yolto di Stanach. Verminaard ha l'intenzione di attaccare Thorbardin?
Oh, si, replic Tyorl, asciutto. Credevi forse che le vostre preziose montagne sarebbero state al sicuro per sempre? Credevi che il flusso sanguinoso della guerra si sarebbe separato intorno ad esse come l'acqua intorno a un'isola?  molto probabile che le prime carovane dei rifornimenti siano gi in movimento intorno ai confini di Qualinesti. La stagione avanza, ed  probabile che Verminaard voglia avere le sue basi sul posto per colpire prima dell'inverno. Sarebbe una buona idea, non ti pare, se arrivassimo a quelle colline prima che vi piombi sopra un'orda di draconici? E prima che trovino anche noi coloro, chiunque siano, che hanno ucciso il mago?
Il sole, adesso al di sopra della linea degli alberi a oriente, riversava la sua luce sulla collina e tingeva di una luce dorata le pietre del cairn di Piper. Il nano si alz lentamente e cominci a discendere la collina senza rivolgere una sola parola a Tyorl n a Kelida.
Kelida guard Lavim il quale si tir in piedi e and incontro a Stanach. Gli occhi della ragazza erano addolorati e la sua espressione ammorbidita dalla piet. Ma quando guard Tyorl, il dolore era scomparso ed era rimasta la piet, e Tyorl prov la scomoda sensazione che questa fosse per lui.
 stato crudele da parte tua, Tyorl.
Cosa?
Quello che hai detto sul suo amico morente. D'un tratto lo lasci e discese correndo la collina.
Rimasto solo, Tyorl rabbrivid alla luce del sole.
Lo squittio acuto e stonato di un flauto s'innalz all'improvviso dai piedi della collina. Gi nella conca, Lavim lanci un gridolino di protesta quando Stanach gli strapp di mano il flauto di Piper.
Tyorl si lanci a grandi balzi gi per il pendio, dimentico di tutti i suoi dubbi e delle sue apprensioni. I draconici e gli assassini che si accanivano nella ricerca di spade toccate da un dio impallidivano a paragone dell'incubo di un kender con in mano un flauto incantato.
Il nano Brek si pass le grosse dita sul lato della faccia. Il tic accanto al suo occhio destro scatt di nuovo. Dov' Mica?
Ho visto le sue tracce su questo lato della strada. Torner. Chert spost nervosamente il peso del corpo da un piede all'altro e offr l'unica informazione a sua disposizione. Il mago  morto, annunci.
Il sole di mezzogiorno, fangoso e nauseante come il puzzo di qualcosa morto di recente e ridotto a una massa in putrefazione, rimbalzava come uno sciame di dardi luminosi dall'elmo e dalla cotta color rosso sangue di Chert, chiazzando di luce gli affioramenti rocciosi delle colline. La strada meridionale che conduceva a Lungo Crinale era soltanto un sottile nastro color marrone, vista da quelle basse colline rocciose; la foresta scura era un bordo fumoso le cui ombre si allungavano per raccogliersi intorno all'alta frana di roccia e detriti che assomigliava a un gigantesco cairn. Quello pi piccolo, il vero cairn, non era visibile a quella distanza. Dietro di loro, a oriente, le ampie, torreggianti vette dei Monti Kharolis si allungavano verso il cielo. Sotto quelle montagne si stendevano le Tane Profonde e la Patria.
Brek sput, e si chiese se sarebbe morto stroncato dalla luce, oppure dal pugnale dell'Araldo grigio, prima di riuscire a rivedere le tane. Lanci un'occhiata di traverso ad Agus, il paria. Aveva letto la sua sentenza di morte nelle luccicanti profondit del singolo occhio dell'Araldo Grigio, da quando, il giorno prima, il mago prediletto di Hornfel era scomparso.
E come fai a sapere che il mago  morto?
C' un cairn costruito di recente, laggi nella foresta, spieg Chert.
Per me non ci sar neppure quello, fu il silenzioso commento di Brek. Le mie ossa marciranno e si sgretoleranno al sole se non recuperer quella spada!
Lanci un'occhiata all'Araldo. Realgar non tollerava l'incompetenza, e non aveva la minima importanza per lui che Brek l'avesse sempre servito bene, e fedelmente, per i venti anni trascorsi.
Non me ne importa niente dei cairn! sbott, pi che mai rabbioso.
Si, ma qualcuno deve averlo costruito. Chi perderebbe mai il suo tempo per farlo, se non un amico? Ho riconosciuto le tracce di tre persone, o forse anche di quattro. Chert sogghign e si gratt la barba aggrovigliata con le mani coperte dalle cicatrici d'innumerevoli battaglie. "L'argento del guerriero", cos i Theiwar chiamavano le cicatrici guadagnate in battaglia. Chert ne era ricchissimo. E una di queste era certamente un nano.
Wulfen, che si teneva in disparte dai suoi compagni, se ne usc in una risata sorda e roca, che ricord a Brek il ringhio di una volpe.
S. Chi mai se non un amico? L'apprendista di Hammerfell. Sapresti dire da che parte si sono diretti?
Verso est. Si sono inoltrati fra le pendici delle colline.
Verso est, fra le pendici delle colline... l'apprendista di Hammerfell, sulla via di Thorbardin, a piedi e senza gli incantesimi del mago che lo proteggessero. Brek si rilass e sorrise.
La mano di Chert scivol sull'arco che portava a tracolla. Lo seguiamo?
No, disse Brek. Gli tagliamo la strada. Wulfen! Andiamo.
C' qualcosa che non va, con la sua testa, pens di nuovo Brek, mentre il nano magro risaliva la collina con lunghi balzi. Con occhi simili al ghiaccio coperto di fango, Wulfen sollev la testa e scoppi a ridere, un ululato lugubre e arcano. Aveva sentito l'odore della preda.
Quasi che l'ululato di Wulfen fosse stato un segnale, Mica raggiunse la cima della collina. Brek lo chiam e gli fece segno di accodarsi ai compagni.
L'Araldo, Agus da un occhio solo, non disse niente mentre seguiva i tre attraverso le colline.
Tyorl accolse con gioia il loro ritorno nella foresta. Fuori sulla collina, perfino quando gli si offriva un riparo, si era sentito esposto e vulnerabile. Respirava pi liberamente all'ombra e al
riparo del bosco. Le ondulazioni che avevano visto il giorno prima, ammorbidite da un sottile strato di terra e di foglie cadute, adesso erano ridotte a grigi e nudi affioramenti di pietra grigia, che sporgevano dal terreno arrivando spesso ad un'altezza che era met di quella dei pini. Il sentiero era soltanto una pista serpeggiante e irregolare che passava in mezzo alle pietre e alle radici nodose degli alberi.
La foresta, malgrado sembrasse far parte dei confini di
Qualinesti, era in effetti l'inizio di quello che Finn definiva il suo giro'. Il comandante dei ranger e la sua compagnia di trenta elfi e umani, andavano a caccia nella
stretta striscia di terra fra Qualinesti e i Monti Kharolis... e le loro migliori prede erano le pattuglie draconiche.
La Compagnia dell'Incubo di Finn aveva tormentato incessantemente i draconici sin da quando avevano insozzato le foreste con la loro presenza, come tanti micidiali predatori. Qualcuno nei villaggi e nelle citt remote li chiamava "custodi-del-confine". La gente offriva aiuto ai ranger tutte le volte che poteva. Talvolta era soltanto una pagnotta e un sorso d'acqua al pozzo. Talvolta l'aiuto arrivava sotto forma d'informazioni o, cosa ancora pi preziosa, del silenzio, quando una squadra di draconici passava di l alla ricerca del nemico che aveva attaccato ferocemente una sfortunata pattuglia dei soldati di Verminaard.
Proprio come nel Bosco degli Elfi, Tyorl si sentiva a casa propria in quei boschi di pietra. Fra un giorno o due, se non prima, avrebbe trovato Finn.
Oppure, pens, Finn avrebbe trovato lui.
Tyorl camminava davanti a loro, con una freccia pronta, incoccata nell'arco. Lanci un'occhiata dietro la propria spalla, colse l'ammiccare del riflesso del sole sull'orecchino d'argento del nano, e vide che Stanach si era portato in coda. Malgrado la vecchia spada di Stanach riposasse ancora dentro il suo fodero, Tyorl sapeva che era a facile portata della sua mano. Il nano non aveva fatto nessun commento alla sua idea di cercare la compagnia dei ranger, ma Tyorl supponeva che il fatto che Stanach fosse ancora con loro fosse un'accettazione pi che sufficiente. Stanach sarebbe stato dovunque andasse Stormblade e, malgrado la ragazza l'avesse rimproverato per quella che lei aveva definito un'osservazione crudele, Kelida aveva dovuto ammettere che l'idea di Tyorl era buona.
Tyorl corrug la fronte. Il flauto era appeso con una cinghia alla cintura di Stanach. Malgrado l'elfo avesse cercato di convincerlo a seppellire lo strumento insieme al mago, Stanach non aveva voluto saperne.
Ho seppellito Piper, aveva dichiarato Stanach, pi che mai cocciuto. Non seppellir la sua musica. Piper era il mago di
Hornfel. Dar a Hornfel il suo flauto.
Per quanto tutti loro sapevano, la musica di Piper non aveva mai fatto niente di malvagio. Ma il potenziale, il pericolo che ci accadesse, era reale. Stando a Stanach, il mago non soltanto aveva insediato nel flauto parecchi incantesimi, ma lo strumento possedeva una magia tutta sua.
Piper era solito dire che questo flauto ha un proprio cervello, aveva detto Stanach. Talvolta sceglieva da solo la propria canzone, e allora non aveva pi importanza ci che Piper voleva suonare. O per lo meno, a Piper piaceva dirlo...
Poi, il nano non aveva detto pi niente, si era limitato a infilare la cinghia del flauto nella sua cintura, facendo scorrere il palmo lungo il legno levigato.
Tyorl guard il kender che sgambettava accanto a Kelida tessendo qualche improbabile e sconclusionata storia. E ogni volta che Lavim sollevava lo sguardo su Kelida, l'attenzione di Tyorl si spostava su Stanach e sul flauto di legno di ciliegio. Tyorl sarebbe stato felice di perdere il kender per strada, tanto quanto il flauto, ma seppe, osservando il sorriso di Kelida, che la ragazza non avrebbe mai accettato una cosa del genere.
In quel momento non indugi a chiedersi come mai per lui avesse importanza ci che la ragazza voleva.
Le ombre presero ad allungarsi e la luce del sole cominciava a perdere il suo calore quando Tyorl fece cenno a Stanach di raggiungerlo. Kelida, la cui espressione non lasciava dubbi sul fatto che i muscoli le facevano male, cadde a sedere su un macigno coperto di licheni e riusc soltanto a esibire un pallido sorriso quando Stanach, passandole accanto, le appoggi la mano sulla spalla in un gesto d'incoraggiamento.
Lavim, senza essere stato invitato, e senza che la cosa
gl'importasse minimamente, segu Stanach.
Come mai ci fermiamo, Tyorl?
Tyorl fece scorrere il pollice lungo la corda del suo arco. Ci fermiamo per cacciare, Lavim. Ci fermiamo per accamparci.
Ma io non...
Niente discussioni, Lavim. C' una conca dietro a quelle rocce. Tyorl indic con il suo arco un intrico di alberi e di rocce che s'innalzava sulla loro sinistra. L troverai un
ruscello per l'acqua, e molto probabilmente anche la legna che
ti servir per accendere un fuoco. Lanci al kender la
propria borraccia, e fece segno a Stanach di fare lo stesso. Riempi queste borracce, Lavim, e poi cerca sterpi e legna.
Lavim corrug la fronte, il suo volto era un unico labirinto di rughe e di perplessit. Ma tu sai che di recente non ho fatto altro che preparare accampamenti! Come mai Stanach se ne va a cacciare, mentre io devo scuoiare le prede e trascinarmi dietro legna e sterpi? Si stacc la frombola dalla schiena e fece passare
lo sguardo dall'uno all'altro. Con la fulmineit tipica dei kender, Lavim ebbe un sorriso scaltro e impudente. Io sono un cacciatore dannatamente in gamba.
Nessuno lo mette in dubbio, kenderottolo. Poi Tyorl aggiunse, strascicando la voce: Dubito invece che tu riesca a tornare a casa con la cena, se qualche uccellino o cespuglio o nubola attirano la tua attenzione.
Lavim si adombr e stava per rimbeccarlo, quando Stanach alz una mano.
Non intendeva dire quello che ti  sembrato, Lavim. Lui voleva dire... Stanach esit. Tyorl aveva detto esattamente quello che intendeva. Tent un approccio diverso. Be', qualcuno deve pur rimanere qui con Kelida.
S. Ma...
Quel qualcuno sei tu. Non vorrai mica offendere i suoi sentimenti, vero?
No, ma non riesco a vedere come il fatto che io non rimanga qui possa...
Tyorl si stava agitando, sempre pi impaziente, ma Stanach gli fece segno di star zitto. Se Tyorl ed io rimanessimo, lei si convincerebbe di essere... be'... accudita. Forse penserebbe che non ci fidiamo della sua capacit di badare a se stessa.
Non vi fidate?
Se ne fosse capace, mi fiderei. Ma non pu farlo. Tu... puoi riuscirci meglio di noi. In questo sei bravissimo, Lavim.
Il kender s'impunt, cocciuto. Kelida sa come usare il suo pugnale. Gliel'ho insegnato io, e...
Ah,  cos veloce a imparare, non  vero? Immagino che fra poco prenderemo tutti lezioni da lei.
Lavim inspir a fondo, riempiendosi i polmoni, quindi esal tutta l'aria, in un sospiro che parve una burrasca. No, certo che no. Io non le ho ancora insegnato, fra le altre cose, il mio trucco del lancio doppio-guaio partendo da dietro le spalle. Ma, Sta- nach, io...
Ma che cosa, allora? Hai intenzione di lasciarla sola a preparare l'accampamento, sperando di ritrovarla qui quando faremo ritorno? A sua volta sospir con decisione. Immagino di essermi sbagliato su una cosa.
Lavim aveva l'espressione di qualcuno che sospetta che lo stiano prendendo per il naso, ma non riusc a resistere, e fece la domanda: Su cosa?
Avevo l'impressione che tu avessi preso Kelida sotto la tua protezione. Sai, le insegni a servirsi del pugnale, le racconti storie per tenerle la mente lontana dalla stanchezza e dalla paura... Stanach, con i suoi occhi scuri, grandi e innocenti come quelli d'un qualsiasi kender, scroll le spalle. Immagino di essermi sbagliato.
Tyorl si trattenne dal sorridere mentre Lavim, strascicando i calcagni e scalciando via i ciottoli, torn accanto a Kelida. Non avevo mai sentito prima d'oggi qualcuno che cercasse sul serio di ragionare con un kender. Certo, non ho mai sentito che funzionasse. dichiar Tyorl.
Stanach scroll le spalle. Lui vuole davvero bene a Kelida. Ho pensato di poter correre il rischio. Anche se non credo affatto che l'espediente funzioner tutte le volte. Indic con un pollice l'arco di Tyorl. Ora, suppongo che toccher a me stanare il fagiano?
A meno che tu non voglia dar la caccia a uno scoiattolo o due con la tua spada.
Stanach non disse niente, ma segu l'elfo in mezzo agli alberi.
Le stelle promettevano una giornata limpida. Le due lune, sia quella rossa che quella d'argento, cavalcavano alte nel cielo di mezzanotte, riversando il loro bagliore sulla foresta. Le ombre parevano fluttuare come fantasmi sul terreno.
Un giorno, si disse Lavim, vorrei anch'io essere in grado di andare in giro silenzioso come un fantasma. Si accovacci sulla sponda di un ruscello, e raccolse l'acqua gelida nel cavo della mano. Senza essere un fantasma, naturalmente. In ogni caso, ci sarebbero stati dei vantaggi.
Il chiarore delle lune si riflett su qualcosa appena sotto la superficie dell'acqua.
Lavim riaffond la mano nell'acqua e stacc via dal fondo del ruscello una pietra luccicante grande all'incirca quanto il suo
pugno. Rosso-bruno, con venature verdastre, il sasso parve scintillare alla fioca luce lunare. Chiazze bianche e gialle danzavano sulla superficie della pietra.
Assomigliano all'oro e ai diamanti! Be' era assai probabile che non fossero frammenti d'oro, e ancora meno di diamante. Doveva trattarsi senz'altro di qualcosa che soltanto gli gnomi e i nani erano in grado di riconoscere.
Lavim cacci la pietra dentro una delle sue borse. Si accoccol sui calcagni e segu con lo sguardo l'incresparsi della luce nell'acqua. Una volpe grigia abbai in mezzo al folto degli alberi, alle sue spalle. Un succiacapre lanci un grido stridente in alto nel cielo, al di l del tetto della foresta, e un coniglio si tuff dentro la sua tana, afferrato da un panico improvviso. Tutt'intorno al kender, le foglie frusciavano, smosse dall'incessante andirivieni delle creature della notte che scrutavano e venivano scrutate.
Perch mai, si chiese il kender, la gente dice sempre silenzioso come una foresta di notte'? Questo posto  rumoroso quanto e pi di una piazza del mercato nei giorni di fiera.
Lavim rise fra s in silenzio. S... di recente aveva preso l'abitudine di parlare fra s e s. Probabilmente perch sto diventando vecchio, pens. La gente dice sempre che i vecchi parlano fra s perch sanno di essere i soli in grado di darsi una buona risposta.
Lavim cerc una posizione meno scomoda e si riaccomod, cos da poter tener d'occhio la foresta e pensare, al chiarore delle due lune.
S, sto facendo proprio questo, pens ancora: sto pensando. Non sto parlando a me stesso, perch non sono poi cos vecchio. Sessant'anni non significa esser vecchi per davvero. S, forse i miei occhi non sono pi quelli che erano un tempo, ma sono pur sempre riuscito a salvare il giovane Stanach da tutti quei draconici!
Sorrise. Proprio cos. E, dal momento che stiamo parlando di Stanach...
Lavim sapeva, e lo ammise con una semplice e disinvolta scrollata di spalle, che quanto aveva fatto realmente durante tutto quel tempo (oltre che starsene a parlare con se stesso) era stato di cercare una buona risposta sul modo in cui mettere le mani sul flauto di Piper. Stanach l'aveva sempre tenuto accanto a s, e mai una sola volta l'aveva perso di vista, durante tutta la giornata.
Ma io voglio soltanto prenderlo a prestito per un minuto o due... si disse Lavim, per rassicurare se stesso. Posso capire, prosegu subito, perch il flauto  tanto importante per lui... Stanach quasi lo considera come se fosse Piper in persona, ed erano tanto buoni amici. Povero Stanach, doveva
sentirsi tremendamente solo senza Piper. Davvero, non vedeva
l'ora di rivederlo.  molto lontano da casa ed  probabile che avrebbe davvero apprezzato poter vedere una faccia amica. Anche se c' da pensare che debba esser felice per aver ritrovato la spada. Ora... cosa mai stavo dicendo? S, giusto. Il flauto. Stanach, dopo, sar davvero felice di scoprire, sempre che io prima riesca a metterci sopra le mani, di non averlo perso, ma che l'avevo soltanto preso in prestito.
Lavim alz lo sguardo sulle lune con un sogghigno. No, non aveva il minimo dubbio che sarebbe riuscito a metter le mani sul flauto. Ci volevano soltanto il momento e il posto giusti.
Lungo e leggero, di legno di ciliegio rosso e bruno, il flauto aveva ossessionato il kender sin da quando l'aveva visto la prima volta. Era riuscito a pigolare soltanto una nota o due, prima che Stanach glielo strappasse via dalle mani. Adesso, si chiedeva che genere d'incantesimo mai potesse vivere nel flauto di un mago. Forse un incantesimo che insegnava ai giovani le canzoni?
Lavim avvolse le braccia intorno alle ginocchia che aveva tirato su contro il petto. S, un incantesimo del genere che t'insegna le canzoni. Lui, di musica e del modo in cui si suonavano le canzoni non capiva niente, ma sapeva che, se mai fosse riuscito a mettere di nuovo le mani sul flauto di Piper, la cosa sarebbe cambiata.
Il kender si alz in piedi con movimenti rigidi. Il suolo era freddo, e non aveva ancora catturato niente che fosse possibile mettere sotto i denti. Era praticamente l'unica cosa che gli lasciavano fare, oltre a preparare l'accampamento, trovare la legna, riempire le borracce, e levare le tende.
Scivol in mezzo alle ombre, continuando a pensare ai flauti incantati, ai conigli, e al brodo caldo fatto con quello che era rimasto del fagiano.
Il fumo che saliva fino alla sommit dell'altura sapeva ancora del dolce sapore del fagiano arrostito. Stanach abbass lo sguardo sul campo e si chiese quanto dormissero i kender. Lavim non era visibile da nessuna parte. Kelida dormiva vicino al fuoco. Tyorl, con la schiena contro un biancospino, si era addormentato con la testa appoggiata alle ginocchia sollevate.
Ma non per molto, pens Stanach, mentre cominciava a scendere
il pendio roccioso. Tyorl avrebbe gi dovuto cominciare il suo turno di guardia, e il nano non aveva intenzione di aspettare ancora a lungo perch si svegliasse. Stanach bramava soltanto il calore del fuoco per qualche istante, e poi un posto per dormire che non fosse troppo pietroso. Il fuoco proiettava le ombre contro gli alberi, dando l'impressione che ondeggiassero a un vento silenzioso. Stanach colse un luccichio del fuoco sull'acciaio e vide Stormblade sotto la mano protesa all'infuori di Kelida. I lacci del fodero erano sciolti, e la lama era scivolata mezza fuori dalla guaina. Stanach s'inginocchi per rinfoderare la spada.
Il palmo della sua mano tocc il punto ruvido sul solco. Stava appunto levigando quell'argento quando la Spada da Re era stata rubata, quando le pareti della fucina si erano infrante davanti ai suoi occhi. Il fuoco era esploso dentro la sua testa e aveva sentito il sangue scorrergli gi per il collo, prima che l'oscurit inghiottisse il mondo e lui crollasse, privo di sensi, sul pavimento.
Una luce rossa, che non era il riflesso del fuoco, pulsava in quell'acciaio. Stanach fece scivolare Stormblade fuori dal fodero talmente in silenzio che il respiro di Kelida non ebbe il minimo trasalimento. Il nano si alz lentamente in piedi e si allontan. Teneva Stormblade appoggiata sui palmi di entrambe le mani.
Kyan Red-axe era morto per quella spada. E anche Piper.
Gli uomini di Realgar avrebbero cercato il mago. Avrebbero visto il cairn. Non avrebbe dovuto costruirlo, pens. No, presto
o tardi i Theiwar avrebbero finito per trovare il corpo di Piper. Grazie alle cornacchie mangiacarogne. Stanach rabbrivid.
Fai quello che devi fare. Era l'ultima cosa che Piper gli aveva detto.
Lo sto facendo, pens Stanach.
Era quello che aveva progettato di fare fin dal primo momento. Trovare Piper, impadronirsi della spada, e tornare da Hornfel.
Adesso, prendendo la spada, avrebbe abbandonato i compagni alla loro morte, se i Theiwar li avessero raggiunti.
Stanach abbass lo sguardo su Kelida. Il suo cuore era cos facile da leggersi! Si chiese quando mai si sarebbe resa conto di essersi innamorata di quel ranger mezzo sbronzo che le aveva offerto la spada.
Quando sapr che lui  morto gli bisbigli la voce della sua mente. Lo sapr quando verr finalmente a sapere che  morto.
Stanach guard la Spada da Re che reggeva sulle mani. Sarebbe stato felice di prendere la spada quella prima notte a Qualinesti. Sarebbe stato lieto di aver lasciato lei, Tyorl e Lavim nella foresta tornando tutto solo a Thorbardin. Poich non aveva potuto farlo quella prima notte, aveva fatto la miglior cosa possibile dopo quella: aveva dato a Kelida una ragione per portare Stormblade a Thorbardin. Le aveva offerto un uomo morto da amare.
Mi spiace, aveva detto Kelida, quando si era seduta l a piangere la morte di Piper. Era rimasta con lui molto a lungo, con la mano calda nella sua, in silenzio, dicendogli che almeno in quel momento non era solo. Il conforto che gli aveva offerto era stato semplice, come quello che avrebbe potuto offrirgli una congiunta, la silenziosa comprensione di una sorella.
Pur sapendo che adesso avrebbe potuto andarsene, inoltrarsi nella foresta con la Spada da Re, sperando di poter guadagnare tempo lasciando quei tre ai Theiwar, Stanach s'inginocchi e torn a infilare Stormblade nel fodero.
S, pens Stanach, tu capisci, non  vero? Tu hai perso parenti e amici. Tu capisci, lyt chwaer, piccola sorella.
Leg i lacci, due cinghie di cuoio su ciascun lato del fodero, e in silenzio si alz per andare a svegliare Tyorl.


Capitolo quindicesimo.

Finn osserv il riflesso della luce dell'alba sul suo pugnale mentre tagliava la gola al draconico. Tir indietro la mano di scatto, facendo scivolar fuori la lama dalle carni scagliose della creatura prima che l'acciaio finisse intrappolato nella morsa del corpo trasformato da carne in pietra. Il suo stomaco si contrasse per il disgusto, come accadeva ogni volta. Odiava quelle creature bastarde quand'erano vive; le detestava da morte. Quelli della loro razza avevano ucciso sua moglie e assassinato suo figlio. Non sarebbe mai riuscito a ucciderne abbastanza.
I fetori della battaglia, del sangue e del fuoco riempivano la piccola radura. Levandosi alti nella fresca brezza del mattino, il fumo che si sprigionava dai carri dei rifornimenti bruciati turbinava intorno alle cime dei pini svettanti per poi scivolar gi verso il vicino fiume, dove, afferrato dalla corrente d'aria sopra l'acqua, finiva per essere riportato sulla radura in cui la pattuglia dei draconici e i tre carri carichi di rifornimenti erano stati sorpresi da Finn e dai suoi ranger appena prima dell'alba.
Prima dell'alba... riflett Finn, e appena in tempo per riempire il loro sonno con gli ultimi incubi che avrebbero avuto.
Forte di trenta unit, la compagnia dei ranger non aveva perduto un solo uomo, anche se qualcuno era rimasto ferito. Finn esib un gelido sorriso di soddisfazione e si guard intorno, cercando Lehr. Con i capelli scuri e villosi che si agitavano pigramente alla debole brezza, Lehr si accorse del muto richiamo
del comandante dei ranger e attravers di corsa la radura, aggirando al piccolo trotto i carri carbonizzati irti di frecce, e saltando agilmente i corpi che si stavano trasformando da pietra in polvere.
Qualche segno che ce ne siano altri?
Lehr scosse la testa. Soltanto questi, Signore. Sono salito fino al crinale. Da lass si pu spaziare con lo sguardo per molte miglia intorno. Salvo le cornacchie, non c' niente che si muova, e quelle si stanno soltanto chiedendo quando ce ne andremo, cos da poter fare colazione.
Gli occhi di Lehr s'illuminarono d'un cupo umorismo. Poveri uccellini, comment. Qui non troveranno niente da beccare, salvo quello che  rimasto della cena di ieri sera dei draconici. A meno che non vogliano cibarsi di pietra e polvere.
Finn grugn. Insedia il campo vicino al fiume, Lehr. Quando tuo fratello avr finito con il suo lavoro, venite qui da me tutti e due.
S, Signore? Era un invito a dargli altre spiegazioni, ma, quando Finn non l'accett, Lehr scroll le spalle e and a cercare suo fratello. Finn non spiegava spesso le sue motivazioni, n Lehr si aspettava, quasi sempre, che lo facesse, anche se di tanto in tanto cercava di farsi dare una spiegazione.
Trov Kembal gi intento a curare i feriti pi gravi, e gli comunic le parole di Finn. Qualcosa bolle in pentola, Kem. Cosa ne pensi?
Kembal, insieme guaritore e ranger, alz lo sguardo su suo fratello con espressione pacata. Non lo so, ma scommetto che ha qualcosa a che fare con le tracce che hai trovato ieri. Kembal estrasse la freccia dalla gamba di un uomo con mano delicata. L'uomo sussult. Il suo volto impallid, poi s'impietr in un'espressione di cupa rassegnazione quando il sangue cominci a sgorgare dalla sua ferita. Sapeva, almeno quanto Kembal, che spesso le frecce draconiche erano avvelenate. Adesso, quello scorrere del sangue fuori dal suo corpo era una purificazione, e, malgrado non gli piacesse affatto vederlo, lo accettava. Kem lavor in fretta per ripulire la ferita e non sollev gli occhi quando suo fratello si allontan.
Entrambi sapevano che Finn non aveva affatto apprezzato la sorpresa d'imbattersi in una pattuglia draconica intenta a scortare un convoglio di rifornimenti. Sapevano anche che, malgrado il comandante dei ranger avesse inviato Tyorl e Hauk a Lungo Crinale per scoprire, appunto, notizie come quella sui movimenti di
Verminaard fra le pendici delle colline, i due non avevano pi fatto ritorno dalla citt.
Lehr riteneva che le tracce da lui viste in precedenza fossero di Tyorl. Kembal si aspettava che Finn fosse d'accordo. Bend la ferita, poi si alz per passare al successivo ferito in attesa delle sue cure. Supponeva che Finn avrebbe approfittato di questo tempo per dare un po' di respiro ai suoi uomini, percorrendo a ritroso la pista per accertarsi che le tracce viste da Lehr fossero davvero di Tyorl.
Ma cosa mai ci faceva l'elfo insieme a un gruppo tanto disparato come quello indicato dalle tracce? Un nano, un kender, e un elfo... o un umano dal piede leggero?
E, si chiese ancora Kem, dov'era Hauk?
Il tardo sole del pomeriggio, bizzarramente caldo come talvolta lo era in autunno, spiccava come fonte chiazze bianche sugli affioramenti rocciosi. Vecchie foglie imbrunite frusciavano sulle rocce, smosse dalla lieve, gelida brezza. Stanach si asciug il sudore dalla fronte con il palmo della mano e si lasci cadere su un ginocchio sul sentiero attraversato dalle ombre. Qualcuno era passato su quel sentiero non molto tempo prima. Il nano sollev
lo sguardo su Tyorl che aspettava, in piedi, accanto a lui.
I tuoi ranger?
Tyorl scosse la testa. Indic una roccia segnata da uno sfregio bianco lungo il sentiero. La pietra era stata raschiata dall'acciaio. Nessun ranger della compagnia di Finn porta stivali con puntali d'acciaio. E guarda quell'impronta di un piede, laggi.
Su un lato del sentiero, il muschio ancora fresco e umido, all'ombra di un alto larice, conservava un'impronta ben formata. Non essendo un nano dei boschi, Stanach scosse la testa, corrugando la fronte.
L'ha lasciata un nano, spieg Tyorl, paziente. Non vedi?  di dimensioni quasi uguali alle tue.
Stanach chiuse gli occhi, pensando al cairn di Piper che coronava la cima della collina a un giorno e mezzo di viaggio da l attraverso la foresta. I Theiwar dovevano averlo visto, trovando la loro pista. Non sarebbe stato difficile indovinare dov'erano diretti adesso i quattro compagni. Gli uomini di Realgar.
 probabile. Tyorl risal in silenzio il sentiero con gli occhi sul terreno, e fu di ritorno dopo pochi istanti. Hanno puntato verso il fiume. Sembra che siano passati di qua all'alba.
Il sentiero, cos com'era, conduceva all'unico guado entro un giorno di viaggio. L'altro guado pi vicino si trovava dieci miglia a sud. Stanach si rialz infine in piedi e si tir la barba con fare distratto. Maledizione! esclam. Intendono tagliarci fuori!
Dov' il kender?
Insieme a Kelida. Perch?
Voglio attraversare il fiume quest'oggi. Voglio esser sicuro che questi maghi assassini non ci stiano aspettando al guado. Tu hai un polso saldo con la spada, Stanach. L'elfo si sfil l'arco da tracolla. Rapidamente lo tese ed estrasse una freccia dalla faretra. Nel migliore dei casi saremo tre contro quattro, e avremo Kelida da proteggere. Non sar facile. La spada la contrassegna come il loro obiettivo principale. Pensi di riuscire a convincere Lavim a rimanere con lei un'altra volta, mentre esploriamo il terreno?
Non ci proverei neppure. Non preoccuparti, comunque. Sta parlando con Kelida. Rimarr occupato per qualche minuto. Controlliamo il guado finch possiamo.
Tyorl, esitante, lanci un'occhiata alle proprie spalle lungo il sentiero. La curva del sentiero nascondeva il punto in cui Kelida e Lavim si erano fermati. La ragazza, per nulla abituata a camminare e ad arrampicarsi per tutta la giornata, non si era lamentata una sola volta ma, saggiamente, approfittava di ogni possibilit che le si presentava per riposarsi. Lavim, che non era mai stato il tipo capace di mollare il proprio pubblico, si era tenuto al passo con lei.
Il bagliore del sole luccic come l'oro tra i capelli di Tyorl, quando vi pass in mezzo le dita. Stanach osserv l'elfo mentre questi valutava il da farsi.
L'argentina risata di Kelida aleggi fino a loro sulla gelida brezza. I toni profondi di Lavim fecero da contrappunto alla sua voce leggera.
Tyorl e Stanach si allontanarono lungo il sentiero. Il rumore dei loro passi lungo la salita echeggiava forte nell'immobilit della foresta. Dieci passi pi indietro da dove avevano trovato le tracce, il sentiero piegava ad est, finendo per restringersi al punto che non poterono pi camminare fianco a fianco.
Adesso il sentiero saliva ripido. Il terriccio scuro era rimasto appiccicato alle pietre rovesciate che costellavano il pendio. Sopra qualcuna di queste pietre c'erano tracce di muschio, altre l'avevano sui lati, e in molti punti quel fitto manto verde era raschiato e rigato da solchi. Andavano di fretta, comment Tyorl, se non si sono preoccupati di nascondere le loro tracce. E
sono penetrati nel sentiero l, nel punto in cui le tracce compaiono la prima volta. Lanci un'occhiata dietro le spalle. Non avremmo dovuto lasciarla sola.
La brezza crebbe d'intensit, e le ombre che si stendevano attraverso il sentiero ondeggiarono e danzarono. Stanach tese le orecchie, cercando di udire il suono della voce di Kelida, ma invano. Ud soltanto il raschiare delle foglie rinsecchite contro le pietre. S, credo che tu abbia ragione. Torna indietro. Se Lavim  ancora l, mandalo avanti e digli di raggiungermi.
Tyorl corrug la fronte e Stanach, cogliendo il suo dubbio, sbuff. Non sono un ranger, Tyorl, ma non sono neppure cieco. Indic con un cenno del capo le tracce che continuavano lungo il sentiero. Queste posso seguirle, e so fare silenzio quanto basta, quando devo.
Non c'era bisogno che lo dicesse. L'arco dell'elfo avrebbe potuto difendere Kelida meglio di una singola spada. Tyorl annu. Da qui in poi, esci dal sentiero, Stanach. Costeggialo da dentro
il bosco, mantenendolo sempre in vista. Se ci stanno aspettando pi avanti, avranno senz'altro appostato qualcuno qui intorno, poco pi oltre. Se vedi qualcuno acquattato nel folto, torna qui al pi presto e in silenzio. Forse riusciremo a sorprenderli.
E se non riuscissimo?
Tyorl scroll le spalle. Cercheremo di attraversare il fiume in un punto diverso. Ma non voglio vivere sotto l'assillo di veder spuntare un'altra volta davanti a noi questi uccisori di maghi.
Vai, allora. Io torno indietro.
Stanach lo guard allontanarsi. Il nano avanz con la maggior cautela possibile attraverso il frusciante sottobosco i cui rami sottili gli artigliavano la barba e gli graffiavano la faccia e le mani. Prosegu per una dozzina di passi, su un percorso parallelo al sentiero, poi fu costretto a fermarsi da un imponente affioramento di pietra. Aggirarlo o scalarlo? si chiese, fissando l'ostacolo. La roccia era dura e antica, ruvida e piena di facili appigli. Stanach, che per troppo tempo aveva visto soltanto la foresta, sogghign. Decise di scalarlo.
Pass con attenzione una mano sulla pietra, saggiandola, alla ricerca di appigli per le mani e per i piedi. Li trov. Prese ad arrampicarsi rapidamente, raggiungendo in pochi momenti la cresta dell'affioramento. Un giovane pino ardimentoso se ne stava abbarbicato in cima alle rocce con pochi cespugli striminziti a fargli compagnia. A parte questi, la pietra era grigia e spoglia. Rannicchiandosi basso, Stanach si tenne sul versante nord del tronco del pino. Cos nascosto, vide il sentiero vuoto sottostante. Non c'erano sentinelle.
Diversi metri oltre l'affioramento, il sentiero girava di nuovo a destra, passando subito sotto la roccia dove Stanach era rannicchiato, per poi scendere bruscamente. Stanach si spost con cautela per poter vedere meglio.
Qui gli alberi cessavano all'improvviso, mentre il sentiero scendeva serpeggiando fino a un fiume che scorreva in fondo alla valle sassosa. Il fiume stesso era uno stretto nastro d'argento, il guado si trovava all'estremit del sentiero,' circondato da ciuffi di canne brune l dove l'acqua era bassa. Non c'era alcun segno che chiunque avesse risalito il sentiero prima di loro si fosse attardato nella valle.
In alto nel cielo un falco si mise a girare in cerchio sopra la valle e scivol gi sull'ala del vento in lunghe e pigre spirali alla ricerca di una preda. La superficie dell'acqua increspata dal vento si divise quando una spigola balz in alto, un lampo d'argento nel sole. Prima che il pesce avesse raggiunto il punto pi alto del suo arco, il falco si era tuffato in picchiata e l'aveva afferrato con un grido di trionfo.
S, ecco la cena per te, pens Stanach, ed  probabile che tu ne abbia lasciato qualcuno per noi.
La valle era vuota, il fiume pieno di pesce, e il guado sarebbe stato facile. Sorridendo si alz e si gir.
Si trov faccia a faccia con il Theiwar da un occhio solo conosciuto a Thorbardin come l'Araldo Grigio.
Una gelida paura gli riemp lo stomaco. Intrappolato! Gi mentre capiva questo, Stanach abbass d'istinto la spalla destra e sguain la spada dal fodero che aveva a tracolla. L'acuto gemito cantilenante dell'acciaio che fendeva l'aria venne coperto dalla risata dura e gracchiante dell'Araldo Grigio. Stanach, temendo di essere gi sconfitto, seppe che questa era la verit quando il poderoso colpo da lui sferrato stringendo l'elsa con le due mani rimbalz a pochi pollici dal collo di Agus. L'aria intorno al mago avvamp scarlatta, vomitando grosse scintille roventi, e le braccia di Stanach furono attraversate da un'insopportabile fitta di dolore fino alle spalle, come se avesse colpito il fianco d'una montagna.
Agus, sempre ridendo, alz la mano destra, accarezzando l'aria. Bisbigli una parola, poi un'altra, e l'aria piena di sole intorno a Stanach divenne fredda come una notte d'inverno. Il cielo, un istante prima ancora azzurro, divenne plumbeo, riverberando paura e disperazione. Come se una mano gigantesca l'avesse colpito
da dietro, Stanach croll in ginocchio. Sent vagamente lo sferragliare della sua spada sulla pietra e vide Agus tendere la mano verso la lama e raccoglierla.
Stanach cerc affannosamente l'aria per respirare. Non ce n'era proprio. Era come se l'incantesimo dell'Araldo Grigio avesse risucchiato tutta l'aria dai suoi polmoni.
 cos, il pensiero folgor Stanach, che hanno preso Piper... Catturato in un'imboscata da un mago dei Theiwar.
Pensando a Piper, ricord di avere appeso alla cintura il flauto del suo amico. Malgrado Piper gli avesse infuso parecchi incantesimi, malgrado il flauto possedesse una propria magia innata, era del tutto inutile per Stanach, che non era versato nella magia. Il nano si rese subito conto che sarebbe stato uno strumento potente nelle mani dell'Araldo Grigio. Il Theiwar certamente ne avrebbe imparato a fondo l'uso, se avesse avuto il tempo di esaminarlo. Fingendo di lottare per cercare di muoversi, Stanach slacci il flauto dalla cintura e lo spinse rapidamente e con forza dentro una fessura del macigno.
Agus alz di nuovo le mani, e adesso Stanach sapeva quali erano i gesti che stava compiendo. Le parole che pronunci, soltanto tre, pur stranamente gentili, non furono affatto consolanti per Stanach. Erano le parole di un incantesimo di trasporto.
Agus abbass la mano, tocc la testa di Stanach, e lo fiss negli occhi sorridendo. Afferrato dalle familiari distorsioni e dagli avvinghiamenti di un incantesimo di trasporto, Stanach si pieg in due mentre le sue braccia e le sue gambe si svuotavano di ogni sensazione, e ogni sensazione fuggiva dal suo cuore e dalla sua mente.
Lavim era appollaiato su un macigno, appena fuori del sentiero, da cui poteva vedere la pista in entrambe le direzioni. Teneva la frombola a portata di mano, sulle ginocchia, e tra i suoi piedi giaceva una grande borsa di cuoio piena di proiettili, che andavano dai ciottoli lisci alle pietre dalla superficie scabra, grosse come pugni. Il kender esamin le pietre una aduna, allo stesso modo in cui un arciere avrebbe potuto controllare le sue frecce. Infine, raccolse una pietra bruno-rossastra e verde, chiazzata da frammenti luccicanti di pirite gialla e di calcite bianca, per farla vedere a Kelida.
Questa pietra, dichiar Lavim, osservando i riflessi del sole sulla pirite e sulla calcite, ha ucciso un goblin a cento passi di distanza.
Kelida lo fiss dubbiosa. Cento, Lavim?
Il vecchio kender annu quasi distrattamente, come se la sua veridicit non fosse stata messa in questione. Forse centodieci. Non ho avuto il tempo di contarli, capisci.
Ma sei andato a riprenderti la pietra, dopo che aveva ucciso
il goblin?
Oh, s.  una buona pietra. L'ho con me da moltissimo tempo. Era di mio padre, che l'aveva avuta dal suo.
Kelida inghiott un sorriso. Una specie di cimelio di famiglia, a quanto pare?
Lavim ricacci la pietra dentro la borsa. N io l'ho mai considerata tale... ma s, suppongo che lo sia.
L'immagine di due generazioni di kender che andavano doverosamente a recuperare quella pietra tutte le volte che volava via da una frombola era troppo assurda anche soltanto per prenderla in considerazione. Anche se Kelida nascondeva il suo sorriso dietro la mano, Lavim lo lesse nei suoi occhi verdi.
Cosa c' di tanto divertente in quello che ho detto, Kelida?
Oh, non sto ridendo, no davvero. Sto... sto sorridendo perch  bello che tu abbia qualcosa che ti ricorda tuo padre e tuo nonno.
Kelida serr le gambe contro il petto e appoggi il mento sulle ginocchia. Osserv il kender che continuava l'ispezione delle sue armi. La fioca luce del sole scivolava come l'argento sopra la sua lunga treccia bianca. Nel suo volto rugoso, scurito dalle intemperie, i suoi occhi verdi luccicavano come foglie di primavera alla luce del giorno.
Stavo giusto pensando che io non ho nulla che mi permetta di ricordare la mia famiglia, neanche una pietra portafortuna.
Lavim sollev lo sguardo. Oh, ce ne sono in abbondanza a Khur. Ci sei mai stata?  l che sono nato.  una bella contrada, tutta colline e montagne. Ci sono anche delle belle vallate. Dovresti visitarlo una volta tanto, Kelida. Vorrei tornarci anch'io. Ho sempre avuto intenzione di farlo, ma... non so, c' qualcosa che mi tira sempre nella direzione opposta. Come questa Stormblade, anche se... che io sia dannato, se riesco a capire esattamente cosa sia.
Tu, non hai fatto sempre la cameriera, non  vero? Un tempo abitavi in una fattoria, insieme alla tua famiglia, giusto? Prima che il drago... uh, gi, prima di fare la cameriera. Bene, se ti piace l'agricoltura, ti innamorerai delle valli di Khur. Sar felice di condurtici. In questo modo potr tornarci anch'io, almeno per
un po'. Dopo che ci saremo presi cura della Stormblade. Tacque per qualche istante, poi riprese: Senti, non pensi che questo Hauk possa voler venire anche lui a Khur, eh?
Kelida osserv il bagliore del sole riflettersi sulla pietra. Perch dovrebbe?
Be', se tu andassi l, potrebbe volerci venire anche lui.  probabile che sappia che tu stai andando a Thorbardin per salvarlo, ed  probabile che te ne sar grato. Mi chiedo, l'avranno rinchiuso in una prigione o in una segreta? Le prigioni vanno anche bene, immagino, per un periodo limitato. Il cibo di solito  cattivissimo, ma arriva regolarmente.
Le segrete? Non  che mi piacciano molto. Il cibo non  molto peggiore, ma non lo vedi altrettanto spesso. E dopo un po', la gente che ti ha messo l dentro tende a dimenticarsi di te.
Sai, Thorbardin  un posto davvero grande. Non una citt soltanto, ma sei. Sono tutte in qualche modo collegate... forse con dei ponti. Ed  costruita proprio dentro la montagna. Riesci a immaginarlo?
Ci sono anche giardini. Lo sapevi? Ma se sono dentro la montagna, come fanno a ricevere la luce del sole? Come fanno a ricevere la pioggia? Be', suppongo che potrebbero raccogliere la pioggia e annaffiare i loro giardini, ma sarebbe un gran lavoro, non ti pare? Anche se lo facessero, voglio dire, se annaffiano i loro giardini, questo ancora non risolve il problema della luce del sole. Quella non la puoi trasportare in un secchio.
Lavim continu con le sue divagazioni. Kelida lo ascoltava soltanto a met. I suoi pensieri andavano alle segrete e alle prigioni, e si chiedeva se Hauk sapesse davvero che qualcuno stava arrivando a soccorrerlo. Doveva saperlo, doveva sapere che Tyorl lo stava cercando. Fece scorrere la mano lungo il piatto della Spada da Re celato dentro il fodero. Doveva sapere che la sua prigionia era causata da quella spada.
Certo, se bisogna trasportare la luce del sole dentro a dei secchi, questi dovrebbero avere un buon coperchio, non ti pare?
Se  vivo, pens Kelida, Hauk deve saperlo. Possibile che sia ancora vivo? Sono passati sei giorni da quella notte in cui  uscito fuori da Tenny's. Pens a Piper, il mago, e al cairn sulla collina nella foresta, e agli occhi di Stanach quando parlava della morte del suo congiunto. Chiuse gli occhi e appoggi la fronte sulle ginocchia tirate su contro il petto.
Cerc di rievocare la voce di Hauk. Di ritrovare in essa quella piccola breccia che rivelava la gentilezza dietro al ruggito dell'orco. S'immagin che, se fosse sempre riuscita a sentire la sua voce nella memoria, lui sarebbe stato ancora in vita. Se fosse sempre riuscita a rivedere i suoi occhi mentre deponeva la spada ai suoi Diedi, non sarebbe morto.
Aveva creato, dai brevi istanti che aveva trascorso a parlare con lui, un'immagine di ardimento e di cortesia, e non ricordava pi che durante i momenti realmente vissuti l da Tenny's, aveva avuto paura di lui.
... e dovranno essere secchi scuri, forse anche rivestiti di piombo o di qualcos'altro del genere, in modo che la luce del sole non continui a colar fuori. Uhmmm... Mi chiedo se ci hanno pensato, a questo.
Kelida chiuse le dita intorno alla spada, sempre l nel fodero. Spada da Re, l'aveva chiamata Stanach. Stormblade. Per Kelida sarebbe stata sempre la spada di un uomo che aveva rischiato la sua vita per una scommessa, e poi aveva giocato la propria vita per proteggere lei. I cespugli frusciarono, una pietra ruzzol lungo il sentiero, e Lavim balz rapidamente dal posatoio di roccia affondando le mani nella borsa, per afferrare alcune pietre. Kelida si guard intorno, e vide Tyorl in piedi accanto a lei. Si mosse, per alzarsi anche lei in piedi, ma l'elfo le fece cenno di star seduta.
Lavim, disse al kender, risali il sentiero e raggiungi Stanach, se non ti spiace.
Il kender si rimise la frombola a tracolla. Ma certo, Tyorl. Cosa sta succedendo?
Niente. Vai a cercare Stanach, e non vagolare qua e l.
Sogghignando allegramente, il kender si allontan a grandi passi lungo il sentiero, con lo zaino e le borse che sobbalzavano.
La luce del sole nei...? Tyorl si gratt la mandibola. E perch mai?
Oh, per i giardini. Dice che ci sono tanti giardini a Thorbardin... Ci sono davvero?
L'elfo scroll le spalle. Davvero non lo so. La citt si trova dentro la montagna, perci non vedo come potrebbero esserci giardini. I discorsi dei kender sono per met sogno e per met immaginazione.
Kelida fiss in silenzio, per un lungo momento, Tyorl che stava passando il pollice lungo la corda dell'arco. Dov' Stanach?
In fondo al sentiero. Tyorl scroll di nuovo le spalle. Ad esplorare.
Non dovremmo raggiungerlo?
Tyorl aguzz gli occhi in mezzo alle ombre. Malgrado non
avesse sentito niente, se non il vento che soffiava tra gli alberi, scosse la testa.
Fra un momento.  una lunga arrampicata su per il sentiero. Possiamo aspettare qui ancora un po'.
Kelida annu e rimase silenziosa, osservando le ombre che s'intrecciavano sul sentiero. Tyorl contempl la luce del sole che sembrava scorrere tra i suoi capelli come una manciata di fili dorati.
Vedi, si disse Lavim, quei secchi potrebbero funzionare, ma potrebbero anche non funzionare. Ma non si pu mai dire finch non ci si prova, giusto?
Il vento sospirava tra le cime degli alberi, e Lavim sal di corsa il sentiero.
Giusto, pens ancora. Naturalmente, se hanno giardini, a Thorbardin, allora devono aver trovato una soluzione per la luce.
Lavim aveva deciso che non si sarebbe pi preoccupato di quella sua nuova abitudine di parlare con se stesso. Inoltre, questo gli piaceva quasi quanto parlare con qualcun altro. Tanto per cominciare, non interrompeva mai se stesso. Inoltre, pareva che Stanach e Tyorl non fossero felici se non gl'interrompevano a ogni momento le frasi a met. Talvolta, Kelida lo ascoltava senza interromperlo.
Ma nell'insieme, lui cominciava davvero a godersi quelle conversazioni con se stesso. Dava e riceveva delle buone risposte.
Lasci il sentiero in cui gli arbusti spezzati e il sottobosco calpestato gli indicavano la pista seguita da Stanach.
Proprio degno di un nano! Aprire un sentiero ampio un miglio, in modo che tutti potessero vedere da che parte era andato. Non sono affatto in gamba nei boschi i nani, non  vero?
Un affioramento roccioso s'innalzava alto e grigio davanti a lui. Lavim sogghign. Scommetto che  andato da questa parte. Perch mai non ha continuato a seguire il sentiero? Oh, be',
glielo chieder quando l'avr trovato.
Si aggrapp agli appigli con le mani e i piedi e cominci a scalare la roccia. Oh, s, Stanach era stato l. I licheni abbarbicati alla roccia erano stropicciati e lacerati. Lavim scosse la testa. Tanto valeva che Stanach avesse dipinto una bella scritta in rosso: Sono passato di qua.
La luce del sole ammicc su qualcosa di liscio e rosso-bruno, l dove giaceva in una stretta fessura nella pietra. Lavim allung la mano in direzione di quel luccichio, e corrug la fronte quando prese su il flauto di Piper.
Lavim tir un lungo respiro ed esal l'aria con un fischio sommesso. Il flauto di Piper! Che scoperta!
Port il flauto alle labbra, pronto a realizzare all'istante il suo proposito di constatare se il flauto poteva insegnargli delle canzoni. Prov una nota, poi l'altra, prima di poter tirare un altro respiro, fu interrotto da un pensiero improvviso.
Ora, pens, perch mai Stanach avrebbe dovuto abbandonarlo
quass? Il nano era sempre molto prudente e non lasciava le cose in giro... d'una prudenza quasi fastidiosa. E qui c'era il flauto di Piper, buttato via, cos.
Il kender sfreg i pollici lungo il liscio legno di ciliegio, poi sollev il flauto alla luce del sole, osservando i luccichii rossi e bruni nello spessore del legno. Il nano l'aveva forse lasciato cadere per sbaglio?
Lavim sbuff. Improbabile! Quello era il flauto di Piper e, cos diceva Stanach, era magico. E non si lascia cadere un flauto magico rimasto appeso alla propria cintura per due giorni, controllandolo per giunta ogni sei minuti per esser sicuro che  ancora l.
Lavim scrut da vicino la pietra sotto i propri piedi. L c'era stato anche qualcun altro. Il terriccio intorno al piccolo pino sulla cresta della roccia mostrava due serie distinte d'impronte.
Non le impronte di Tyorl, pens il kender. Si accovacci e appoggi la mano lungo le impronte. Una serie era pi stretta dell'altra, ma entrambe avevano una ben precisa lunghezza. Un altro nano.
Ma perch mai devi supporre che ci sia un altro nano cos lontano, nel mezzo della foresta? Oh, pens, giusto i... comesichiamano?
Theiwar.
Appunto, disse. Theiwar. E questo vuol dire... Lavim serr di colpo la bocca e si guard intorno. Il vento sussurrava nel sottobosco. Il fiume, nella valle sottostante, bisbigliava e rideva. Una ghiandaia protest dalla cima di una quercia e s'innalz rumorosamente in volo. Non c'era nessuno intorno, ma aveva sentito una voce, cavernosa come il vento o come il lontano canto d'un flauto. Uh... ehi?
Lavim, Stanach  nei guai.
Lavim gir la testa a destra e a sinistra, si accigli e aguzz lo sguardo verso il fondo della valle, squadrando corrucciato il folto degli alberi in fondo al sentiero. Dove sei? chiese ad alta voce. Chi sei, se  per questo? E come fai a sapere che Stanach  nei guai?
Devi aiutarlo, Lavim.
S, ma... aspetta un momento, adesso! Come faccio a sapere che tu non sei uno di quei, uh...
Theiwar.
S, proprio cos! Come faccio a saperlo...
Perch mai ti direi che si trova nei guai?
E perch non ti fai vedere? Cosa ne dici, allora? Dove sei?
Proprio dietro di te.
Lavim si gir di scatto. Dietro di lui non c'era nessuno. Si volt di nuovo. Anche l non c'era nessuno. E non avrebbe potuto sentire una voce... se l non c'era nessuno! Stava parlando di nuovo con se stesso?
Ma quella non pareva la sua voce. Strinse le palpebre, cercando di ricordare come suonava la sua voce quando parlava con se stesso.
(Pensava, si corresse.) Ma non riusciva a ricordare, e per non correre il rischio di continuare a condurre qualche strana conversazione con la sua mente, il kender apr di nuovo gli occhi e si guard intorno.
Adesso, ascolta...
La voce, adesso alle sue spalle e su ogni altro suo lato, non era pi simile al cupo ululare del vento ma si era fatta dura come l'acciaio.
Lavim, tu mi hai chiamato. Adesso, ascoltami! Vai a chiamare Tyorl.
Lavim sospir. Stava ancora parlando con se stesso, aveva preso quella seccante abitudine di Tyorl e di Stanach d'interrompere se stesso.
Io ti avrei chiamato? No, io non ho mai chiamato nessuno. Non ho...
Ne parleremo pi tardi! Adesso vai!
Lavim discese dall'ammasso roccioso e si diresse verso il sentiero. Non era la paura, a farlo correre, e neppure l'obbedienza.
Quello che lo induceva a correre, rumoroso come un nano che attraversava il sottobosco, era l'improvvisa, inequivocabile constatazione che, questa volta, non era la sua voce e non aveva parlato con se stesso.
Be', si corresse, posso anche aver parlato con me stesso, ma qualcuno ha risposto!
Lavim rise e brand in alto, mentre correva, il vecchio flauto di legno. Ora sapeva chi gli aveva risposto!


Capitolo sedicesimo.

Gneiss, nella Sala del Consiglio, sent i bracieri appena accesi sibilare, poi sospirare, poi cominciare a bruciare in maniera lenta e costante. Si massaggi le tempie, rendendosi conto, mentre lo faceva, che il gesto era diventato un'abitudine tanto quanto parevano esserlo i suoi mal di testa. La causa di quei mal di testa, gli ottocento profughi che erano l'argomento delle riunioni del Consiglio ormai da troppi giorni, aspettavano nella valle fuori di Southgate. I loro rappresentanti, intravisti soltanto brevemente quando era entrato nella Sala del Consiglio, erano un mezzelfo e una donna delle pianure alta e dall'aspetto adorabile. Gneiss si sfreg le tempie con maggior delicatezza. Adesso, i due aspettavano in anticamera la decisione del Consiglio. Sulla base della pronunzia del Consiglio, avrebbero condotto gli ottocento profughi da qualche altra parte oppure, Gneiss sospir stancamente, li avrebbero insediati a Thorbardin.
Il Daewar fece passare lo sguardo tutt'intorno all'ampio
tavolo ovale. Nessuno degli altri thane raccolti l intorno pareva pi felice di lui.
Tufa studiava la superficie del tavolo, di granito levigato, tracciando sulla pietra grigia dei disegni che soltanto lui poteva vedere. Era rimasto silenzioso sin da quando il Consiglio era stato richiamato all'ordine. Bluph, il nano dei burroni, tamburellava il legno del suo scranno con i tacchi degli stivali. Come se
avesse vagamente compreso l'importanza dell'incontro di oggi, stava facendo uno sforzo per restare sveglio.
Sempre che si possa definire sveglio, pens Gneiss acido, qualcuno che sbadiglia ogni due momenti!
I due thane derro, Rance dei Daergar e il theiwar Realgar, si tenevano nell'ombra alla stessa maniera in cui un pesce se ne sta nell'acqua. Rance, oggi come oggi, non era mai lontano dai Theiwar. I quali erano numerosi come le pulci sul deretano di un cane.
Hornfel, i cui occhi parlavano di notti insonni, si alz dal suo posto a capotavola.
Abbiamo concordato che non ci sarebbe stato nessun ulteriore dibattito sulla questione dell'ammissione dei profughi a Thorbardin. Rance tir un respiro, pronto a interromperlo. Hornfel, come se non avesse visto, continu con un profluvio di parole. I rappresentanti dei profughi aspettano la nostra parola. Non intendo farli aspettare pi a lungo. Questo Consiglio ha altre faccende di cui occuparsi.
Un silenzio, riflessivo e in attesa, cal sulla sala. Perfino Bluph decise di far dondolare le sue gambe nell'aria, cessando il martellio dei calcagni contro lo scranno.
Voteremo. Hornfel si volt verso il Klar. Tufa, facci conoscere la tua decisione.
Il thane dei Klar declin l'invito con un lento scuotimento del capo. Il mio pensiero in proposito non  cambiato. Mi atterr alla delibera del Consiglio. Lanci una rapida, e per lui di sfida, occhiata a Realgar. Qualunque sia la delibera.
Gneiss sospir. A meno che gli altri, adesso, non votassero in maniera diversa da come avevano indicato in precedenza, sarebbe stata davvero la sua parola quella che avrebbe determinato la decisione del Consiglio. Come aveva detto a Hornfel sui bastioni di Southgate, era giunto a una decisione. Malgrado non ne avesse parlato con nessuno, la sua soluzione era la migliore che fosse riuscito a congegnare.
Hornfel chiuse gli occhi, tir un profondo sospiro, poi indic con un cenno del capo il nano dei burroni. Bluph, respingerli o accettarli?
Bluph si raddrizz nel bel mezzo di uno sbadiglio e smise di grattarsi. Sbatt le palpebre, poi esib un ampio sogghigno. Accettarli. Strinse gli occhi, e diede l'impressione di voler riconsiderare la propria decisione.
Hornfel si affrett a proseguire. Rance?
No! No! E no!
Lo pensavo, disse Hornfel, sarcastico. Realgar?
Il Theiwar scroll le spalle. In quel momento i suoi occhi ricordavano a Gneiss quelli di un gatto, stretti e famelici. Ti risparmier la fatica di leggermi nella mente, Hornfel. Respingerli. Non abbiamo posto per loro, nessuna simpatia per loro, e nessun bisogno di loro.
Gneiss alz lo sguardo, ricambi con fermezza quello di Realgar. Lo stesso si potrebbe dire di te, Theiwar. Ad alta voce, si limit a replicare: Possiamo sistemarli nelle tane agricole orientali. Sono tre anni, ormai, che non vengono pi usate. Non conosciamo questa gente, per poter sapere se pu esserci simpatica o antipatica, perci questo non conta per niente. Piuttosto, abbiamo bisogno di loro?
Spazz il tavolo con una rapida occhiata, poi prosegu: Dei contadini possono sempre far comodo. Ed  quello che questa gente sa fare. Io dico di accettarli. Lavoreranno per mantenersi. Come mezzadri, finiranno per ripagarci bene.
Ancora una volta Gneiss guard Hornfel. Il tuo voto?
La voce di Hornfel esprimeva un tranquillo trionfo. Accettarli.
A questa parola, Realgar si alz con grazia silenziosa e usc a grandi passi dalla Sala del Consiglio. Rance, ringhiando cupe maledizioni, si accod al Theiwar. Non c'era niente che i due thane derro potessero fare per impedire l'ingresso degli ottocento umani.
Il Consiglio aveva votato. E il voto era qualcosa capace di trattenere perfino Realgar. Per ora.
Gneiss segu con lo sguardo i due che uscivano, seguiti da Tuia e da Bluph. Sospir, ascoltando con mezzo orecchio Bluph il quale si chiedeva come fosse andato il voto, poi si volt verso Hornfel.
Hai avuto il tuo voto, amico mio.
Hornfel annu, ma non aveva l'aspetto di qualcuno che si era appena assicurato una vittoria.
E adesso? Pensavi forse che i tuoi ottocento straccioni dovessero passare l'inverno dormendo e oziando?
Hornfel ignor il sarcasmo. Dimmi, Gneiss, come faremo a farci alleati e amici quegli uomini malati e affamati che abbiamo appena messo a lavorare a mezzadria nei nostri campi?
Gneiss dette in un sospiro di stanchezza. Non dovranno cominciare oggi, Hornfel. Ora, prendi su quello che hai vinto
e di' ai tuoi profughi che potranno svernare qui. Se si dovesse arrivare a combattere una guerra scatenata dalle Terre Esterne, per allora si saranno rimessi ed  probabile che saranno felici di difendere il posto in cui vivono. Se si dovesse arrivare a una... rivoluzione a Thorbardin, avrai i miei Daewar e i Klar. Non avremo bisogno di nessun altro.
Gi mentre parlava, Gneiss ricord l'espressione felina negli occhi di Realgar. Non gli piaceva affatto il brivido che sentiva serpeggiargli su per la schiena. Glielo dirai adesso?
Hornfel tambureggi con le dita sul tavolo. Voglio un minuto per respirare.
Respirare? S, procedi pure. Ma fai attenzione a dove lo farai. Non mi  affatto piaciuta l'espressione del Theiwar, oggi.
Neppure a me, replic Hornfel. Allora Gneiss cap che il suo amico non aveva perso il sonno soltanto per pensare alla questione dei profughi.
Hornfel fece molta attenzione al luogo in cui respirare. And. nel giardino fuori dalla Corte dei Thane. Percorse con passo misurato i sentieri coperti da sottilissima ghiaia.
Era felice della vittoria che aveva conquistato. E, no, non aveva nessuna intenzione di lasciare i suoi "ottocento straccioni" a svernare oziando e dormendo. N aveva avuto intenzione di offrir loro quello che sembrava, perfino a lui, un vincolo di servit. Non era quello il modo di farsi degli alleati, Ne aveva visto la conferma negli occhi di Realgar, oggi.
Interruppe i suoi passi misurati. Il suo giro nel giardino lo aveva condotto accanto alle aiuole pi grandi e pi belle. Qui sbocciavano i fiori di montagna estivi, dai colori pi
imprevedibili, cos come facevano durante tutto l'arco dell'anno nel clima controllato con cura dei giardini sotterranei.
L'erica dalle foglie sottili e dai fiori a campana, e i grigio-verdi semprevivi di montagna fiorivano fianco a fianco. Le felci reali spandevano ampi ventagli, come se non attribuissero grande importanza alle prerogative della regalit. Gli oleandri salivano su dai bordi delle aiuole, creando un po' per volta degli autentici tappeti in continua crescita.
Hornfel sfior con un dito un delicato fiore d'oleandro. I morbidi petali rosa si allargavano nella vivida luce che s'irradiava dai molti pozzi di cristallo che risalivano fino alla superficie. Il fiore d'oleandro ebbe un lieve fremito.
Hornfel ritrasse la mano e sollev lo sguardo dentro il pozzo di luce situato quasi direttamente sopra la sua testa. Il chiarore color lavanda dell'imminente crepuscolo ora scendeva gi fin dentro il giardino, ma durante il giorno una luce dorata diffusa nutriva le piante.
Un'identica struttura di pozzi di cristallo illuminava le sei citt, come se giacessero esposte alla luce diretta del sole, che forniva la luce necessaria a far crescere le messi che nutrivano l'affamata Thorbardin.
Possiamo anche amare le montagne e tutti i loro profondi segreti, pens Hornfel, ma amiamo anche la luce. Per lo meno, qualcuno di noi l'ama.
Un rumore di passi felpati e una gola che si schiar, rauca, fecero trasalire Hornfel. Si volt lentamente, senza mostrarsi sorpreso. Quando incontr gli occhi neri del thane dei Theiwar, Hornfel ebbe la netta sensazione che Realgar, socchiudendo le palpebre a causa di quello che, per lui, l nel giardino, doveva essere un bagliore insostenibile, l'avesse osservato per parecchi istanti. Vide l'ombra di tenebrosi pensieri negli occhi di Realgar. sent gelarglisi la nuca, come se l'alito dell'inverno avesse soffiato con il suo gemito lancinante attraverso il giardino.
I tuoi... ospiti ti aspettano, disse il mago derro. Aveva pronunciato queste parole come se avesse nominato la peste. Con un sorriso sprezzante, il Theiwar se ne and in silenzio, cos com'era arrivato.
Pensieri tenebrosi e furore scarlatto, pens Hornfel. Realgar aveva combattuto fino all'ultimo istante di una lunga e faticosa seduta del Consiglio dei Thane, insistendo che niente di buono sarebbe derivato dall'ammissione degli umani all'interno del regno della montagna.
Hornfel aveva sempre pensato che sarebbe stato lui il primo a venir assassinato da Realgar, se questi avesse potuto farlo. Adesso Hornfel pens che, alla prima occasione, Realgar l'avrebbe senz'altro ucciso, ma non prima di aver ucciso Gneiss, i cui temporeggiamenti avevano aperto la porta ai profughi con la stessa efficacia di un saldo impegno.
Hornfel supponeva che l'unica ragione per cui lui e Gneiss non erano ancora morti fosse dovuta al fatto che Realgar non aveva trovato la Spada da Re. Quanto tempo ci sarebbe voluto, ancora, perch ci riuscisse? O quanto tempo prima che si stancasse di aspettare il simbolo, e scatenasse la sua rivoluzione senza di esso?
Hornfel non era pi tanto sicuro che la spada sarebbe stata
trovata. Erano passati troppi giorni da quando per la prima volta era giunta la notizia che Stormblade era stata vista. La sera prima, nel buio della mezzanotte, Hornfel aveva cominciato a riflettere su ci che si sarebbe dovuto fare nel caso in cui Kyan, Piper e Stanach fossero morti, e Stormblade fosse andata nuovamente smarrita. Tutti i suoi piani volgevano sulla difensiva.
Si rese conto che Gneiss doveva essere intento ad elaborare piani analoghi ai suoi. Tre dei guerrieri di Gneiss parevano sempre trovarsi nelle vicinanze. Eppure, come avrebbero potuto difenderlo dalla magia, se Realgar avesse deviato dalla sua strada consueta fatta di assassini e di pugnali nel buio?
Sarebbe stato impossibile, pens Hornfel con amarezza, mentre lasciava il giardino per presentarsi a concedere la sua cenciosa ospitalit.
Le guardie di Gneiss non entrarono nella Corte dei Thane insieme a Hornfel, ma si fermarono accanto alla porta, a portata della sua voce. Altre tre, con le armi a portata di mano, aspettavano nella Sala del Consiglio. Non fingevano nessuna cortesia, tenendosi invece vicinissime ai rappresentanti dei profughi.
Hornfel studi con attenzione i due messaggeri, mentre percorreva la grande sala in tutta la sua lunghezza. Uno dei due, un mezzelfo dalla barba rossa, si volt al rumore dei passi del nano. Portava una spada al fianco e un arco a tracolla. I suoi occhi verdi erano duri e penetranti.
La sua compagna, una donna alta, vestita con le pelli di daino delle pianure, appoggi una mano sottile sul braccio del cacciatore, quando sent l'avvicinarsi di Hornfel. I capelli, che erano allo stesso tempo argentei come la luna e dorati come il sole, rilucevano al bagliore delle torce, accese da poco, ad ogni suo movimento. Mormor una parola, non di pi, e il mezzelfo si rilass.
O per lo meno dette l'impressione di farlo. Quegli occhi verdi non si ammorbidirono mai.  uno, pens Hornfel, al quale non piace far la parte del supplicante! Ed io, s... non posso biasimarti, cacciatore. Un ruolo come il tuo non lo vorrei proprio.
Al gesto di benvenuto di Hornfel, eseguito con le mani aperte, le guardie arretrarono di uno o due passi.
Vi ringrazio per aver atteso, disse il nano.
Il mezzelfo tir un respiro, preparandosi a rispondere, ma la mano leggera sul suo braccio si mosse in un modo che intendeva allo stesso tempo essere gentile e, inconsciamente, imperioso. La donna parl, e la sua voce risult sommessa e morbida. Il sussurro conciliante delle ali di una colomba si celava dietro a quella voce, il sussurro di un cuore in pace. Abbiamo goduto della bellezza della vostra sala.
Ne dubito, pens Hornfel. O per lo meno il tuo amico non se l' goduta. Fece loro segno di seguirlo verso un'alcova che si apriva nella sala principale, abbastanza grande da contenere un tavolo screziato, ricavato da un unico blocco di marmo dalle venature rosate.
Signora, disse Hornfel, prelevando una torcia da una mensola vicina, accmodati.
La donna annu con grazia, e quando entr nell'alcova in penombra e si sedette, Hornfel pens che non avrebbe potuto scommettere su cosa in realt disperdesse le ombre, se la luce della torcia oppure la bellezza della signora. Il cacciatore la segu da vicino, come se fosse la sua guardia del corpo, con i tre Daewar alle calcagna. Hornfel tir un respiro d'impazienza mentre osservava le loro manovre. Parl, mentre infilava la torcia al supporto sulla parete:
Tu, disse rivolto al mezzelfo, vai pure dietro alla tua signora, se la cosa ti fa sentire a tuo agio. Punt un pollice in direzione delle guardie. Voi potete accalcarvi tutti qui dentro alle mie spalle, oppure andare a sorvegliare la porta, scegliete quello che vi fa pi felici.
I Daewar parvero confusi, ma sapevano riconoscere un ordine quando lo sentivano. Uscirono dall'alcova. E il mezzelfo, malgrado sorridesse in preda all'imbarazzo, and a mettersi accanto alla signora.
Ti proteggono da noi?
Hornfel scosse la testa e si lasci cadere sulla sedia di fronte alla donna. Proteggono me, ma questo non ha niente a che fare con te o con la tua signora. Noi non ci proteggiamo dagli amici.
La donna delle pianure riflett un attimo sulla frase, poi annu. Siamo felici di sentirci chiamare amici. Indic con un gesto grazioso il suo guardiano. Questi  Tanis Mezzelfo. Sorrise. Anche se non sono la sua signora, non potrei essere pi al sicuro con lui se lo fossi. Sono Goldmoon, figlia del capo dei Que-Shu. I suoi occhi si accesero del soffuso chiarore dell'alba.
La dea che servo, aggiunse,  Mishakal, ed io sono il suo chierico. Siamo venuti qui in suo nome, per sapere se aiuterete i profughi senza casa sfuggiti alla schiavit di Verminaard.
Hornfel scosse la testa. Signora, non c' pi stato un vero chierico in tutto Krynn da trecento anni.
Lo so, thane, non pi, da quando vi  stato il Cataclisma. Ma adesso c'.
Il nano chiuse gli occhi. Mishakal! Mesalax, in questo modo i nani chiamavano la dea, e l'amavano non meno di quanto amassero Reorx, che chiamavano Padre. Poich, se Reorx era il creatore del mondo, Mesalax era la fonte dalla quale sgorgava la bellezza.
Hornfel fece passare il suo sguardo da Goldmoon a colui chiamato Tanis. Era vero, quanto aveva appena udito? Pens che poteva esserlo. Adesso gli di si muovevano su Krynn, prestando il loro fuoco alle Spade da Re e i loro draghi ai Gran Signori. Perch mai Mesalax non avrebbe dovuto concedere la sua benedizione a una donna venuta dalle pianure dei barbari?
Goldmoon sorrise, e avrebbe potuto benissimo essere la luce della stessa Mesalax, quella che il nano vide ora risplendere nei suoi occhi.
Hornfel lanci un'altra occhiata a Tanis. La mascella dal profilo deciso del mezzelfo si rilass un poco sotto la sua barba rossa, quando abbass il suo sguardo sulla donna delle pianure.
Mia signora Goldmoon, disse alla fine Hornfel, sii la benvenuta a Thorbardin.
Avrebbe pensato pi tardi a come risolvere la questione delle caverne agricole. Non sapeva se Goldmoon fosse davvero quello che aveva sostenuto di essere. Ma sapeva che non le avrebbe permesso di languire nella capanna rabberciata di un custode del campo pi di quanto non le avrebbe permesso di languire nella cella di una prigione. E sapeva che lei sarebbe andata dove sarebbe andato il suo popolo.
Darknight allarg le ali per met della loro ampiezza, ammirando il gioco della propria ombra che si allungava su per le pareti nere e luccicanti del suo covo, quasi arrivando ad avvolgere l'alto e scabro soffitto. Allung il proprio collo serpentino fino alla massima lunghezza e spalanc le mascelle. Anche se non pot vederne l'effetto, immagin che la luce del piccolo braciere accanto alla parete opposta facesse apparire i suoi denti come scintillanti pugnali di fuoco.
Gir la testa e rivolse la parola a un'ombra nella parete.
Mio signore, tutto considerato preferisco le tane soleggiate fra i dirupi di Pax Tharkas a questi covi umidi e freddi sotto la sventurata Thorbardin.
Non mi sorprende, bisbigli l'ombra. Verminaard butt indietro
la testa e rise nella sua lontana camera a Pax Tharkas. La sua immagine-ombra sulla parete della caverna fece la stessa cosa.
Darknight sferz l'aria con la coda in segno d'impazienza e un sordo borbottio usc dal suo enorme petto. Preferiva l'ordine marziale mantenuto a Pax Tharkas col pugno di ferro, sotto il dominio di Verminaard, alle tempestose procelle della politica dei nani in un regno che non si trovava sotto la sovranit di nessuno. Gran Signore, desidererei con tutto il cuore che Realgar scatenasse la sua disgraziata rivoluzione e liquidasse la faccenda, cos potrei a mia volta liquidare lui.
L'ombra acquist una nitidezza tale da apparire affilata come la lama di un coltello. Darknight pot quasi distinguere gli occhi di Verminaard come rossi bagliori sulla pietra.
Sta ancora sprecando il suo tempo con il ranger?
Il ranger non aveva fornito a Realgar nessuna buona risposta alla domanda su dove si trovasse la Spada da Re, durante tutti quei giorni in cui era stato prigioniero dei Theiwar.
S, signore.  la differenza che c' fra te e lui, ringhi il drago, mentre ascoltava il borbottio della sua pancia. Se il ranger fosse stato mio prigioniero, gli avrei succhiato il midollo dalle ossa gi da parecchi giorni. Cos, invece, Darknight era costretto a cercarsi da mangiare durante la notte, cacciando le pecore di montagna, mentre Realgar marciava con i piedi sanguinanti attraverso l'anima del ranger soltanto per il proprio personale godimento.
Darknight sbuff e chiuse gli occhi. S, adesso da lui non ottiene altro che un po' di divertimento. Ammette che, se c' una risposta da ottenere, non sar il ranger a fornirgliela. Il godimento  una vendetta consolatrice per tutto questo tempo sprecato.
Quegli occhi d'ombra avvamparono rossi, e Darknight graffi con gli artigli il pavimento di pietra del suo covo. Dubitava che il ranger avesse mai saputo dove si trovava la spada, e se l'aveva saputo, era probabile che adesso non fosse rimasto pi niente nella sua mente da setacciare per ottenere una risposta.
Signore, come procedono i tuoi piani?
Abbastanza bene. I soldati si stanno trasferendo fra le montagne, e le basi saranno ben presto installate. Questa notte Ember voler come copertura per l'ultimo contingente.
Ember! Che volava con le armi del fuoco e del terrore, mentre lui si trovava qui, ad abitare quel buco umido e schifoso! Darknight digrign i denti.
Copertura, Signore? Ember ha... Darknight si trattenne. L'Altezzoso Ember non avrebbe mai ammesso di aver bisogno di aiuto. ... in compagnia di chi? Per la Regina delle Tenebre! Le sue zampe erano intorpidite, le sue ali doloranti per il volo di un'intera notte.
L'ombra non pareva affatto un'ombra, ma un'immagine riflessa sull'ebano lucidato. Adesso il drago distinse il volto di
Verminaard, un volto d'una bellezza gelida con occhi di ghiaccio, e dura come la pietra.
Ember non ha bisogno di compagnia pi di quanta ne avr, buon Sevristh, e la sua compagnia sono io.  una faccenduola di ranger.
Avrebbe potuto dire una faccenduola di moscerini. Darknight sospir.
Verminaard rise, come ghiaccio che esplodesse in un fiume gelato.
Abbi pazienza, Darknight. Rimani ancora un po' con il tuo nuovo signore.
E l'ombra scomparve. I rossi bagliori si dissolsero come se non ci fossero mai stati.
Il drago nero ringhi. Stando al giudizio di Darknight, il suo nuovo signore era un asino. Realgar comandava un esercito di anarchici, e li comandava bene. Non era un compito facile controllare una razza di derro assassini, i cui sogni pi piacevoli erano d'indicibili tormenti, rivoluzione e morte. Ma, rimaneva pur sempre, incontestabile, il fatto che Realgar era un asino.
Sevristh non era una creatura politica, e aveva poca comprensione, o pazienza, per la necessit di Realgar d'impadronirsi di questa Stormblade, di questa Spada da Re. Sospir, e l'aria fremette. Questi nani, e i Theiwar in modo particolare, mostravano un grande fanatismo per i talismani e per i simboli. Realgar non avrebbe acceso il fuoco della rivoluzione a Thorbardin, fino a quando non avesse stretto Stormblade nel suo pugno avido, dalle nocche sbiancate. E Verminaard pareva contento di aspettare.
Ma che importanza poteva avere, pens il drago nero con disprezzo, che Realgar impugnasse la Spada da Re o qualche altra spada umile e senza nome? Hornfel andava ucciso, e quale importanza poteva avere se moriva stroncato dal colpo di una Spada da Re o dalla lama di un pugnale? Colui che lo uccider, avr la storia in pugno. Pi tardi, infatti, potr scrivere la storia che preferisce ed eleggersi re reggente o grande re dei nani, se proprio
lo desidera.
S, fintanto che riuscir a rimanere in vita. Darknight sorrise, e il suo umor nero miglior un poco. S, non ci sarebbe voluto molto, non aveva importanza il titolo che Realgar avrebbe proclamato suo di diritto.
Il drago sent le vibrazioni leggere come piume prodotte
dall'avvicinarsi di passi sul pavimento di pietra della caverna, quasi subito accompagnate dal lontano sussurro d'un respiro. Il drago chiuse gli occhi. Il respiro era quello di Realgar, e insieme ad esso giunse l'intensa, vivida eccitazione del suo odore.
Voglia la Regina delle Tenebre che abbia trovato quella miseranda spada!
Sevristh riapr gli occhi e sospir. Non l'aveva trovata... oppure s?
Darknight guard con pi attenzione. S? forse.
Realgar si avvicin e sorrise, un gelido tendersi delle labbra sui denti. Ti saluto, Darknight.
Ed io saluto te, Gran Signore.
Il titolo non riusc in nessun modo a riscaldare il sorriso del Gran Signore. Non succedeva mai. Realgar ambiva ad esser chiamato Gran Re, e qualunque altro titolo non sarebbe andato bene.
La Spada da Re  stata trovata.
Il dono di Verminaard si pass la lingua biforcuta sui denti taglienti. No, non  stata affatto trovata, pens Darknight con disprezzo. Ormai, conosceva bene quell'espressione nei suoi occhi. Quella di Realgar era soltanto la speranza che fosse stata trovata. Il drago fece frusciare le grandi ali. S? Devo volare, mio signore?
E, qui, il Theiwar sorprese il drago. S, vola. L'Araldo ti sta aspettando.
Sevristh allarg la sua bocca senza labbra in un ampio sogghigno. Avrebbe volato e, durante il volo, avrebbe informato il solo Gran Signore che veramente riconosceva, che i suoi piani stavano procedendo con maggior velocit di quanta perfino lui avesse mai pensato.


Capitolo diciassettesimo.

Dove sei? aveva chiesto il kender.
Piper non sapeva dove si trovava. Aveva detto al kender che si trovava alle sue spalle. Era una risposta sufficiente. Avrebbe potuto esserlo perch pareva trovarsi da tutte le parti e da nessuna allo stesso tempo. Non c'erano punti di riferimento su quel piano alla deriva, avvolto dalla nebbia, che pareva estendersi all'infinito in tutte le direzioni. Le cose che "vedeva", lui non le vedeva con gli occhi, ma piuttosto con la sua mente. Non era la magia che gli faceva vedere quelle cose. Non gli rimaneva pi nessuna magia, soltanto l'incantesimo nel quale era intrappolato adesso.
Piper era un fantasma, creato dalla magia del suo flauto. Era morto. Smise di pensare per un momento. Era un po' come trattenere il fiato. Ma, come il respiro quand'era in vita, il pensiero non era qualcosa di cui potesse fare a meno per molto tempo. Titubante, come un uomo che passasse delicatamente le dita sopra una ferita che si stava rimarginando, colse il ricordo dei suoi ultimi istanti di vita.
C'erano stati tutta la sofferenza e tutto l'affaticamento sin nel profondo delle ossa. Aveva sentito la giovane donna chiedere aiuto, l'aveva sentita gridare il nome di Stanach. Dopo, non aveva sentito pi niente, per lungo, lunghissimo tempo, fino a quando i pensieri di Stanach, addolorati e grevi, non avevano sfiorato gli orli della sua mente.
Ah, Jordy! Mi spiace, Piper!
Allora, aveva voluto parlare, trovare un modo per mettere in guardia Stanach dagli uomini di Realgar. Non aveva la forza. Soltanto la necessit.
Quando Stanach aveva messo gi il flauto accanto a s, aveva visto lo strumento, anche se non aveva potuto vedere nient'altro. Il flauto conteneva la sua musica e la sua magia. Gli cantava le sue proprie canzoni con la voce di un amico, e prestava la voce a canzoni che lui non avrebbe mai immaginato. Aveva trovato quel briciolo d'energia necessario a operare un ultimo incantesimo. La magia era del flauto.
Quella condizione spettrale equivaleva pi o meno ad esser morti? Guard dietro di s con la propria mente. Non poteva "vedere" tutto, come aveva immaginato che potesse fare un fantasma. Vedeva, o conosceva, soltanto un po' pi di quanto avrebbe potuto, se fosse stato vivo. Tuttavia, anche questo stava cambiando gi mentre cercava di estendere questo suo nuovo senso. Come il potenziale che un tempo aveva percepito nel suo robusto corpo, sapeva che l'abilit di vedere' oltre sarebbe aumentata facendone uso. Avrebbe dovuto esplorare quell'oltremondo cos come avrebbe fatto con il mondo fisico, un poco per volta. E non era solo, in quel luogo.
Le anime che percepiva dietro alla nebbia erano poche, e non mostravano nessun interesse in lui. Erano, come lui, creature che agivano per i propri scopi e si limitavano a passargli accanto come sospiri.
Piper dette in una mesta risata, e la nebbia intorno a lui parve rabbrividire. Quanti degli spiriti che si trovavano l erano legati a un kender per il resto della loro vita naturale?
Era questo che l'incantesimo del flauto aveva fatto: l'aveva legato a Lavim, la persona che l'aveva attivato, fintanto che il kender fosse vissuto. L'incantesimo non soltanto aveva dato a Lavim un compagno spettrale ma, a causa del suo rapporto con Piper, gli aveva dato anche accesso alla magia del flauto.
Naturalmente, non avrebbe mai immaginato che il kender sarebbe stato il primo a suonare il flauto. Era convinto che il primo sarebbe stato Stanach. Ma il nano non l'aveva fatto, e Lavim s. L'incantesimo evocatorio aveva s richiamato Piper, ma l'aveva richiamato all'attenzione di un kender. Piper aveva impiegato tutta la notte e una buona met del giorno successivo per farsi strada in mezzo al labirinto del confuso chiacchiericcio mentale
di Lavim, per arrivare infine a un punto della mente del kender dove Lavim potesse sentirlo.
Stanach, quand'era stato catturato dai Theiwar, aveva lasciato cadere il flauto per timore che potesse finire nelle mani di uno di loro. Non poteva aver saputo che adesso la magia del flauto avrebbe funzionato soltanto per Lavim e nessun altro.
Piper sper di non esser costretto a cimentarsi con pi guai di quanti potesse affrontarne. Doveva convincere Lavim a dare a Tyorl il flauto. La nebbia parve ispessirsi e diventare pi scura e pesante a causa dei timori del mago. Ben presto sarebbe stato troppo tardi per aiutare Stanach.
Lavim ballava impaziente prima su un piede e poi sull'altro. Sorpreso, quanto deliziato, di trovarsi in conversazione con Piper, aveva ritrovato il buon senso prima di arrivare al luogo in cui Kelida e Tyorl lo aspettavano accanto al sentiero. Aveva infilato il flauto di legno di ciliegio nella tasca pi profonda del suo vecchio pastrano nero, certo che Tyorl avrebbe voluto strapparglielo subito di mano.
Adesso, aveva da sbrigarsela con Tyorl, il quale lo tormentava di domande in un orecchio, e con Piper, che gli bisbigliava istruzioni dentro l'altro. E Lavim non sapeva a chi dovesse rispondere per primo.
Parlagli di Stanach e dagli il flauto.
Tyorl serr entrambe le mani sulle spalle del kender,
tenendolo immobile. Lavim, dimmi di Stanach!
Lo far. Fra un momento. Lavim sbatt le palpebre, non sapendo esattamente a chi stesse rispondendo.
Gli occhi azzurri di Tyorl avvamparono di una rabbia improvvisa. Dimmelo subito!
Diglielo subito! Dagli il flauto!
Lavim si ritrasse e interpose Kelida fra s e Tyorl. Malgrado fosse un tipo magro e sottile, l'elfo possedeva la stretta di un orso e dava l'impressione di volergli cavar fuori tutte le informazioni a furia di scrolloni.
D'accordo, d'accordo, lo far! Ci sono delle rocce pi avanti, e ho trovato, uh, delle impronte di passi, e alcune di esse erano di Stanach, e altre non lo erano. Adesso Stanach non si trova l, e non so dove sia finito, ma sono tornato qui perch...
Perch stai per dargli il flauto. Digli del flauto!
Perch ho pensato che avresti dovuto saperlo.
Lavim! Dagli il...
Cocciuto, Lavim ignor la voce nella sua mente. Tyorl, cosa pensi gli sia successo? Le altre impronte di passi erano quelle di un nano, con tutta probabilit uno di quelli che, uhm...
Theiwar, borbott Piper.
Theiwar, disse Tyorl.
Lavim sbatt di nuovo le palpebre. Gli stava venendo un gran mal di testa. Proprio cos. Quelli sono i tipi che stanno cercando la spada di Kelida, non  vero?
Tyorl allung la mano verso l'arco. La sua bocca era una linea
dura e sinistra; estrasse una freccia dalla faretra che portava a tracolla. Kelida fece passare lo sguardo dall'uno all'altro.
Tyorl, lo uccideranno, bisbigli.
La luce del sole sul sentiero si era incupita, fino a diventare quasi arancione. Le ombre si stavano raccogliendo nel folto dei cespugli e sotto gli alberi, spandendosi rapidamente attraverso la foresta, diventando notte. Adesso la brezza bisbigliava assai pi fredda di prima.
S, pens Tyorl. Lo faranno. Presto o tardi.
Non possono averlo portato molto lontano, disse il ranger.
Si trova nelle caverne del fiume.
Lavim annu. Si trova nelle caverne del fiume, Tyorl.
Come fai a saperlo?... Maledizione, Lavim? Cos'altro sai?
Lavim non sapeva cos'altro sapeva. Fino a un istante prima non aveva saputo neanche questo. Tyorl, io... cominci, sforzandosi di fornire una spiegazione, poi chiuse di colpo la bocca quando Piper gli url No! dritto dentro la testa.
Ma, chiese in silenzio, come far a dirglielo se non gli parlo di te? Vuoi smetterla di gridare, per favore? Ho gi un bel mal di testa, e...
Glielo potrai dire pi tardi. Adesso non c' il tempo di addentrarsi in quella parte che riguarda me, Lavim. Nel modo in cui tu racconti le cose, impiegheresti tutta la giornata. E Stanach non ha tutta la giornata a disposizione.
Ma cosa gli dir?
Piper ebbe un greve sospiro. Digli che hai visto le caverne.
Ma io non ho visto nessuna...
Non fare il virtuoso con me, adesso, Lavim.
Ho visto le caverne. Dove potrebbe essere, altrimenti? Con l'imbeccata di Piper, raccont il resto della storia. Ce ne sono cinque. No, non di caverne, di nani. Ci sono tre caverne. Si trovano su questo lato del fiume, e...
Tyorl sa dove sono.  stato l altre volte. Finn nasconde
delle armi in una caverna della foresta, ma non sa che questa
 collegata con le caverne del fiume.
Lavim annu. Finn nasconde...
No! Non dirgli questo! E dagli il mio flauto!
Lavim affond le mani nelle sue tasche e agguant il flauto. Non aveva ancora intenzione di rinunciarci. ... uh, roba nella foresta, non  vero? Come armi e altre cose?
Ha mai...?
Ha mai usato quelle ca... voglio dire, delle caverne qui intorno?
L'elfo scosse di nuovo la testa, impaziente. S, Lavim, l'ha fatto. Ma quelle sono caverne nella foresta, e si trovano troppo a sud rispetto a dove ci troviamo adesso, per essere collegate con le caverne sulla sponda del fiume.
S, loro... io... be', voglio dire, forse sono collegate. Lavim arricci le dita intorno al flauto. Gli sembrava di riuscire sempre meglio a parlare con due persone allo stesso tempo. Almeno lo sperava.
Hai sentito dire qualcosa su quelle caverne...
Ho sentito dire qualcosa su quelle caverne nella foresta. Non so dove, ma l'ho sentito. Qualcosa su... uhm, giusto... su caverne che cominciano dove c' il fiume e finiscono qui in mezzo alla foresta.
A Lungo Crinale dicevano che i banditi avevano l'abitudine di nascondersi dentro di esse, e talvolta si annidavano qui nella foresta poich volevano far perdere le proprie tracce a chiunque li stesse inseguendo. Si raccolgono un sacco d'informazioni del genere soltanto tendendo l'orecchio, e...
Tyorl. La mano di Kelida tremava quando l'appoggi sul braccio dell'elfo. Dobbiamo aiutare Stanach.
Tyorl lasci uscire il fiato in un sospiro di frustrazione. Era intrappolato fra il dover credere qualcosa che un kender aveva sentito', o pensava di aver sentito, oppure si era immaginato tutto in quello stesso momento, e la constatazione che, se Stanach fosse stato indotto dai suoi rapitori a dire dove si trovava la spada, la vita di Kelida sarebbe stata in grave pericolo.
I proverbiali capra e cavoli, pens amaramente.
Dobbiamo aiutare Stanach, aveva detto Kelida. Quella era un'altra faccenda. Non poteva lasciarla l sola, e con quella spada che la contrassegnava come il bersaglio dei nani, ma neppure voleva condurla con s in mezzo al pericolo.
Tyorl imprec, aveva le mani legate dalle circostanze. Dov'era Finn? Trenta ranger in quella foresta, e a quest'ora avrebbe dovuto imbattersi nella loro pista. Maledisse la spada, maledisse i nani, e prese l'unica decisione possibile.
Dopo aver ammonito la ragazza e il kender a seguirlo il pi silenziosamente possibile, scivol fuori dal sentiero e punt a sud.
Il sospiro di sollievo di Piper, simile a una raffica di vento, fece crepitare gli orecchi di Lavim.
L'orrore strisciava su tutto il corpo di Stanach con le sue dita appiccicose e laceranti. Intrappolato dalla magia del derro da un occhio solo, riusciva a respirare con grande difficolt, e anche pensare gli era difficile. Come l'eco di sogni, sentiva voci sottili e distorte.
Adesso sopra di lui non si stendeva nessun cielo azzurro e limpido, soltanto un basso e scabro soffitto di pietra, che sapeva di fango e di fiume. Altre pietre gli scavavano le spalle e la schiena, l dove giaceva disteso sul pavimento. Anche se le sue mani non erano legate, non poteva muoversi.
No, pens, non era che non potesse muoversi. Non aveva la forza di muoversi, o non voleva muoversi. Come una nebbia spessa e umida, l'apatia sembrava essere filtrata nei suoi muscoli, nelle sue stesse ossa.
La luce, la cui intensit si ammorbidiva verso l'imbrunire, si attardava ancora intorno all'imboccatura della caverna. Stanach non ricordava di essere arrivato l. Non aveva nessun altro ricordo, al di l del gelido luccichio dell'unico occhio nero dell'Araldo Grigio, dell'improvvisa, lacerante nausea che accompagnava un incantesimo di trasporto, e di una lunga, repulsiva scivolata nel sonno.
E quelle voci lontane...
Volevano Stormblade.
Un nano magro, che teneva un braccio rigido sul fianco, si spost nel campo visivo di Stanach, interrompendo quella luce ovattata con un'ombra. Lo chiamavano Wulfen. Stanach lo conosceva come uno dei Theiwar il cui sangue aveva ripulito la sua spada sull'erba, a lato della strada che conduceva a Lungo Crinale.
Un gelido nodo di paura gravava pesante sullo stomaco di Stanach. Vide la bramosia di vendetta negli occhi di Wulfen, e la sent nella sua bassa risata volpina.
Stanach non era un mago, come lo era stato Piper. Non aveva niente di arcano con cui difendersi. Aveva soltanto la sua forza,
ora ridotta a brandelli, e la speranza che i suoi compagni non cercassero di soccorrerlo.
Tyorl, pens, tira fuori da qui la Spada da Re! Trova i tuoi ranger e portala a Thorbardin!
Ma l'avrebbe fatto? Oppure aveva finito per considerare morto il suo amico Hauk?
Si, forse. Ma Kelida no. Questo, Stanach se l'era garantito. Le aveva dato un ranger coraggioso da amare, e lei non sapeva che quel ranger era morto. Stormblade sarebbe arrivata a Thorbardin, e Kelida l'avrebbe trasportata fin l. L'elfo sarebbe andato dovunque andasse lei.
Stanach fiss intensamente il soffitto della caverna del fiume. Non avrebbe perso un'altra volta la Spada da Re di Hornfel. Avrebbe fatto ci che avrebbe dovuto, come l'aveva fatto Kyan Red-axe... come l'aveva fatto Piper.
Wulfen produsse un rauco gracchiare con la gola. Stanach si disse che lui non era pi uno spadario. Era un mercante, e trattava acquisti da tempo.
Il nascondiglio era vuoto. Tyorl e Hauk avevano dato una mano a immagazzinare le faretre colme di frecce, le spade e i pugnali, la notte prima della loro partenza alla volta di Lungo Crinale. A giudicare dai segni, Finn era stato l molto di recente a prelevare rifornimenti. Tyorl desider ancora una volta, intensamente, sapere dove mai si trovassero i ranger. Un nascondiglio vuoto significava che avevano avuto bisogno di armi. Stavano combattendo da qualche parte... ma lui non aveva visto nessun segno che una qualche battaglia avesse avuto luogo nelle vicinanze.
Maledizione! imprec silenziosamente. Io ho bisogno di loro, ed  probabile che loro apprezzerebbero il mio arco. In nome degli di, dove saranno mai?
Tyorl ebbe un sorriso forzato. Comunque, era probabile che adesso Finn sapesse delle basi dei rifornimenti dell'esercito draconico; ed era anche probabile che l'esercito draconico sapesse di Finn e della sua Compagnia dell'Incubo.
La caverna non era abbastanza alta perch Tyorl riuscisse a tenersi comodamente in piedi, ed era profonda solo quel tanto che bastava per permettere a lui e a Lavim di entrare. Kelida faceva la guardia. Tyorl ascolt lo scalpiccio dei suoi passi sulla pietra, intravide per un attimo le sue trecce rosse venate d'oro, poi si rivolse a Lavim.
Non c' modo di arrivare al fiume da qui,
dichiar, irritato.
Il kender annu con vigore, la lunga treccia bianca gli ballonzol sul collo. C', Tyorl. , uhm, subito dietro quella parete in Fondo.
Lavim, non c' niente dietro a quella parete, soltanto terra e pietre.
Tyorl pass una mano sopra la roccia, il pollice sopra le fessure aperte a forza dalle spesse radici dei pini che vivevano sull'altura sovrastante. Il luogo aveva un intenso sentore di terra ricca e scura e di pietre. Tyorl sentiva la mancanza della calda luce del sole al tramonto. Le caverne andavano benissimo per nascondervi dei magazzini d'armi, ma erano troppo scure e gravate dal peso della terra per i gusti dell'elfo.
Lavim, appiattendosi contro la parete, pass davanti a Tyorl ; si lasci cadere sui calcagni davanti alla fessura pi larga. Spinse la mano dentro la crepa e arricci le dita intorno alla pietra come qualcuno avrebbe fatto intorno allo spigolo di una porta. Sollev lo sguardo sull'elfo, sorridendo, con gli occhi verdi che gli luccicavano.
Qui dietro c' aria, Tyorl.
Lavim fece scivolare la mano destra lungo la parete, fino alla distanza d'un braccio, e dall'altezza della spalla fino a terra segu la sottile crepa che vi aveva visto incisa. Sbirci il soffitto, aguzzando lo sguardo pi che poteva, e vide che la stretta fessura arrivava fin lass. Il suo sorriso divenne un sogghigno mentre valutava la distanza fra le sue braccia tese. Potremmo passare benissimo per di qua.
S, ribatt Tyorl, strascicando la voce, se potessimo camminare attraverso la pietra.
No, non sar necessario. C'... Lavim drizz la testa come se stesse ascoltando qualcosa, poi annu. Mi pare di sentire degli echi... il gorgogliare dell'acqua, del fiume... Se riusciremo a smuovere questa pietra, arriveremo direttamente all'acqua. La caverna qui dietro si estende... uh, l'odore del fiume significa che va dritta, e questo significa a est, e... s, probabilmente arriva dove si trova Stanach.
Congetture, mio piccolo kender.
Oh no, non sono congetture. Io... Lavim si schiar la gola e annu. Hai ragione. Sono congetture. Sento il rumore del fiume, Tyorl, e posso sentire l'orlo di questa pietra. Ritir la mano destra e l'alz, perch Tyorl l'esaminasse. Questa parete non 
pi spessa del palmo della mia mano, e l'orlo della fessura  liscio. Scommetto che se soltanto noi riuscissimo a smuovere questa pietra...
Lavim premette la spalla contro la parete, e spinse.
Lavim. La voce di Tyorl suon rauca.
Il kender fece forza con i piedi contro il pavimento di pietra e strinse gli occhi, gravando con tutto il suo peso in quello sforzo.
Lavim, non credo...
Il kender cacci un grugnito. Non potresti smettere di pensare per un momento, Tyorl, e darmi invece una mano? Oppure una spalla? Spingi con tutto il tuo peso contro il lato destro di questa pietra...
Non fosse altro che per disilludere il kender in quella sua folle idea, Tyorl aggiunse il suo peso allo sforzo, proprio come Lavim chiedeva. E quasi subito la pietra cominci a muoversi. L'aria, umida e gravida dell'odore del terriccio, alit pigra attraverso l'apertura. Sotto l'odore del terriccio e della pietra aleggiavano i sentori del fiume: pesce, limo, e vegetazione in putrefazione.
Le caverne dei banditi! grid Lavim. Visto? Noi... avevo ragione!
Si tuff verso l'apertura, ma Tyorl si affrett ad agguantarlo per il colletto del nero pastrano tutto sformato. Aspetta un momento, Lavim!
Ma il kender non poteva aspettare niente e nessuno. Si divincol, riuscendo a sfuggire alla presa dell'elfo, e sfrecci dentro la voragine appena aperta. Tyorl si affrett a chiamare Kelida. La ragazza sgusci dentro la caverna, fiss il buio e stretto ingresso sulla parete di fondo, e poi la luce dietro la sua spalla. Pareva dubbiosa, tanto quanto lo stesso Tyorl sentiva di esserlo.
Dov' Lavim?
Tyorl indic con un gesto della mano l'apertura. Dove te lo aspetteresti. Pronta?
Kelida annu.
Tienti vicina, allora, e vediamo se riusciamo a raggiungere il kender.
Non era stata sua intenzione fare una battuta, ma quando gli occhi smeraldini di Kelida s'illuminarono dell'improvviso
sfavillio di una risata, Tyorl sorrise e si fece da parte, come per invitarla ad entrare in una stanza sicura e confortevole. Senza pensare, lei gli appoggi una mano sulla spalla mentre passava. Lui continu a sentire il tocco leggero delle sue dita molto tempo dopo che si era lasciato alle spalle l'apertura e la fioca luce.
Tre!
Stanach si aggrapp all'idea di quella cifra mentre precipitava ncora una volta nella tenebra, vorticando in una
caligine rossastra. Gli avevano spezzato tre dita. Sette, pens, ne mancano ancora sette. Oppure due, se vorranno lasciarmi una mano. Sette o due...
La letargia dell'incantesimo del sonno si era esaurita, ma
Stanach non riusciva ancora a muoversi. Era come se legami
invisibili continuassero a tenerlo avvinto al pavimento di pietra. Un'altra delle opere dell'Araldo, pens.
La stella rossa, la cenere ardente della forgia di Reorx, era
sospesa bassa nel cielo che si andava imporporando. L'unica cosa che Stanach riusciva a muovere erano gli occhi. Questi, li teneva fissi sulla stella.
Sette o due. Non ha importanza... non ha importanza... ben presto non sar pi in grado di sentire nessun dolore.
Wulfen, i suoi neri occhi di theiwar, simili a pozzi senza fondo nelle ombre della notte, si sporse in avanti. Dov' la spada?
Stanach non aveva il coraggio o la forza di chiedersi perch l, il tono di voce di Wulfen fosse cos gelidamente ragionevole. Le ali del dolore di mezzanotte frusciavano intorno a lui. Inghiott bile e vomito.
Te l'ho detto, bisbigli con voce roca e sottile. Non lo so. Non l'ho... trovata.
L'Araldo annu, sorridendo.
Stanach url, e il suono quasi affog il dolore lancinante e il crepitio secco di un altro dito che veniva spezzato.
Quattro! Sei, ansim la sua mente, convulsa. Sei o uno... sei
Cinque!
Quando il suo pollice fu finalmente spezzato, l'urlo di
Stanach echeggi quasi come una risata trionfante alle proprie orecchie. La sua mano destra era una massa azzurra di carne rigonfia sul pavimento di pietra.
Queste non sembrano affatto delle dita, osserv flebile la
voce della sua mente. No davvero. Ora, l c' una mano che non sollever mai pi un martello.
Alle sue spalle, l'Araldo produsse un suono simile a una
risata rimbombante. Un altro dei Theiwar pass davanti
all'imboccatura della caverna, l dove faceva il suo turno di guardia, ripercorse i suoi passi, e si volt. Vago come antichi ricordi, Stanach sent l'odore del fumo del fal della guardia.
La stella rossa ammicc, scomparve e riapparve. Un sudore ghiacciato colava negli occhi di Stanach, gli scivolava gi per le guance e dentro la barba come uno sgocciolio di fredde lacrime. Chiuse gli occhi, poi li riapr, e trov che la caverna era un po' sbiadita intorno agli orli.
Wulfen sfil un pugnale dalla cintura. L'unica luce nella caverna era quella cinerea del crepuscolo riflessa nella lucida lama d'acciaio. Il fumo strisciante entrava in vortici esitanti nella caverna, pungendogli gli occhi quando gli pass accanto, afferrandolo alla gola.
Stanach guard di lato, vide le dita della sua mano sinistra, intere e dritte, e chiuse gli occhi. Nell'oscurit vide la Spada da Re, con l'acciaio striato di rosso, quattro zaffiri del colore del crepuscolo, un quinto zaffiro simile a una stella di mezzanotte. Aveva visto quell'acciaio nascere nel fuoco, e aveva visto la meraviglia di Isarn, l'albeggiare della sua comprensione quando il riflesso del fuoco della forgia non si era affievolito. Aveva osservato con dolore e piet il vecchio maestro impazzire a poco a poco, quando Stormblade era stata rubata. La Spada da Re!
S, la Spada da Re, pens. La Spada da Re... Realgar, per il dio della forgia, non l'avrai!
L'acciaio, come il ghiaccio dell'inferno, gli tocc il pollice della mano sinistra, l dove c'era la prima giuntura, in una fredda carezza. Stanach tir un lungo respiro e lo esal in un sospiro sbrindellato.
Spezzer quella nocca come se fosse una noce dal guscio durissimo, Stanach, ragazzo mio, con un colpo e uno schiocco...
Stanach apr gli occhi e vide soltanto la propria paura riflessa nella lama del pugnale.
Dov' la spada?
Stanach pens di essere un po' pazzo. Scoppi a ridere, e la risata mantenne un tempo perfetto con il ritmo e il tuono di fuoco che gli consumava la mano destra. Te... te l'ho detto. Io non l'ho.
No! Quella era la risposta sbagliata! Stanach lo vide nello sfavillio d'interesse negli occhi di Wulfen.
Adesso la voce del Theiwar era morbida come il fumo. E chi l'ha?
Stanach non riusciva pi a vedere la stella. La guardia si era frapposta fra lui e il sole. Chiuse di nuovo gli occhi.
Se gli uomini di Realgar avessero trovato Kelida con la spada, l'avrebbero uccisa prima che avesse una sola possibilit di gridare.
Lyt chwaer, l'aveva chiamata, piccola sorella. Lei aveva cercato di alleviare il suo dolore per la morte di Piper mostrando la dolce comprensione e il silenzio d'una congiunta. Lyt chwaer, che ha un ranger morto da amare.
Io faccio quello che devo fare. Ho mentito a una cameriera senza amici, e ho visto morire i miei stessi amici. Come si pareggia il conto... Come?
L'alito di Wulfen era caldo contro la faccia di Stanach. La sua strana anima da derro splendeva della follia riflessa nei suoi occhi. Adesso era vicino, e la sua lama era puntata alla base della mascella di Stanach. Chi ha la Spada da Re?
L'Araldo venne avanti. Stanach sent il suo respiro, morbido come il sibilo di un serpente.
Stanach guard la sua mano destra, contorta e rigonfia al punto da essere del tutto irriconoscibile. Non avrebbe mai pi sollevato un martello. Non avrebbe mai pi conosciuto il genio creativo dell'artigiano. La sua spada maestra giaceva priva di vita, nata morta fra le rovine delle sue dita spezzate. Wulfen gliel'aveva trafugata. In quello stesso modo lui e i derro folli della sua razza avrebbero derubato tutta Thorbardin, storcendo e calpestando e fracassando ogni cosa bella sotto i loro talloni.
La punta del pugnale tracci una sottile linea di sangue subito sotto l'occhio destro di Stanach. I muscoli del dorso della mano di Wulfen si serrarono.
Te lo chiedo di nuovo, ma questa sar l'ultima volta. Chi ha Stormblade?
Stanach sput, e si prepar a perdere l'occhio.
...
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...
FINE Parte 1.